ContraSens – Come l’estero è diventato la mia nuova Patria

Piccoli accorgimenti fonetico-sociali.

Le lettere che contraddistinguono i suoni della lingua romena, e che di conseguenza ne affilano la musicalità in senso specifico, in questi testi non hanno subito traslitterazione. A seguire, una breve guida fonetico-esplicativa per la loro lettura corretta:
Ă: una -a più gutturale, pronunciata con la parte anteriore della gola, a bocca mezza aperta.
Â: una -a gutturale che tende alla -i.
Ț: corrisponde ad una -z dura, come in pazzo.
Ș: corrisponde al suono -sc, come in sciare.
Buona lettura.

Come l’estero è diventato la mia nuova Patria
di Vasile Ernu
Traduzione di Clara Mitola

Sono nato in URSS, così come dice il romanzo1. Ho viaggiato in diversi luoghi attraverso “la mia sterminata terra natale” alla ricerca dell’estero. A sette anni ho visto Minsk e Kiev, a 10 prendevo il sole a Jalta e mangiavo gelati a Leningrado, mentre a 15 anni già me la spassavo a Yerevan e Tashkent, ma in nessun di questi posti mi sono sentito all’estero. Nel 1990, poco prima che la mia Patria scomparisse, sono arrivato in Romania, prima nazione a diventare il mio estero e dalla quale non sono più andato via. In merito a questo vi racconterò nelle righe a seguire.

