Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 6

Scrivendo 6 sul titolo mi sono reso conto che è già un mese e mezzo che vivo qui. Sono meno stressato e vado meno di corsa di quando vivevo in città. Anzi no, non vado meno di corsa, le cose da fare non mancano mai, sono solo meno stressato, ma quanto a correre si corre lo stesso, sono cambiati i modi della corsa, i momenti, i motivi. Ma combatto le stesse battaglie di una volta. Ogni tanto vado a Roma, poi ritorno. L’ultima volta che ci sono stato, la scorsa settimana, è stato terribile. Il traffico: come sempre la strada fino all’uscita di Roma nord era libera ma, giunto sul raccordo, che ve lo dico a fare. Sarà pure che mi sono presto abituato a guidare sulle tranquille strade di provincia, ma quando mi trovo nel traffico divento insofferente. Prima non ci pensavo, forse per abitudine, ma oggi è così allucinante pensare alle ore, le giornate spese a fare file, file alla posta, file alla cassa del supermercato, file di macchine e ore a cercare parcheggio. E giri, rigiri, sbuffi, quello sta uscendo, no, non esce, giri, giri ancora, continui a girare, si spegne una spia del livello del gas, i minuti sull’orologio si susseguono, lo stesso attimo eterno, immobile, mentre scorre, scorre il tempo, tiranno, cannibale, ti mangia. Avevo dimenticato cosa vuol dire cercare parcheggio nella Capitale. Venerdì c’era il lancio di TerraNullius e ho cercato parcheggio intorno San Lorenzo per oltre quaranta minuti. Tanto che a un certo punto non ne potevo a tal punto che avevo rinunciato alla serata ed ero già sulla strada del ritorno quando ho chiamato Angelo per dirgli che non ce la facevo, mollavo, mi sentivo sconfitto e preferivo tornare a casa. Fortuna ha voluto che lui stava scendendo di casa in quel momento, era in motorino, ci siamo dati appuntamento a metà strada sulla Prenestina dove ho parcheggiato e sono montato sul suo motorino per essere presente per qualche ora alla festa al Margot. Al ritorno, per parcheggiare, ho girato un’altra mezz’ora. Per lasciare la macchina a dieci minuti a piedi da casa.
Sabato invece siamo stati con Scrittori precari a Mal di Libri, e parcheggiare al Pigneto è stato meno complicato. Simone ha parlato del progetto mentre Angelo ha letto un raccontino e una poesiola, come le chiama lui. Per la prima volta in tre anni a leggere e parlare in giro per l’Italia ci è capitata una cosa bizzarra. L’organizzazione del Forte Fanfulla, per entrare, dava a disposizione di ogni collettivo/rivista una tessera omaggio. Per fortuna che Angelo possedeva già la tessera dell’Arci, perché uno tra me e Simone ha dovuto pagare: 7 euro. S’era detto che s’usavano i soldi del fondo cassa, che non è molto, e adesso è diventato ancora di meno, giacché con questa storia di Mal di Libri se ne sono andati 20 euro, ché 13 me li sono presi a parziale copertura delle spese di viaggio. Che poi, la cosa simpatica, è che io alla fine ho preferito non parlare al Cocktail letterario organizzato dai ragazzi di SettePerUno. In un primo momento sono andato a sedermi insieme ad Angelo e Simone dietro la cattedra, ma poi mi sono alzato poco prima di iniziare e mi sono messo nel pubblico. Simone ha detto per “andare a fare massa”, ma in fondo sapeva che la mia scelta era dettata dal fatto che, se avessi preso il microfono per parlare, non avrei saputo sorvolare sul fatto di aver dovuto pagare per parlare dove eravamo stati invitati, ma per rispetto ai ragazzi di SettePerUno ho preferito tener da parte la polemica per non rovinare lo spirito festoso della serata. Tra l’altro, colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente SettePerUno, per l’invito e l’organizzazione dell’evento, e gli altri che vi hanno preso parte insieme a noi (GenerAzione, Costola, inutile, Malicuvata). Non ero neanche in forma, quella sera, c’avevo pure mal di denti. Ho impressione che sia il dente del giudizio che preme per uscir storto; dovrei andare dal dentista.
Il mal di denti è stato anche il motivo per cui non sono potuto tornare l’indomani a Mal di libri, tanto la tessera ormai l’avevo fatta, per assistere ad un paio di eventi che m’interessavano. Lunedì mattina poi sveglia presto, ancora mal di denti, e sono andato a risolvere una faccenda burocratica sull’Ardeatina, ancora raccordo e traffico, raccordo e traffico, e nel pomeriggio ho fatto ritorno a Frigolandia.
In tutto ciò, la settimana è fuggita in fretta. Giornate ventose, i primi freddi, tanti brodi e ore a leggere e a scrivere. Intanto ieri per un attimo ci avevano fatto credere che il Governo poteva pure cadere, ma poi è andata come tutti sanno. Oggi c’è la manifestazione. Sono idealmente in piazza. Non posso muovermi che c’è un po’ di cose da fare, da scrivere, da sistemare. Le scadenze sono impellenti. Spero che a Roma, e in tutt’Italia dove si protesta, sia una grande manifestazione di popolo. La situazione, in generale, non lascia presagire esiti positivi. Il Re resiste. I congiurati tramano per detronizzarlo. Le piazze urlano, s’agitano, scalpitano. Ma tutto rimane irrimediabilmente fermo. L’elemento di rottura, il trauma, non si vede all’orizzonte. Eppure ogni giorno la disarmante catastrofe è continua e onnipresente ai nostri occhi, come un bombardamento infinito di notizie e aggiornamenti dell’ultim’ora. Un altro mondo è impossibile, dice il vecchio. No, risponde il giovane, un altro mondo è possibile. Ma è storia vecchia. Si ritorna in piazza, la gente ricomincia a parlare per cercare di colmare il vuoto politico che lascia il Palazzo e incombe sulle nostre vite quotidiane, sui salari ribassati, sugli aumenti di ogni bene necessario e non. Ma non è semplice. Gli avvoltoi sono pronti, appollaiati, osservano la scena, aspettando le prime morti per cibarsi della carcassa esanime.

Gianluca Liguori

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2 Responses to Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 6

  1. Massimo Vaj says:

    Nonostante tutto

    Qualcuno, giovane o anziano che sia, riesce a ipotizzare che la realtà sia conseguenza della solidificazione di una menzogna?
    È lecito credere che non sia la verità a sostenere l’universo e, con quello, ogni suo infinitesimo componente?
    Verità non significa buono o cattivo, ma indica obbediente alla libertà che, per realizzarsi, ha bisogno di sbarre che la rinchiudano.
    Ognuno di noi è prigioniero di se stesso e sbarra per qualcun altro. Il nostro esistere comporta responsabilità, diritti e doveri funzionali a un fine che non può essere diverso dalla finalità verso la quale la vita intera tende l’arco delle proprie possibilità.
    La Perfezione, per essere totale, deve mettersi alla prova nell’imperfezione. Ognuno di noi è la conseguenza di una Perfezione che affida le sue ali ai nostri muscoli, il suo orizzonte ai nostri occhi e nasconde la volontà nelle leggi eterne che riempiono i cieli.
    Leggi che si affidano al donare per avere e all’avere per donare.
    Chiunque contrasti, nella libertà che gli è concessa, la Libertà del tutto, dovrà lottare contro l’universo intero che lo ama nonostante tutto.

  2. Pingback: Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 10 « Scrittori precari

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