Carta taglia forbice – 8

[Continua da qui]

Una grande città dell’Europa occidentale

Lei.

Sai, vedo un tizio che non chiede niente, non ha bisogno di rassicurazioni e non conosce i miei problemi di peso. Lo vedo che è fermo davanti al vetro, ma non bussa. Lo sento entrare senza dire niente. Non mi ricorda niente. Lo vedo così: salgo le scale che portano al suo appartamento, busso e lui mi lascia entrare. Sorride e mi chiede se voglio del succo d’ananas. Poi si spoglia. Lascia i vestiti sul pavimento. Mi dice, vieni con me. Vedo questo tizio perché non confonde i piani e non ha diritto di mentire. Tu dovresti conoscerlo. Ti piacerebbe. Non credo ti piacerebbe. Lo odieresti per il solo fatto che mi scopa. Leggi il resto dell’articolo

Abbinamenti

Una cosa che, a pensarci adesso, mi viene proprio da ridere. Non so come faccia a dimenticarla e a ricordarmene solo ogni tanto. Ma quando è successo giocavo a essere talmente compunto che non potevo essere in grado di riderne. Ero serio perché mi servivano soldi. Ed era estate ed avevo qualcosa in mente. Un progetto per l’estate, ad esempio. E infatti, era estate e non facevo altro che andare su e giù, ogni giorno, per Ponte Marconi. Leggi il resto dell’articolo

Se Foscolo non fosse… /3

Continua da qui

Pur tuttavia, Foscolo non è solo l’Ortis. È anche Didimo chierico.
Ma andiamo per ordine!
Sappiamo che il poeta di Zante è neoclassico di formazione, ma Romantico per interessi e tematiche: antitetico al Monti, ma vicinissimo alla classicità. Abbiamo la riprova della sua familiarità coi classici anche per un’altra ragione: per l’uso che fa del nome Didimo.
In Notizia intorno a Didimo chierico aveva utilizzato quel nome con cognizione di causa. Come sappiamo quello era il nome di un erudito greco del I secolo a. C. e sicuramente Foscolo ne conosceva bene l’opera. Ma se conosceva bene l’opera di quel Didimo, doveva conoscere molto bene anche quella di Seneca. Perché? Per una semplice deduzione: Foscolo da un taglio ironico al nome del suo personaggio, lo stesso taglio usato diciassette secoli prima da Seneca in una sua lettera dove ricordò il grammatico alessandrino perché cavilloso e inutilmente pignolo.

Leggi il resto dell’articolo

Factory 12.47

Testo di Saverio Fattori
Video: Antonio Nazzaro
Voce recitante: Ezio Falcomer

Incipit di un romanzo che verrà presentato alla Fiera del libro di Roma a dicembre in anteprima, per uscire a inizio anno nuovo per l’editore Gaffi. È la rielaborazione di un testo uscito a puntate su Carmilla al quale ha collaborato come editor Giulio Mozzi. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 22

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10 – 11 – 12 – 13 – 14 – 15 – 16 – 17 – 18 – 19 – 20 – 21]

Caro Jacopo,

beato te che non devi mettere il punto dopo una settimana come quella che abbiamo passato. Ma va bene, tu hai iniziato, io metterò una “FINE”. Non la FINE: quella la mette il caso, o Dio, o la BCE. Spero non risulti una patetica e debole fine: è che in tasca pure io non ho molto, se non questa fine, di cui sto per scrivere.

Nei momenti in cui guardando avanti c’era per me solo buio, o nebbia, o deserto, o quando mi sono sentito cadere addosso le stelle, come a te nel sogno che racconti, ho sempre cercato di guardare dentro, e indietro. Ché nei momenti di crisi, ho imparato, si vive uno strano, atavico terrore di separazione (come da etimo), ci si sente chiamati a prendere una scelta, o si ha questa urgenza che preme senza che si vedano possibilità Leggi il resto dell’articolo

Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 10

Ricordate il mal di denti di Mal di Libri? Il responso del dentista è stato netto: via i denti del giudizio, e anche con una certa fretta: sono bombe pronte a esplodere. Che poi, dei quattro, ne era uscito solo uno; gli altri son rimasti sotto, ce n’è uno, terribile, che è addirittura in orizzontale sotto la gengiva. Tre giorni fa ho tolto il primo e dopo due giorni difficili oggi sto un po’ meglio, ma la mia esperienza è in netto contrasto col detto “via il dente, via il dolore”: il dolore vero Leggi il resto dell’articolo

Carta taglia forbice – 7

[Continua da qui]

Una grande città lontana dall’Europa occidentale

Lui.

Mi chiamo Michael, questo messaggio è per tutti quelli che si sono visti morire. Io conosco la morte e so che ha a che fare con l’amore e con il sesso e con la merda. Io conosco Bataille, ma ultimamente non riesco più a leggerlo. Mi fa cacare.
L’ultimo giorno di due anni fa ho calpestato una manciata di formiche che disegnavano una linea su due mattonelle del pavimento. Le ho calpestate con i piedi nudi e i corpicini minuscoli, quelle carcasse rigide come caccole, mi si sono attaccati alla pianta del piede destro, soprattutto, ma anche a quella del sinistro Leggi il resto dell’articolo

Di ombelichi e mondi immaginari

 Alcune riflessioni su Nina dei lupi, L’isola dei liombruni, Il senso del piombo, Nessun paradiso, Dreadlock!.

di Vanni Santoni

Si incappa spesso, tra blog letterari e pagine culturali dei giornali, nella parola “ombelicale”. Si dice che in Italia sia pieno di scrittori ombelicali, che il paese tracimi letteratura ombelicale, si grida e si auspica che la si faccia una buona volta finita con questi maledetti libri ombelicali. Io, che ho cominciato a scriver tardi, e ancora più tardi ho cominciato a leggere di libri, neanche capivo di cosa parlassero. Una volta ho chiesto a un amico scrittore, che mi ha detto: “Dai, tipo Philip Roth o Moravia!” A me Roth e Moravia piacciono molto, così quella volta sono rimasto un poco interdetto. Ma probabilmente il mio amico aveva fatto un esempio poco felice, e forse neanche lui aveva ben capito cosa fosse questa famosa letteratura ombelicale. Alla fine ho capito che il termine fa riferimento a romanzi in cui il sé – e un sé limitato, intimista, da coscienza con le porte ancora ben chiuse – è l’unico filtro; romanzi in cui non si disegnano immaginari, ambientazioni, labirinti, in cui non si aprono abissi di senso né si costruiscono mondi, preferendo stare in zona ombelico (e già che ci siamo masturbarsi pure).

A me pare che quelli che vedono ombelichi ovunque sbaglino, e che anzi in Italia, oggi, di mondi se ne creino parecchi, e che siano pure belli. Dirò di più: che si sia superato anche un complesso che avevamo in Italia nei confronti della creazione di mondi nuovi (ricordo che da adolescente mi chiedevo, affranto, perché Dylan Dog, che pure amavo, si limitasse a scopiazzare questo o quel film horror, mentre in giappone Berserk aveva il coraggio di reinventare il nostro medioevo) e che si sia giunti non solo fuori dalla dimensione ombelicale, ma anche da quella derivativa.

Prendiamo per esempio Nina dei lupi di Alessandro Bertante (Marsilio), esempio lampante di questo superamento, di questa nuova abilità. Il tema post-apocalittico è di quelli che ti volti un attimo e ti scopri già con un piede nel cliché – anche un gigante come McCarthy ne La Strada a volte cade nel madmaxismo – e invece Bertante riesce a declinarlo a modo suo: con più o meno volontarie suggestioni pop di diverso ordine – qualcosa dentro a Nina dei Lupi a me ricorda La principessa Mononoke – ma soprattutto con la costruzione, effettuata senza rinunciare al discorso politico, di un immaginario nostrale, genuino e nuovo a un tempo: mentre lo leggevo, questo romanzo mi riportava all’infanzia, a quando giocavo a far battaglie o esplorazioni nelle foreste di Vallombrosa e vedevo nelle case di pietra mezze abbandonate, nelle imposte di legno pieno delle cascine di bosco, la possibilità di un’umanità diversa.