Ah, estero! Una parola così dolce, una parola così amara… da dove cominciare? Partiamo con i ricordi più belli dell’infanzia, anche se in quel periodo ho vissuto in un paradiso che oggi è chiamato inferno. Per me quello è stato il paradiso in terra, a prescindere da quanto chiunque oggi possa tentare di convincermi del contrario. In realtà, non è una convinzione, ma una determinata percezione, un determinato tipo di ricordo. La memoria di un bambino, o di un adolescente, ha l’incredibile capacità di eliminare il negativo e l’orribile e di ricostruire un mondo perfetto in cui puoi rifugiarti come in uno dei migliori mondi possibili.
Senza volerlo sono un bambino dell’Impero, nato da qualche parte a sud, in periferia. L’Impero – e questo è valido non solo per quello russo o sovietico – ha qualche problema legato alla definizione di un tipo determinato d’identità. Esiste, è naturale, un’identità etnica, nazionale, linguistica, geografica e religiosa a cui appartieni, sebbene esista qualcosa che supera tutto questo. L’identità imperiale ti dà qualcosa in più di tutte queste messe insieme, o meglio le unisce e conferisce loro un significato al di là delle stesse. L’appartenenza all’Impero ti da un significato al di là delle identità nazionali, religiose e linguistiche, che diventano secondarie.
Quando ero piccolo, ad esempio, mi affascinava in modo incredibile il programma previsione meteo oppure il notiziario Tempo. Lì si elencavano i nomi di regioni, città e popoli che si estendevano lungo la “mia sterminata terra natale”. Da Lvov fino a Vladivostok, da Vilnius a Tashkent o da Arkhangelsk a Tblisi, popoli differenti con religioni, culture e geografie differenti erano viste da me come parti di un intero. Anche se non avevo la minima idea di dove si trovassero questi posti, che cultura e che geografia avessero, io, bambino dell’Impero, sapevo da me che qualcosa ci unisce al di là di queste differenze e delle distanze impressionanti.
L’appartenenza a quest’Impero colossale, questo sentimento imperiale di fronte agli altri, diversi da me, mi ha creato nel tempo uno specifico problema nella definizione di chiare identità. Anche nel presente, a vent’anni dalla scomparsa della mia Patria, quel temuto impero, quando uso la parola “noi” i miei amici mi pregano di spiegare cosa intenda. Perché? Perché la mia tendenza è generalmente “imperialista”, dal momento che uso questa parola per una moltitudine di identità. Dal momento che mi sono mosso attraverso numerosi gruppi, strutture culturali e sociali, ho bisogno di definire esattamente a quale “noi” mi stia riferendo: “noi” romeni, “noi” russi, “noi” sovietici, “noi”della Repubblica di Moldavia, “noi” protestanti o “noi” ebrei?
Cosa sia l’estero per me è difficile definirlo. A guardarmi indietro adesso, cerco di capire questo estero. Dove termina la Patria e comincia l’estero e dove finisce l’estero e comincia la Patria? Ecco una faccenda davvero dolorosa per me. Ad esempio, mi chiedo da sempre se i primi viaggi più distanti rispetto alla zona in cui sono nato, li ho percepiti come viaggi all’estero? L’URSS era un paese in ogni caso molto grande, con zone talmente differenti che, alle volte, per quanto bene fossi educato allo spirito dell’Impero, in ogni caso ti ritrovavi con problemi di adattamento a certe differenze abbastanza radicali.
Ho cominciato ad abituarmi a queste differenze in modo più diretto una volta che ho iniziato a viaggiare per l’Impero. All’età di sette anni, già attraversavo la parte più europea dell’URSS. E a dieci anni già sapevo com’erano le maggiori città di Ucraina, Bielorussia, Estonia, Litania o Lettonia. Conoscevo anche qualcuna delle città russe più grandi, senza contare Mosca e Leningrado. Era un periodo in cui anche agli uomini meno abbienti era permesso viaggiare abbastanza. Più tardi, ho visto zone che appartenevano ad un’area culturale, religiosa e geografica completamente altra. Qualcosa di assolutamente estraneo da ciò che potevo comprendere io, a quell’età. Ho visto kazaki e mongoli, tagiki, buriati e armeni, georgiani e kirghizistani. Ho visto geografia che vedi solo una volta nella tua vita. Ma questo era davvero estero?
Non posso dire di aver percepito questi posti come estero. Non posso dire che questi uomini, con cui d’altra parte parlavo, che avevano altre consuetudini o fattezze, fossero percepiti da me come stranieri. Per me erano sempre noi, facevano parte del corpo della Patria. Qualcosa ci univa, qualcosa di rendeva noi. Con certezza non era il sogno già stanco dell’ideale comunista a unirci, ma di sicuro qualcosa ci teneva insieme, a dispetto del fatto che fossimo centinaia di etnie, innumerevoli religioni e culture radicalmente diverse. È molto difficile identificare quel qualcosa che funzionava da legante sociale. Dire che solo paura e terrore ci tenessero insieme è una grande falsità. In realtà, la perdita maggiore avvenuta dopo la caduta del comunismo è proprio quel qualcosa che ci legava. Dopo questa, ho vissuto una lunga fase di sbriciolamento e frammentazione. Sono entrato in un periodo in cui è sempre più difficile mettere in fila tre uomini che abbiano un’idea, una convinzione o qualsiasi altra cosa che li unisca. Nulla unisce più nessuno, oppure cose e idee sono diventate motivo di frammentazione.
Però torniamo al racconto. La prima idea di estero l’ho scoperta in letteratura, com’era anche normale per un divoratore di libri. L’affermazione, che all’inizio sembrava avere un motivo ideologico, più tardi sarebbe diventata una realtà dura. Ilf e Petrov, dicono da qualche parte nei loro libri che “l’estero è come il mondo alla fine, una volta lasciato non torni più indietro!”
