La società dello spettacaaargh! – 22

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Caro Jacopo,

beato te che non devi mettere il punto dopo una settimana come quella che abbiamo passato. Ma va bene, tu hai iniziato, io metterò una “FINE”. Non la FINE: quella la mette il caso, o Dio, o la BCE. Spero non risulti una patetica e debole fine: è che in tasca pure io non ho molto, se non questa fine, di cui sto per scrivere.

Nei momenti in cui guardando avanti c’era per me solo buio, o nebbia, o deserto, o quando mi sono sentito cadere addosso le stelle, come a te nel sogno che racconti, ho sempre cercato di guardare dentro, e indietro. Ché nei momenti di crisi, ho imparato, si vive uno strano, atavico terrore di separazione (come da etimo), ci si sente chiamati a prendere una scelta, o si ha questa urgenza che preme senza che si vedano possibilità. C’è la consapevolezza angosciante di non essere in un film di Frank Capra, per cui poi arriva l’angelo a mostrarci come sarebbe andata se, e noi vediamo che sarebbe andata da schifo, così poi torniamo a casa davanti all’albero ad abbracciare tutti, ridendo come uno strafatto di anfetamine. Nella realtà succede invece che, nei momenti più bui, noi pensiamo qualcosa come merda, magari è l’altro me, quello che non è mai esistito perché ho fatto quella certa scelta, o quell’altra, che a Natale abbraccia tutti sorridendo come se fosse strafatto di anfetamine, e io sono quello stronzo e sfigato.

A me questo è capitato soprattutto quando ho dovuto saltare nel buio, perché a fronte di ogni analisi c’era un’unica costante, in mezzo a quei pezzi che non combaciavano, o che combaciavano ma mi lasciavano dentro un senso di incompiutezza, un «è tutto qui? Perché continui a non sentirti a posto?»; è capitato ogni qual volta ho dovuto separare una parte di me, che andava coltivata e, sentivo, preservata, da contesti che, per quanto me la raccontassi bene, non mi rendevano felice, o sereno. Non mi rendevano “me”, anche se magari non riuscivo, a parole, a rispondere alla domanda “chi sei?”.
E, ti giuro, ho incontrato gente così imbecille in vita mia che magari ora, leggendo queste mie parole, è capace di pensare «vai, c’ho gusto, allora ti stai pentendo, eh? Eh? Lo sapevo che ti saresti pentito, tiè!» perché purtroppo la nostra incapacità di pensare in termini diversi da «Io! Io! Io! Io!», come pigolanti egocentrici è difficile da ammettere e dunque da mettere da parte; e naturalmente non è un fatto che si risolve attraverso la scelta di questo o quell’altro pronome.
Ogni volta, prima di una scelta per me cruciale, o prima di rompere un guscio che un attimo prima mi sembrava infrangibile, ho fatto i conti con sensazioni simili, constatando, poi, quanto fosse stata piccola la mia mente, prima, e incapace di andare oltre quella piccolezza, e dunque a perdonare questa piccolezza e a pacificarmi con me stesso. Ma in ciò che ho trovato oltre, e dopo, mi sono trovato sempre meglio, più libero, più lieve, e non certo perché nel frattempo siano diminuiti i problemi. Ma, capisci, quando le stelle cadono, cadono per tutti. E mi viene in mente una favola zen che ho capito solo dopo molto tempo e molti errori, ma ti assicuro che, ora, quando mangio una fragola non permetto a nessuno di dirmi «ma come? Perdi tempo a mangiare fragole? Ti sembra questo il momento?» o di farmi sentire in colpa con un ricattatorio «ma come puoi mangiare fragole mentre la gente muore di fame?»:

Un giorno, mentre camminava attraverso la foresta, un uomo incontrò una feroce tigre. Si diede immediatamente alla fuga per salvare la propria vita e la tigre lo inseguì.
L’uomo arrivò al bordo di un dirupo e la tigre lo stava per raggiungere. Non avendo scelta, si arrampicò giù per il precipizio, tenendosi con entrambe le mani ad una pianta di vite.
Appeso sul dirupo, l’uomo vide sopra di sé la tigre. Guardò verso il basso e vide un’altra tigre, che ruggendo attendeva la sua discesa. Era tra due fuochi.
Due topi, un bianco ed un nero, apparvero sulla vite a cui si aggrappava e, come se la situazione non fosse abbastanza grave, cominciarono a rosicchiare la pianta.
L’uomo sapeva che se i topi avessero continuato a rosicchiare, ad un certo punto la vite non avrebbe più potuto sostenere il suo peso, si sarebbe rotta e lui sarebbe caduto. Provò a mandare via i topi con le sue grida, ma questi tornavano sempre a rosicchiare.
Ad un certo momento, notò una fragola che cresceva sul dirupo, non lontano da lui. Era rossa e matura. Tenendosi alla vite con una mano e raggiungendo la fragola con l’altra, la colse.
Con una tigre sopra, un’altra sotto e due topi che continuavano a rosicchiare la vite, l’uomo assaggiò la fragola e la trovò assolutamente squisita.

Tu in passato hai posto la domanda «a che cosa serve ciò che non serve?». Ecco, io ho imparato che l’arte, così come l’ho vissuta dentro di me, serve (e per me servire non è una brutta parola, perché servire vuol dire essere in grado di farsi piccoli, di andare verso il mondo senza ricercare l’utile) a muoverci verso il vero attraverso il bello. Attenzione, il bello non è il piacevole o il dilettevole: quest’ultimi dipendono dal gusto, sono qualcosa di soggettivo, più legate alle mode e alle convezioni. Il bello è quel mistero per cui gli uomini, ad esempio, se assistono al fragore improvviso di un tuono provano un misto di paura e soggezione. Il bello è ciò che colpisce nella vastità di un panorama, ancora prima di prendere una macchina fotografica perché magari abbiamo smarrito la forza della contemplazione, e abbiamo bisogno di produrre immagini per possederle. Il bello è nella persona che scopriamo in noi di amare ancora prima che questo sentimento generi un qualunque desiderio.
Il bello non è in divenire, lo è nelle forme che l’arte vi conferisce per renderlo intellegibile, per cui ho imparato che, ad un certo punto, nel vivere l’arte a qualunque livello, ci sono contesti in cui essa va abbandonata in favore del vero; sennò diventi un contadino che ara perché affezionato al gesto, non curandosi della semina o delle stagioni.
È qualcosa che forse hai carpito nella poetica della minima importanza di cui hai parlato a proposito di Piscitelli, e che a me ad esempio capita quando le parole diventano un frastuono, e non riesco a sentirle se non pensandole, e non riesco a pensarle se non imponendomi l’adesione a qualcosa che non è più me, ma è l’idea che ho di me. Senza verità, ossia senza un certo tipo di attitudine, di tensione dell’animo, non c’è bellezza, c’è una menzogna tecnica, o esageratamente psichica. Leggi, magari è scritto bene, ma non ci credi, non ti arriva, non ti sorprende, non sorge in te nulla di intenso durante la lettura, e il tutto si ferma allo sguardo, o a quei saggi di critica che ci permettono di sentirci intelligenti mentre li applichiamo al testo (oh che grande vittoria!).
Penso sia anche per questo che a un certo punto entrambi abbiamo sentito che questo nostro scambio stava perdendo qualcosa, come abbiamo scoperto confrontandoci a un certo punto. Forse è diventato qualcosa che facevamo, e non la traduzione in parole di qualcosa che sentivamo, che siamo. O semplicemente è subentrata una fatica che prima non c’era, è arrivato l’autunno e ora siamo qui, d’inverno, a contemplare rami denudati, il farsi fine di un ciclo. Se prima il vero consisteva nello scrivere, piano piano è diventato vero cercare di mettere un punto, di fermarsi per non arrivare a simulare l’urgenza.
Ecco, spero che la prossima volta in cui dovrai compiere una scelta difficile, tu possa pensare a chi vorrai con te dopo quella scelta, piuttosto che in termini di giusto o sbagliato (soprattutto se dovrai andare per boschi a combattere droni: scegli persone con 10/10 di vista e una buona mira!). Se le stelle cadono, la giustizia che le fa cadere credo sia un po’ fuori della nostra portata.

Matteo


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2 Responses to La società dello spettacaaargh! – 22

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