Bruci la città #1*

Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida, che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.
A volte, per esempio, a volte vado in giro in bici per delle strade che hanno dei paletti grigi per delimitare il marciapiedi, e inizio a pensare a cosa succederebbe se, mentre una macchina mi sorpassa, cadessi su uno di quelli. Mi immagino che picchio la tempia destra sull’angolo fra la plastica dura che fa da tappo al paletto cavo e il ferro mal levigato. Mi immagino che la bici vola via in mezzo alla strada e viene schiacciata da un’auto che sopraggiunge e che fa il rumore stridulo dei freni che bloccano le ruote. Mi immagino che chiudo gli occhi e cado a terra, grattandomi d’asfalto le braccia e le gambe. Mi immagino che con lo sterno vado a sbattere contro il paletto successivo e che si sentirebbe il rumore di ossa rotte, se non fosse per quello di ferraglia della bici schiacciata dalla macchina che assorda tutto il resto. Mi immagino che picchio la testa anche contro l’angolo del marciapiedi e che mi si rompono i denti. Mi immagino gli incisivi coperti dal sangue che presto si raggruma. Mi immagino un’inquadratura dall’alto, che si allontana sempre più dalla prospettiva del protagonista, che poi sarei io, fino a far diventare quel corpo morto come un puntino sulla strada grigia.

Io, a Natale, anzi, prima di Natale, tipo a settembre, spesso penso: oggi vado a comprare i regali di Natale, così poi quando c’è tutta la ressa in giro, io me ne sto a casa. Poi succede che dico, vabe, dai, vado domani, tanto ne manca di tempo, e così arrivo alla settimana di fuoco dell’assalto agli acquisti che ancora non ho comprato nulla. Che ad essere sincero, io piuttosto farei come mia nonna, darei la bustina con i soldi a tutti, che almeno non dovrei immergermi nella folla acquirente, ma come fai? Per fare la bustina devi avere una certa età e un certo rapporto con la persona a cui la dai, mica puoi dare a un collega a cui fai un regalo da quattro euro, una bustina con dentro i due dobloni.
Così mi tocca uscire. Mi infilo nei negozi. Rifiuto le offerte di acquisti solidali, per beneficenza, per il paradiso, per il bambin Gesù e chissà cos’altro. Mi incuneo sotto le ascelle dei ragazzi alti e sguscio come un’anguilla fra i maniglioni antipanico dell’amore delle ragazze grasse e glitterate. Studio accurati piani d’azione prima di uscire, o entrare in un negozio. Non lascio mai nulla al caso. Salto le automobili che potrebbero investirmi, pur di non camminare sul marciapiedi, e, come fossero liane nella giungla, sfrutto i cavi elettrici e del telefono per spostarmi da un posto all’altro. Faccio parkour, mi infilo nei tombini, entro nei tubi dove i cassieri spediscono i soldi della giornata, percorro le vie di aerazione, mi faccio telematico e mi trasmetto via wifi, divento bit, divento profumo di pandoro caldo col gelato, mi trasformo in canzone natalizia, divento scontrino, divento pos, divento carta da regalo, divento respiro e sospiro per un regalo desiderato che non arriverà, divento aspettativa, divento delusione anticipata, divento amore e divento odio, mi materializzo nelle luminarie natalizie e mi smaterializzo nella rifrazione della luce, divento albero per riposarmi e guanti per scaldarmi, divento il vischio che orna vetrine dei negozi e il palloncino a forma di babbo natale che vola via dalle mani disattente di un bambino. Divento tutto ciò che rappresenta il Natale, perché come dicevano gli indiani – a dire il vero non so se lo dicevano gli indiani, ma spesso si dice così – se non puoi vincerli, fatteli amici. Così, io, per farmi amico il Natale, divento lui stesso.
Divento, poi, a me piace raccontarla così, perché un po’ fa figo, ma mica è vero che divento Natale. I ragazzi alti mi bloccano la visuale e le ragazze grasse e glitterate non mi fanno arrivare a prendere i prodotti che vorrei. Quando cammino per strada sto sul marciapiedi, che chi va piano, va sano e va lontano e non si fa investire, e quando trovo le coppie che si tengono per mano o a braccetto, non provo nemmeno a superarle, ma mi metto dietro, rassegnato al mio destino e consapevole che non mi lasceranno mai un varco.
L’altro giorno, per esempio, ero in mezzo alla ressa davanti a un negozio di chincaglierie di terracotta e legno, volevo entrare. Mentre stavo tranquillo in coda, ero spinto da dietro da un ragazzo dal forte mix di sudore e profumo, verso i capelli ricci e, posso dire a ragion veduta, insapori, della ragazza di fronte, quando una signora, non tanto alta, con indosso una pelliccia marrone con striature di varia tonalità, mi sfrecciò vicino come una saetta, sfiorandomi il braccio. Poco dopo, mi sentii spinto nel costato da una borsa di carta spigolosa. Mi voltai. Un uomo alto un metro e sessanta, o giù di lì, paffuto, calvo e paonazzo in volto, procedeva, chiedendo scusa come fosse un mantra, con cinque sacchetti tenuti con le braccia alte sopra la testa, così da riuscire a sgusciare fra le persone. Mentre mi stava accanto, provai a guardare dalla sua prospettiva: in linea d’aria il suo sguardo teneva sotto puntatore la donna-saetta di prima. In poco tempo anche lui si dileguò nella folla, finché riconobbi la busta marrone di Louis Vuitton fermarsi davanti alla porta di un negozio di vestiti. Sempre assaporando e masticando, come fossero una chewingum, i capelli della mia dirimpettaia di coda, pensai che quella coppia era una vera macchina da guerra del Natale, coordinata nei movimenti e con i ruoli pianificati al millimetro. Io non ci riuscirò mai, mi dissi, e continuai a masticare.

Alessandro Busi

* Continua mercoledì

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