Abbinamenti

Una cosa che, a pensarci adesso, mi viene proprio da ridere. Non so come faccia a dimenticarla e a ricordarmene solo ogni tanto. Ma quando è successo giocavo a essere talmente compunto che non potevo essere in grado di riderne. Ero serio perché mi servivano soldi. Ed era estate ed avevo qualcosa in mente. Un progetto per l’estate, ad esempio. E infatti, era estate e non facevo altro che andare su e giù, ogni giorno, per Ponte Marconi.
Dal punto della città da cui arrivavo il Gazometro era la mia stella polare e, ogni volta che ritrovavo i tubi d’acciaio che giravano in tondo, mi orientavo alla perfezione. Era da lì che mi sentivo già nel pieno delle mie funzioni. Smettevo la mia aria distratta e cercavo l’aspetto da adulto affidabile. Andavo su per Ponte Marconi la mattina e giù la sera. Arrivavo lì, a via della Vasca Navale e immaginavo quanto dovesse essere grande una vasca navale, poi basta, saltavo i marciapiedi. Entravo di corsa dall’entrata secondaria. Bussavo a una porta di ferro verde e un inserviente mi apriva.
Non si parlava molto lì dentro. L’aria era piuttosto fumosa anche quando si stava all’aperto e già si intravedevano le piste. Costeggiavo le tribune e l’angolo destinato alla stampa dei giornalisti di quartiere. C’era un brusio che all’inizio era quasi piacevole. Sembrava ti tenesse compagnia ma, alla fine del turno, ti trapanava la testa. Non riuscivi più a far star zitto quel sottofondo fatto di niente. Fatto di parole indistinte e senza senso. Quel ciarlare sincopato fatto di affermazioni, esclamazioni, sfide e ricompense. Fatto di vittorie e sconfitte. Di parole misurate. Di aggettivi strani, di nomi mai sentiti. Alla terza ora non riuscivo a distinguere più nulla. E senza sentire la fine di ogni frase ero portato a pensare quello che più mi piaceva. Potevo fumare in santa pace lì dentro senza paura che qualcuno mi chiedesse di spegnere la cicca. Lì potevo stare dovevo volevo. Potevo scegliermi il mio angoletto. Ne avevo scelto uno un po’ buio, per la verità. Ma vicino all’ingresso. Per via che c’era più transito.
Era piuttosto comodo per me. Mi sfilavano tutti davanti. I professionisti di lunga esperienza si fermavano da me appena varcata la soglia di quel bunker aperto ai lati e illuminato. Gli altri, i non esperti, li riconoscevi immediatamente. Entravano. Si guardavano un po’ intorno con l’aria di chi vuol far finta di saperla lunga. Invece si vedeva lontano un miglio che non sapevano nulla. Si guardavano intorno. Poi si fissavano sui tabelloni. Cercavano di sbirciare da sopra le spalle di chi stava più avanti e cercavano di copiarne i gesti, o di capire i passi da compiere. Poi, saltellando, si avvicinavano timidi e si rivolgevano a me. Nessun grande discorso. Qualche informazione spicciola, la cassa, i bagni, le piste, i tabelloni. Qualche indicazione. Qualche dito puntato e rivolto verso il servizio che richiedevano. Nulla di più.
Altri ancora, poi, da me non ci venivano per niente. Ma, appena entrati, si scusavano dicendo che era la prima volta e che ci venivano solo per curiosità, solo per provare, così dicevano. Si recavano allo sportello da soli senza passare da me. Quelli, potevi star certo, non li avresti visti più.
A volte stavo seduto. A volte stavo in piedi. Il panorama non cambiava. Ogni tanto sentivo i cani abbaiare. Mi piacciono i cani. Li trovo simpatici e impegnativi. Mi piace accarezzarli. Ma quelli che sentivo abbaiare non provavo mai a toccarli. D’altro canto ero lì per lavorare, e il mio lavoro volevo farlo bene. Se fossi andato bene mi avrebbero chiamato una seconda volta. Non si sa mai. Meglio stare al proprio posto.
Ogni tanto mi annoiavo. Non sapevo cosa fare. Dopo una settimana non mi divertivo neanche più a distinguere da lontano i clienti abituali da quelli saltuari. I discorsi erano sempre frammentati. Pezzetti di tempo perso, buttati giù a manciate casuali. Non sapevo proprio cosa fare. Lì dentro, non si poteva essere proattivi come consigliavano tutti ogni volta che parlavi di lavoro. L’efficienza non era richiesta. Ogni tanto avevo provato a portarmi qualche libro. Ma in quell’angolo non c’era tanta luce. E poi, dovevo interrompere spesso la lettura. Non riuscivo a tenere il filo delle frasi più lunghe. Mi distraevano. Dopo un paio di tentativi e incipit sbocconcellati ho deciso di lasciare stare. Almeno mi sarei risparmiato il peso dei volumi.
