Carta taglia forbice – 9

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Una piccola città dell’Europa occidentale

Lei

Il Tempio è una cosa importantissima nella vita delle persone e anche nella mia. Io posso essere me stessa, nel Tempio, posso infilare il filo nella cruna e sentire l’odore della fede. Da quando sono piccola i miei genitori mi portano tutte le domeniche al Tempio, che è la chiesa dei Santi degli ultimi giorni. Noi siamo mormoni. Così ci chiama la gente. Ci chiamano mormoni perché noi leggiamo il libro di Mormon, che è il testo, la nostra Bibbia, e che è stato scritto quasi due secoli fa da Smith, un uomo illuminato. Non so dire in cosa siamo diversi dagli altri, perché in realtà frequento soprattutto persone del Tempio, e persone che in altre città vanno in posti simili al Tempio, che anche loro chiamano Tempio. Un giorno che pioveva a dirotto e le scarpe mi si erano infradiciate, un ragazzo del Tempio, un ragazzo biondo ma un po’ calvo, mi chiese se volevo un passaggio. Ci siamo innamorati all’inizio, da subito. Lui guidava benissimo e io mi godevo il passaggio. Il primo bacio ce lo siamo dati due mesi dopo, però la mano già ce la davamo da prima. Quando stavamo insieme da sei mesi, un giorno che non pioveva anche se il meteo aveva detto il contrario, io e lui ci eravamo seduti in soggiorno da me. Lui si era tagliato i capelli, perché diceva che è meglio essere calvi che ridicoli. A me piaceva tanto comunque, e il tè era quasi pronto. Ci baciavamo tanto, e lui provava spesso a toccarmi le tette, ma io glielo impedivo, bastava che mi fermassi e lui capiva. Però quel giorno non mi andava di fermarlo. Così lui prese i miei capezzoli tra le dita e io mi spogliai. Eravamo vergini.
Il giorno dopo lui andò al Tempio, perché avevamo deciso che la cosa doveva essere raccontata al Profeta. Il Profeta gli diede udienza all’ora di pranzo e lui rimase nella stanza del Profeta per tre ore. Quando uscì non mi guardò in faccia e non disse nulla.
Non so cosa si sono detti. Non so cosa lui gli ha raccontato. Non so se il Profeta lo ha punito. Non so niente perché a me non fu concesso di parlare con il Profeta.
So solo che una settimana dopo mi ha lasciata e che da allora non mi parla più.

Una piccola città lontana dall’Europa occidentale

Lei

La birra le prima volte che la bevi è amara. Il vino le prime volte che lo bevi è aspro. La tequila le prime volte che la bevi è come una felpa troppo grande. Il whisky le prime volte che lo bevi è come quando sbatti il ginocchio su un angolo, fa male e ti dà piacere allo stesso tempo. La vodka le prime volte che la bevi ti stupisce. Il rum le prime volte che lo bevi è una poesia aromatica.
Ho iniziato a bere perché lui portava sempre qualcosa a casa, dopo il lavoro. Un giorno c’erano birre chiare, un giorno bottiglie di vino bianco da mettere subito in ghiacciaia, un giorno whisky o vodka o rum. Lui lavorava in un locale sulla Roosevelt Avenue, e tornava tutte le notti verso le tre. Una busta piena di alcolici e un’altra piena di dolci. Mangiavamo i dolci e guardavamo mezzo film in tv. Poi facevamo l’amore, che a volte era amore e a volte solo una scopata notturna. L’alcol mi piaceva, all’inizio, e mi sembrava chiaro che anche io gli piacevo.
La mattina mi svegliavo alle otto, preparavo la colazione e uscivo senza guardarmi allo specchio. Lui restava a letto fino alle due, le tre del pomeriggio. Il mio lavoro consisteva nel dare una mano agli anziani che vivono da soli in minuscoli appartamenti e che non riescono a svolgere le azioni secondarie: sanno lavarsi ma non riescono a cucinare, sanno mangiare ma non si ricordano come scegliere i cibi preconfezionati nei supermercati super-illuminati.
Quando tornavo a casa, verso le sette, lui era già scivolato dal letto, si era rasato, aveva fatto una doccia, era uscito. Allora io cenavo, poi lavavo i piatti, infilavo i vestiti sporchi nella lavatrice, chiamavo mia sorella, chiamavo mia madre, pensavo a mio padre, accendevo la tv per cercare un documentario. Poi mi alzavo, cercavo qualcosa da fare, e alla fine speravo solo di vederlo entrare con le buste belle cariche, i dolci da una parte e l’alcol dall’altra.

Lui

A mio padre e mia madre piace molto passare le domeniche sulla veranda. D’estate il giardino è pieno di sempreverdi e rose selvatiche e in primavera ci sono gli occhi del sole e le violette e d’inverno ci sono i rami spogli e la neve intorno. Ogni anno io e mio padre scartavetriamo il dondolo e lo dipingiamo di bianco. Ormai lo faccio da tanti da anni e posso dire di essere diventato bravo. In primavera mio padre sistema il televisore su un tavolino di plastica e mia madre prepara la limonata. Io accendo delle candele e le metto in fila sul muretto che separa la veranda dalla rampa del garage. Mi piacciono le candele aromatizzate all’arancia e anche mio padre le apprezza. Mia madre, invece, preferisce quelle alla vaniglia. Poco prima del tramonto siamo tutti seduti a goderci il cielo melanzana, le sfumature alla carota, il sole girasole che cade dietro la collina. Mia madre versa la limonata e mio padre serve la cena. Io gli passo i piatti e lui li riempie con un solo gesto, un’unica virata del polso. Poi mangiamo mentre il buio cola nella veranda e le farfalle sbattono contro le luci bianche.
Stasera, però, mio padre e mia madre non hanno mangiato. Sono rimasti immobili sui loro piatti pieni. Mentre masticavo li ho visti piangere. Mia madre ha reagito peggio di mio padre, ma credo che si riprenderà. In fondo sono persone comprensive. Hanno visto il mondo e un po’ lo conoscono. Sanno che una differenza non uccide, ma fortifica. Solo che non si aspettavano che loro figlio fosse ciò che è. Lo si può comprendere se succede ai figli di altri. Si è persino in grado di spiegare i motivi per cui non ci si deve preoccupare. Si è così sicuri, di fronte al vuoto degli altri, che quando capita a noi tutto sembra nuovissimo, diverso, inaspettato.
Le cose sono andate in questo modo. Mio padre mi ha fatto cenno di passargli il piatto e mentre lo riempiva mi ha chiesto di John, e io gli ho detto che con John è finita, che ora so che mi piacciono le ragazze, che mi sono innamorato di Liz, che la vita è splendida perché ti riserva sorprese inaudite. Mio padre ha perso il tempo e la fetta di sformato è finita sulla tovaglia. Mia madre ha ripetuto tre volte “perché?”.
Ora cerco solo di mangiare, anche se il buio sta colando dal soffitto.

Marco Lupo

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