La società dello spettacaaargh! -18

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Caro Jacopo,

il tuo discorso sulla vittima mi ha fatto venire in mente una delle prime pagine de La società dello spettacolo, quando Debord dice: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini», spettacolo che, nella rappresentazione, distanzia ciò che una volta era direttamente vissuto, e spettacolo che, nelle emozioni che suscita, ci lega a quelle rappresentazioni, e alla realtà che incarnano, che non è la realtà, ma una realtà. Una realtà però che, pompata emotivamente, ingigantita, dilatata e moltiplicata crea, di emozione in emozione, di relazione sociale in relazione sociale, una realtà che per noi è la realtà, anche perché, per l’appunto, non è nostra esperienza esclusiva, ma è inserita in una rete di rapporti sociali (credo che a Debord Facebook – libro, faccia – non sarebbe piaciuto).1 Ma è l’immagine il problema, o il nostro modo di guardarla?
Vedi, e uso questo verbo non a caso, forse noi dirigiamo la mente su un punto parziale, ragionando di immagini e, nell’accezione che hai dato e che condivido a queste particolari immagini, di idoli. Perché il concetto di idolo non è solo nella cosa-immagine, è anche in ciò che si vede, nello sguardo, ed è anche nell’idea che poi filtra come un velo altre immagini e altre cose, generando false percezioni. Lontano da quella prima immagine, si forma in noi l’idolo come categoria interpretativa. Tanto è vero che etimologicamente idolo rimanda a tre termini: immagine, idea, vedere. È un triangolo che mette in scacco la nostra relazione col mondo. Piangere la «piccola Sarah» e identificare il mondo sulla base di quel sentimento, in una grottesca versione del motto cartesiano che slitta in provo, dunque esiste, fa sì che il tetto del mondo si misuri sulla base di quel sentimento: se induco un’emozione, induco anche una visione del mondo che diventa mondo per la persona in cui l’emozione è indotta. Poiché a ciò è associato un modello produttivo e culturale che espelle la complessità, il risultato è che il tetto del mondo è misurato dai sentimenti, non dai pensieri o dalle esperienze. Non esiste la cosa in sé, esiste il riflesso della cosa in sé, e questo riflesso io lo concepisco su base emotiva, o meglio, ho imparato a concepirlo su base a-critica. Una base emotiva però cui sono stato ‘educato’ attraverso un modello produttivo che, invece di rifiutare l’osceno (la provocatoria «merda» kunderiana), decide che può diventare merce nell’industria del kitsch, abolendo attraverso il sentimento l’oscenità. Perciò la vittima, quando è resa merce, serve per rendere le emozioni funzionali alla produzione.
Non è che tutto ciò che è sentimento, emozione sia kitsch, e che dunque il disincanto sia l’antidoto: per come la vedo io, una simile visione sarebbe una idolatria del disincanto (perché si vuol vedere solo quello a priori, e l’immagine che nella nostra mente sovrapponiamo alle cose). Ma l’emozione è una porta che si apre, un varco, un legame tra noi e qualcos’altro. Questo varco, questo legame, questa porta non può essere però considerata il limite invalicabile. Il problema del kitsch dunque è che rende il sentimento alfa e omega nella relazione con qualcosa. Nella sfera personale ciò ha un valore. Ma il sentimento è parte consistente di un sistema produttivo in una società di massa, ciò ha l’effetto di produrre su vasta scala una visione del mondo in cui è negato il trascendente. Una visione in cui, per riprendere la metafora di Federica, se sto dentro il pullman e non faccio vroom vroom allora sono insensibile, visto con sospetto. È il kitsch totalitario.
Camus risolve il discorso sull’arte con il concetto di rivolta, e la sua visione, ancora una volta, mi sembra la più sensata, poiché ha quanto meno il coraggio di affrontare il tuo acutissimo dilemma. Naturalmente non sono d’accordo col tuo amico marxiano, per il semplice fatto che pone il flautista nell’ottica utile/inutile, laddove il punto centrale, nell’arte, è l’essere creatori, l’essere rivolta, e non rivoluzione. La considerazione sul flautista comporta, inconsapevolmente, l’aver introiettato il modello produttivo attuale. Chiudo dunque questo mio post con la citazione di Camus che ti avevo detto. Come al solito tende a sgusciare via, a farsi inafferrabile, ma la conclusione, giocata sul rapporto tra Shakespeare e il ciabattino è inequivocabile:

In arte, la rivolta si adempie e si perpetua nella vera creazione, non nella critica o nel commento. A sua volta, la rivoluzione può affermarsi soltanto in una civiltà, non nel terrore o nella tirannia. I due interrogativi che ormai il nostro tempo pone a una società costretta in un vicolo cieco, è possibile la creazione, è possibile la rivoluzione, ne fanno uno solo, che investe la rinascita di una civiltà.
La rivoluzione e l’arte del ventesimo secolo sono tributarie dello stesso nichilismo e vivono nella stessa contraddizione. Esse negano quanto tuttavia affermano nel loro movimento stesso e cercano ambedue uno sbocco possibile, attraverso il terrore. La rivoluzione contemporanea crede d’inaugurare un nuovo mondo, ed è soltanto la conclusione contraddittoria del vecchio.
[…]
L’arte contemporanea, perché nichilista, si dibatte anch’essa tra formalismo e realismo. Il realismo, del resto, non è meno borghese – ma allora a fosche tinte – che socialista, e qui diviene edificante. Il formalismo appartiene tanto alla società del passato, quando è astrazione gratuita, quanto alla società che si pretende dell’avvenire; esso definisce allora la propaganda. Il linguaggio distrutto dalla negazione irrazionale si perde in delirio verbale; sottomesso all’ideologia determinista, si riduce alla parola d’ordine. Tra i due, sta l’arte. Se nella sua rivolta l’uomo deve rifiutare ad un tempo il furore del nulla e il consenso alla totalità, l’artista deve sfuggire insieme alla frenesia formale e all’estetica totalitaria della realtà. Il mondo di oggi è uno, effettivamente, ma la sua unità è quella del nichilismo. La civiltà è possibile solo se, rinunciando al nichilismo dei princìpi formali e al nichilismo senza princìpi, ritrovi la via di una sintesi creatrice. Allo stesso modo, in arte, il tempo della glossa perpetua e del documentario agonizza; annuncia allora il tempo dei creatori.
Ma arte e società, creazione e rivoluzione devono, per questo, ritrovare la fonte della rivolta in cui rifiuto e assenso, singolare e universale, individuo e storia si equilibrano nella tensione più dura. La rivolta non è in sé un elemento di civiltà. Ma è premessa ad ogni civiltà. Sola, nelle strettoie in cui viviamo, permette di sperare l’avvenire del vagheggiato da Nietzsche: “Al posto del giudice e del repressore, il creatore.” Formula che non può autorizzare la risibile illusione di una città retta da artisti. Essa chiarisce soltanto il dramma della nostra epoca in cui il lavoro, interamente sottomesso alla produzione, ha cessato di essere creatore. […] Sarebbe ingiusto, e del resto utopistico, che Shakespeare reggesse la società dei ciabattini. Ma non sarebbe da meno disastroso che la società dei ciabattini pretendesse di fare a meno di Shakespeare. Shakespeare senza il ciabattino serve d’alibi alla tirannia. Il ciabattino senza Sahkespeare viene assorbito dalla tirannia, ove non contribuisca ad estenderla.

Matteo

1 Correggo qui in parte il tiro di quando avevo parlato «idealmente» di accordo categorico con l’essere per il modello tecnocratico. Il termine era improprio, perché non è una prospettiva ideale. In realtà volevo dire che l’espulsione della complessità, di tutto ciò che dubita e dunque rallenta il mantra della produzione e dell’utile, crea il presupposto di questa falsa percezione, ossia che una volta espulsa la complessità si sarà in accordo categorico con l’essere, che detta espulsione permetta l’accordo categorico. Il kitsch, in tal senso, espelle la complessità attraverso il sentimento, poiché non ammette ciò che turba quel sentimento.

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6 Responses to La società dello spettacaaargh! -18

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  2. Tra il botta e risposta avete scritto un bel libro, complimenti 🙂

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