Carta taglia forbice – 8

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Una grande città dell’Europa occidentale

Lei.

Sai, vedo un tizio che non chiede niente, non ha bisogno di rassicurazioni e non conosce i miei problemi di peso. Lo vedo che è fermo davanti al vetro, ma non bussa. Lo sento entrare senza dire niente. Non mi ricorda niente. Lo vedo così: salgo le scale che portano al suo appartamento, busso e lui mi lascia entrare. Sorride e mi chiede se voglio del succo d’ananas. Poi si spoglia. Lascia i vestiti sul pavimento. Mi dice, vieni con me. Vedo questo tizio perché non confonde i piani e non ha diritto di mentire. Tu dovresti conoscerlo. Ti piacerebbe. Non credo ti piacerebbe. Lo odieresti per il solo fatto che mi scopa. Così non può andare. Non devi far altro che vivere, smettere di provare terrore, smettere di odiare te stesso. Dovresti amarmi per il solo fatto che sono andata a letto con un altro. Dovresti amare lui e sognare l’immagine di noi due a letto. Mi hanno chiesto di te e ho mentito. Ho detto che stai bene. Non ho parlato a nessuno di come è finita, tranne a una decina di persone. Ma ognuno conosce solo un pezzo. Fare quello che ho fatto mi ha fatto stare meglio. Te lo consiglio. Una scopata non è solo una scopata. E’ un buco nella memoria, un palo che si conficca negli strati e smuove la terra. Una scopata è aprire gli occhi e – finalmente – capire. Non c’è solo il disprezzo, l’insofferenza, l’abitudine, le paroline magiche che trasformano gli eventi in storia, no, c’è dell’altro, e scopare apre una porta, una porta vetrata, e dietro c’è un tizio che non bussa, e io me lo scopo.

Lui.

Il problema è la lingua. Il linguaggio. Le parole. Le ex, per esempio, le cose che sono diventate ex e di cui il nostro frasario è pieno, carico. Ieri sono andato a trovare la madre della mia ex. Mi ha fatto vedere una foto della mia ex con il suo bambino appena nato e suo padre accanto, la faccia un po’ pallida. Poi la mia ex suocera mi ha chiesto dei miei genitori, se stavano bene, e poi mi ha chiesto se per caso non avessi qualche notizia, che ne so, ha detto, un figlio in arrivo.
Al mio ex lavoro il mio ex capo, uomo estremamente saggio, una volta mi ha detto che non si soffre per amore. Infatti la mia ex non ha sofferto quando ci siamo lasciati, perché per lei ero già ex prima che lo sapessi. Un amico mi ha detto che un ex tenente dei marines è diventato consulente per i narcos e che fa miliardi. Mia zia mi ha chiesto se vedo ancora la mia ex ex ragazza. La mia ex casa ha preso fuoco in un giorno di pioggia e nessuno ha pensato di spegnerla. Il bambino della mia ex assomiglia molto al bambino che avrei voluto avere, ma non è mio, è della mia ex. Un’altra volta il mio ex capo, uomo estremamente saggio, mi ha detto che le ex sono tutte uguali. La mia ex ex la vedo ancora, ho detto a zia, ma solo in piazze affollate, o in posti in cui le uscite di sicurezza sono segnalate come da normativa. Un mio ex amico è uscito di prigione e ha sposato la mia ex. Non so come abbiano fatto a programmare tutto, se lui era dentro e lei era ancora con me. La mia ex casa ha preso fuoco perché il mio ex amico l’ha incendiata. La polizia lo ha arrestato e la mia ex ha pianto. Io non avevo capito niente. Mia zia mi ha chiesto se la mia ex ex ha un buon lavoro. Ho detto a zia di smetterla con le domande sulle ex. E anche sulle ex ex. Il mio ex capo, uomo estremamente ripetitivo, un giorno che piangevo mi ha detto, non si soffre per amore.

Lui.

Quando ero piccolo guardavo sempre gli aerei sopra la mia testa e la mia casa perché la mia testa e la mia casa si trovavano a qualche chilometro dall’aeroporto. Di notte gli aerei li riconoscevi dalle lucette rosse intermittenti, e se li guardavi a lungo sembravano fermi nello stesso punto, tipo ufo o pianeti o stelle. Poi mi hanno detto che gli aerei in realtà aspettano il loro turno per atterrare e quindi è vero che aspettavano, facevano la fila per scendere a terra. Quando guardavo gli aerei non pensavo a niente. Era bello, distensivo. Piazzavo i gomiti sul davanzale e cercavo le lucette rosse. Era rilassante. Quando la gente ti dice che sei cresciuto abbastanza per non provare più certe cose dovresti tirarle un pugno in faccia perché non c’è niente di meglio che provare certe cose. Tipo l’assoluto vuoto. Tipo l’ignoranza. Certo, non posso dire che la mia relazione con la vita sia sana, ma qualsiasi sciroccato pensa che lo sia, mentre io so, io so bene che non lo è. E tutto torna, prima o poi, tutto si scioglie o si ricompone, e capisci la cosa, la cosa che ti strappa i pezzi di dentro come un demone ingoiato per sbaglio. Per esempio io ho capito che la mia relazione con la vita non è sana quando mi sono visto da fuori, giuro, da fuori come in una fotografia, ma non statica, una fotografia liquida, in cui tutte le parti erano in simbiosi con il presente e con il futuro. Ho visto me stesso e ho detto, cazzo, che schifo di uomo.
Però non mi sono lasciato andare, non ho lasciato che la mia vita andasse per conto suo. Ho detto, no cazzo. E così sono andato a trovare mia madre. Lei non era contenta di vedermi, aveva le sue ragioni, ma a me è dispiaciuto comunque. Poi sono andato a trovare mio padre. E lui ha finto grande interesse per la mia depressione, ha detto cose tipo, ragazzo mio ce la faremo, oppure ha detto cose come, anch’io alla tua età, con due figli, una moglie alcolizzata, un padre in fin di vita, una madre morta suicida, ecco, anch’io ero piuttosto depresso. Così sono tornato a casa, e ho pensato a lungo a mio padre, a mia madre, alla mia relazione con la vita. In cucina c’era puzza di bruciato, così ho aperto la finestra. Il toast che m’ero fatto a colazione era ancora sul tavolo. Non mi ero accorto di avere fame prima di vederlo. Iniziai a masticare pezzettini e provavo piacere, pezzettini e piacere, e poi ho dato un’occhiata fuori, così, dalla finestra aperta, e ho visto delle lucette. Rosse. Intermittenti.

Marco Lupo

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