Parlando di suggestioni infantili, mi viene inevitabile passare da Nina dei lupi a L’isola dei liombruni, di Giovanni De Feo (Fazi), altro esempio di letteratura assolutamente non ombelicale: qui la traccia fondante risale evidentemente a Il signore delle mosche di Golding – con un pizzico di Lost – ma, come Bertante, De Feo riesce a creare un universo proprio, originale soprattutto nelle atmosfere. Un universo che affonda le sue radici nei ricordi di certe esperienze, comuni a chi ha avuto un’infanzia in quella classe media italiana che ancora ogni estate passava un mese o due al mare; nei ricordi di quella vita di gruppo fatta di innamoramenti e fazioni e serate in spiaggia, tipica dei preadolescenti in villeggiatura. Un universo solo apparentemente rassicurante: perché le età d’oro, come le preadolescenze, finiscono, e quando lo fanno proiettano all’orizzonte lampi di futuri possibili e senz’altro insanguinati.
E con foschi futuri possibili ha a che fare Nessun Paradiso di Enrico Piscitelli, da poco uscito per Round Robin, che dopo un inizio apparentemente intimista –  «Avrei voluto fare boxe… » – va altrove e conferma che in questo momento in Italia si lavora sugli scenari ben più che sugli ombelichi: sebbene il tono del romanzo di Piscitelli sia molto più strettamente politico di quelli di Bertante e De Feo, la sua Venezia pure è un mondo nuovo, all’interno di un altro mondo nuovo: il suo essere già di suo postapocalittica ribalta le carte, ne fa un luogo di resistenza e di sentimento in un sistema distopico e opprimente.

Contro il sistema, ma in direzione del tutto opposta a quelli di Piscitelli, si muovono i protagonisti de Il senso del piombo di Luca Moretti. Ma come, dirà qualcuno, cosa c’entrano i NAR? Quelli esistevano per davvero, quella è storia.  È vero, è storia. Ma è una storia schifosa, di brutta gente, di gente cieca e assai presto strumentalizzata, e dunque una storia ben diversa da quella raccontata da Moretti, che ridisegna lo spontaneismo armato neofascista in un quadro epico – ribellistico, addirittura – nel quadro insomma, viene da pensare, che immaginavano loro: e dunque ecco il punto, e la bontà, de Il senso del piombo: il creare un universo nuovo, una dimensione interpretativa del tutto finzionale di fatti reali, grazie alla quale è tuttavia possibile trovare nuovi spunti di interpretazione dei fatti.

Proprio dall’incrocio tra reale e immaginario nasce Dreadlock! di Jacopo Nacci, appena uscito per la collana 9volt di Zona. Reale come la Bologna studentesca, immaginaria come un supereroe rasta che vi si muove, un supereroe la cui identità segreta si manifesta quando il suo alter-ego, un normale studente di nome Matteo, fuma una speciale canapa cresciuta sulla tomba di Re Salomone. Tutto, da queste premesse, potrebbe far pensare alla boutade, all’ennesima parodia, rivisitazione o messa in discussione del genere supereroistico. E invece no: con una perizia e una dedizione che mettono i brividi, Nacci prende tutto maledettamente sul serio, e usa anzi lo spunto supereroistico per dare vita a un mondo immaginario – un mondo dove esiste la Bologna studentesca e anche il cazzuto supereroe Dreadlock – non solo coerente formalmente e filosoficamente, ma anche in qualche modo consapevole dell’essere maya, illusione, come del resto tutti i mondi, innanzitutto quello di chi sta scrivendo – o leggendo – questo pezzo, con buona pace dei nostri ombelichi. E dunque, se come dice Nacci (o gli Steel Pulse),  «Babylon makes the rules », ciò non toglie che questo potere lo abbiano anche gli scrittori.