Una vita da romanzo

Nel 1889 la letteratura italiana attraversò una piccola crisi perché a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro saranno pubblicati Mastro Don Gesualdo e Il piacere: da un lato si chiudeva il verismo naturalistico neopositivista e dall’altro si apriva il periodo del “poema moderno”, come ebbe a definirlo Angelo Conti.
Queste due scuole di pensiero e di scrittura si scontrarono essenzialmente sull’accidentato terreno della critica letteraria. Infatti, se Conti definì Il piacere un “poema moderno”, Luigi Capuana lo tacciò di scarsezza contenutistica (rileggersi Gli “ismi” contemporanei).
Per il critico siciliano il romanzo di d’Annunzio possedeva solo alcuni sprazzi di sostanza che, però, venivano soffocati da uno stile troppo elaborato e liricheggiante: esercitava la «malìa dell’artifìzio squisito». Per Conti, invece, si trattava dell’emanazione continua e prepotente dell’io dell’autore che permeava tutto il libro: era un genuino prodotto d’autore.
A dar retta a Conti, allora, si potrebbe perfino identificare ne Il piacere l’antesignano del post-modernismo, visto che del post-modernismo ha l’introspezione, le contraddizioni del personaggio e soprattutto l’illusorietà del fine: Il piacere è un libro fondamentalmente senza scopo, non ha – come direbbe Lyotard – una metanarrazione.

La corrente di Verga e Capuana si esaurì perché, probabilmente, ci si era resi conto che non era esauriente. Il verismo, infatti, ha di fondo l’oggettività esasperata e quindi difetta (paradossalmente) di verosomiglianza: uno stile troppo “oggettivo” è un po’ come la pretesa di far vedere con le stesse lenti un presbite, un ipermetrope, un miope e un astigmatico. È inevitabile che all’oggettività sfuggano gli aspetti contraddittori della vita, com’è inevitabile che un libro verista risulti sempre un pochino artefatto e ingessato, ingabbiato nei meccanismi precisi definiti dal suo autore.
Andrea Sperelli, invece, sembra vero proprio perché racchiude in sé aspetti contrastanti (contrastanti a detta di Capuana) come erotomania, profondità psicologica e drammaticità morale. Ma più che questa «improbabile» convivenza, Capuana doveva trovare davvero indigesta la sua non proporzione.
Non tollerava che Sperelli potesse essere uno solo di quegli aspetti pur comprendendoli tutti e tre. Questo è comprensibile: per Capuana i personaggi non erano altro che delle allegorie per descrivere un certo temperamento o una certa condizione. I personaggi veristi posseggono sempre e solo un’unica vocazione, non varie vocazioni insieme.
D’Annunzio, invece, descrive un esteta che si dedica all’amore, al pensiero e al sentimento. Forse, se si fosse dedicato a tutti e tre in uguale misura, Capuana non avrebbe detto nulla: voleva dire che Sperelli era l’allegoria di tutti e tre. Quello che all’autore di Giacinta non è andato giù deve essere stata l’elasticità del personaggio dannunziano, che – esattamente come un vero essere umano – privilegia solo uno dei tre aspetti del suo carattere.

Mastro Don Gesualdo o le vicende dei Malavoglia sono verosimili ma poco realistici. Andrea Sperelli, invece, esisteva veramente. Era d’Annunzio.
Aggiungiamo che il postmoderno nasce da una sorta di diffidenza rispetto al moderno.
Se infatti il moderno (Verga) nasce come risposta comunque dogmatica ai dogmatismi tradizionali (diciamo dio, patria e famiglia) ponendo valori diversi (come magari il denaro, l’individuo e la libertà), il postmoderno fa dell’antidogmatismo il proprio dogma. Ed è un dogma terribile, indistruttibile (non so se esista un esempio migliore di d’Annunzio per spiegare il paradosso dell’esser schiavi di se stessi).
È un po’ quello che Sciascia dice di Rapisarda e Verga: è facile fare come fa Rapisarda e inneggiare a Satana, più difficile è far colare a picco la Provvidenza come fa Verga. Cambiare dio è immediato, sostituirsi a dio anche, ma distruggere dio senza sostituirlo è complicato.
Ci sarebbe anche da considerare un’altra distinzione, questa volta fatta da Luigi Capuana e poi rubata da Giuseppe Petronio, cioè quella fra Verga e d’Annunzio (l’uno, per Capuana, Artista e l’altro spregiativamente definito Cosmopolita), ma poi chissà in quale altra schiavitù c’imbatteremmo.

Antonio Romano

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