Dopo dodici giorni non mi interessavano né i cartelloni né le copertine lasciate disordinatamente qui e lì. Né i giochi di luce che riuscivo a inventare mettendo in fila i cavi della luce in una dimensione prospettica, con i ferri che tenevano insieme le gabbie attorno alle piste. Non mi divertiva più niente. Mi chiedevo come avrei potuto descrivere l’esperienza maturata per iscritto, sul curriculum, mi chiedevo cosa m’avrebbe fatto trovare un altro lavoro.
Mi annoiavo. Mi annoiavo. Mi annoiavo. Sapevo annoiarmi senza disperarmi. Questo stavo imparando.
Ho provato a distrarmi cercando di fantasticare. Mi ripassavo nella testa tutti i culi e le tette che avevo visto attraversare Ponte Marconi. Ma poi mi rivolgevano qualche breve domanda e inciampavo e dovevo ricominciare sempre da capo. Non arrivavo mai alla fine – tutto d’un fiato – e allora perdevo la pazienza anche con quel gioco lì. Insomma, alcuni pensieri vanno fatti con calma. Non si può mica abbinare un culo alle tette sbagliate. Allora ho smesso.
I telefoni cellulari non c’erano. Non potevo chiamare nessuno. Non potevo farmi chiamare da nessuno. Non potevo scrivere e non potevo leggere messaggi. Tanto sarebbe stato uguale. In quel posto fatto di ombre e semiombre. Mi sarebbe piaciuto ascoltare la musica, ma il problema era sempre lo stesso, quel brusio invadente non mi avrebbe fatto capire i testi e non mi avrebbe fatto rispondere canticchiando alle domande altrui. Mi piacevano testi impegnati, complicati, musiche studiate a tavolino e arpeggiate con la chitarra, mica quelle cose orecchiabili che puoi indossare senza impegno in tutte le occasioni.
Al ventesimo giorno di lavoro ho imbracciato un’illuminazione. Vendevo giornali e non avevo mai aperto il giornale che vendevo. Lavoravo al cinodromo e vendevo un giornale che si chiamava Il cinodromo. La fantasia non era richiesta. Ho abbassato lo sguardo sui titoli e recitavano cose come La scalata verso il successo. Compravendita sospetta. Cibi adulterati. Un altro campione all’orizzonte. La nuova generazione avanza. Come prepararsi alle grandi sfide. Velocità e sorpassi.
I sottotitoli erano anche migliori. Guida al risultato sicuro. Come passare dal gioco al riscaldamento mirato. La nuova trittica: vincente e sospetta. Dal garrese alla coda. Modificati gli indicatori di performance. Pelo lucido senza spazzola.
Alle ultime pagine sembrava di leggere le quotazioni in borsa, ma erano quelle delle scommesse. Erano scritte fitte fitte. Piccole. In una pagina era riassunto tutto l’andamento e le vincite della settimana precedente. Non lo so dove, come e chi stampasse quel giornale. Ma c’era anche la sezione destinata alle nuove nascite. C’erano anche gli auguri ai proprietari dei cani. Poi, una sezione dedicata all’alimentazione canina prima e dopo lo sforzo agonistico. Poi, c’era una sezione dedicata solo ai levrieri. Poi, c’era qualche notizia sui lavori di ristrutturazione che erano stati preventivati per ampliare lo spazio delle corse e che non erano stati ancora avviati. Poi, qualche giornalista coraggioso cercava di sventare lo scandalo delle cessioni illegali e degli allenamenti irregolari. Di sostanze proibite non mi sembrava si parlasse.
Insomma lo leggo tutto d’un fiato. Dalla prima all’ultima pagina. Inserzioni pubblicitarie comprese. Mi ridesto a fatica.
Non mi spiegavo. Eppure lo compravano. Mi pagavano per venderlo e lo vendevo.
Mi risveglio. Mi chiedo. Mi guardo intorno. Mi spiego.
E così, mentre tutti lì intorno e dentro il cinodromo continuavano a combinare puntate con numeri e nomi di cani, ecco, si, io pure componevo i miei abbinamenti. Meglio continuare ad abbinare tette e culi, anche con le interruzioni. Meglio.
Ecco quei tre mesi che ho lavorato lì ho imparato che si vendono giornali brutti, che la noia è un sentimento che ti assale anche quando stai in mezzo alla gente e che la luce artificiale dà fastidio agli occhi. Ecco, quei tre mesi lì, mi hanno salvato gli abbinamenti.

Benedetta Torchia Sonqua

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: