La “Vera” Sindrome di Cenerentola

Questo breve saggio compare in risposta al precedente intervento di Antonio Romano.

Tutti noi conosciamo la favola di Cenerentola, la storia di una bellissima ragazza povera, non amata dalla sua matrigna, una ricca nobildonna con due figlie acide che, costretta a fare la serva, sogna l’arrivo del bel Principe Azzurro con il suo destriero bianco, che la riscatta da una vita di sacrifici e umiliazioni e la fa vivere per sempre felice e contenta. La psicologia comune definisce quindi la ricerca affannosa di un uomo bello, ricco e forte, delle ragazze d’oggi e di ieri, come Sindrome di Cenerentola. Una ragazza, per quanta istruzione, indipendenza materiale e spirituale possa avere, guardandosi in giro, in cerca di un uomo, un fidanzato, mossa dalla sua fisiologica tempesta ormonale, sarebbe invece guidata, secondo la moderna interpretazione della favola, da una patologia vera e propria. Potrebbe essere, anche se trovo questa relazione assai discutibile, ma non è questo di cui voglio argomentare.

La favola continua con l’intervento di una Fata (apparentemente) buona, che, presa a compassione, dà a Cenerentola la possibilità di conquistare il Principe Azzurro, trasformando i suoi vecchi stracci in un sontuosissimo vestito, completo di scarpette di vetro, i topi con cui condivideva la soffitta in bellissimi cavalli bianchi, e una banale zucca in una principesca carrozza dorata. Fin qui tutto bene, l’autore… mostra una gran fantasia e immaginazione. La storia continua con la Fata che, eseguita la spettacolare magia e accontentata Cenerentola, pone il suo diktat: «Tutto questo sarà tuo, potrai incontrare e far innamorare di te il Principe, ma solo fino a Mezzanotte, dopo di che, dovrai rientrare a casa, perché l’incantesimo finirà e tutto tornerà come prima!»
A questo punto della favola ho capito qual è sempre stata la Vera Sindrome di Cenerentola, quello che ha realmente tormentato intere generazioni di bambine prima, giovani donne dopo e che continuerà a farlo, fino a che non si prenderà collettivamente consapevolezza del messaggio subliminale insito nella favola. La “vera” Sindrome è la Mezzanotte, è il limite di tempo, è il diktat, che se non rispettato fa decadere tutti i privilegi, la fiducia, la libertà, la fa tornare prigioniera, schiava del suo mondo, visibile per quello che è veramente. Una giovane donna ha sì il permesso di poter uscire la sera, di potersi fare bella, di sfoggiare il suo vestito migliore, di usare la lussuosa macchina di papà, ma deve rientrare presto, perché altrimenti diventa una poco di buono, un’inaffidabile, una persona irresponsabile, che disubbidisce agli ordini, capace solo di mettersi nei guai. Mancando quest’appuntamento, decade la fiducia del genitore e decadono molti altri privilegi, tra i quali quello più importante, di vivere credendo e sentendosi una vera principessa. È il limite sociale imposto alla donna da sempre, mascherato dalla falsamente amorevole esigenza di protezione dell’uomo, creato solo per limitarne la libertà e perpetrare la sua sottomissione. Il limite dell’orario le fa vivere con ansia tutta la serata, le fa vivere una favola a tempo, tra poco finirà e tutto tornerà nella banalità e nella noia del quotidiano. Quanto corre per rispettare questa mezzanotte, quanto si affanna per rientrare in orario, per non perdere il privilegio, anche se per poche ore, di sentirsi diversa, una donna autonoma, bella e importante come una principessa!
Nella favola anche Cenerentola, allo scoccare della mezzanotte, corre come una disperata giù dalla scalinata, terrorizzata di mostrare se stessa e la vera vita che conduce, tanto da perdere persino una scarpetta. La scarpa è simbolica, è una traccia di sé, un numero di cellulare, un regalo, una sciarpa dimenticata, per essere cercata e ritrovata in seguito.
La favola rappresenta, quindi, una sindrome ben più grave. Le giovani ragazze mancano fondamentalmente di sicurezza e fiducia di sé, ma non è solo una questione di crescita. L’evoluzione interiore di una giovane donna non avviene solo compiendo gli anni, con questo magari invecchia, ma con la libertà di vivere se stessa, con lo spazio e il tempo che le sono concessi. Una Fata buona è un genitore che insegna a vivere con consapevolezza e secondo la propria coscienza, altrimenti è una Fata “apparentemente” buona. Io, come donna, mi ritengo fortunata perché ho potuto godere dell’illuminazione delle mie Fate buone, che, fortunatamente, da bambina non mi hanno mai letto la favola di Cenerentola.

Daniela Rindi

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3 Responses to La “Vera” Sindrome di Cenerentola

  1. La mia invece è una favola la contrario: ero una principessa, poi ho incontrato il mio principe e adesso faccio la Cenerentola. Come la mettiamo? 😛

  2. Lallero says:

    Me ne sono accorto solo ora di questo post. Sono un tremendo distratto. Comunque diciamo che siamo d’accordo: le favole, alle donne, fanno sempre male. 🙂

  3. Sherry says:

    Cavolo!
    …e pensare che è sempre stata la mia preferita…

    …ora capisco tante cose…

    Molto bello questo saggio.

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