La mia esperienza con l’estero è molto strana. Durante la perestrojka, alla fine degli anni ’80, era cominciato un vero e proprio processo di ridefinizione delle identità nazionali. L’Identità di tipo imperiale aveva cominciato a perdere terreno rispetto a questo reinventare i popoli e le nuove Patrie. Ho cominciato a riscoprire queste nuove forme d’affermazione, mentre noi, quelli della Repubblica di Moldavia, eravamo curiosi di tutto ciò che era romeno. Ho cominciato a reimparare la storia, la cultura e la geografia della nostra nuova Patria. Così, il mio primo viaggio all’estero sarebbe stato il mio primo viaggio nella mia nuova Patria.
Era la fine della primavera del ’90, in pieno vortice post rivoluzionario. Ho ottenuto il visto e sono partito, a bordo del famoso treno con le tendine, verso la mia nuova Patria. La separazione dall’Impero avviene sempre sotto forma di rituale: accanto alla frontiera col suo stile speciale, esisteva anche il rituale di scartamento del treno. È un rituale più particolare, che indica con chiarezza dov’è la frontiera, il confine che divide il mondo tra noi e loro, qui e lì. L’estero per me inizia realmente lì dove si cambia lo scartamento dei vagoni del treno. Questo è diventato quasi un assioma.
Sono arrivato alla stazione di Iași, la prima città che ho visto, a mezzanotte. Di fatto non ho visto nulla, dal momento che era buio pesto. Mentre si faceva giorno, ho preso il “treno della fame” e sono partito in direzione di Timișoara, in realtà, la prima città romena in cui ho fatto conoscenza con l’estero. A prima vista, nulla mi ha impressionato in modo particolare. Città appartenute alla periferia dell’Impero austro-ungarico le avevo già viste a sette anni, gli uomini erano esattamente come noi, e io avevo visto tutte le gamme cromatiche e le forme di occhi fin dalla più tenera età, così che nulla poteva più impressionarmi.
Ciò che davvero mi sorprese in ogni caso, è la maniera di essere degli uomini, il modo in cui ragionano e reagiscono. Soprattutto il loro modo di essere rispetto a quello che io mi aspettavo di trovare. Avevo una visione libresca di questo paese e di questi uomini. Le prime cose che mi hanno colpito partivano da osservazioni molto semplici.
Darò due esempi banali che ho sempre usato. Nel mio primo viaggio da Iași a Timișoara ha avuto luogo anche la prima rivelazione di queste differenze. Sono in treno. Entra un uomo nello scompartimento. Cominciamo a parlare. Gli domando dove stia andando. Mi risponde con un’aria preoccupata: “Vado soooooooolo a Vatra Dornei!”. L’ha detto come dicevamo noi quando si andava a Vladivostok, cioè dall’altra parte del mondo. Non conoscendo bene la geografia della Romania, ho creduto fosse molto lontano. Era a tre ore di treno. Mi viene ancora da ridere e non riuscivo a capire se scherzasse o parlasse sul serio. Parlava molto seriamente. Suo figlio faceva il servizio di leva lì. E allora mi sono reso conto che lo spazio e il tempo, da noi sono percepite in modo completamente diverso. Abbiamo percezioni e sentimenti diversi in merito a molte cose. Mi sono reso conto che l’Europa può essere piazzata molto facilmente nella più piccola delle regioni siberiane e nemmeno se ne accorgerebbe.
Un altro esempio. Compro una rivista che qui riscuote grande successo. Il romeno è la mia lingua materna (accanto a quella russa), quindi non avrei dovuto avere problemi di comprensione. Leggo e non capisco niente. La gente intorno a me legge e ride, io leggo, mi intristisco, mi innervosisco. Perché? Perchè qui esiste lo specifico concetto di băscălie1 per la quale a me manca l’organo preposto. Non abbiamo in russo un equivalente del termine per poterlo spiegare ai miei amici russi. Gli dico che è simile all’ironia, ma un’ironia derisoria, che deride cose importanti. È come ingiuriare una mamma in modo leggero e posta come una battuta. È un termine difficile da capire per quelli nati e cresciuti nell’Impero dell’Est. Per me le cose sono andate sempre peggio quando ho notato che questa presa in giro è diventata una sorta di discorso critico. Nemmeno dopo vent’anni riesco ad abituarmi alla cosa. Potrei elencare numerosi casi quotidiani per spiegare questa scoperta dell’estero dal mio primo viaggio nel paese che sarebbe diventata la mia nuova Patria.
Adesso, due parole sull’estero diventato la mia nuova Patria. Ho notato una cosa molto interessante. Per avere una Patria, non è sufficiente conoscerne la lingua, i costumi o la cultura, ma è necessario assumerla. Ho la strana sensazione che la Patria si apprenda come una lingua. Se la impari da piccolo, diventa parte di te, la vivi istintivamente, però se la impari in maturità, rischia di rimanere o diventare un corpo estraneo e artificiale. Cosicché assumo la mia nuova Patria, ma non credo diventerà mai così intima come è stata la mia prima Patria. Ci sono cose che non dipendono da noi. Per quanto vorrei dimenticare il vecchio mondo, per quanto vorrei imparare la mia nuova Patria, è chiaro che in me rimane qualcosa di artificiale e di falso. È un sentimento che ho percepito assai profondamente ed è difficile portarlo in superficie. Giorno per giorno, scopro cose che, anche se comprendo a prima vista, richiedono tempo per essere capite davvero. Noi siamo solo emigranti da un paese all’altro, da una Patria all’altra. E in realtà, non siamo emigranti dello spazio ma del tempo, siamo trasferiti da un tempo a un altro. Siamo dispersi nel tempo, in uno spazio temporale. Per ritrovare quello spazio-tempo in cui ricostruire la nuova Patria noi, bambini dell’Impero, educati in una grande utopia, abbiamo bisogno di un senso più grande, che unisca e in nessun caso ci frammenti l’esistenza.

L’estero è diventato col tempo la mia Patria… che imparo giorno per giorno.

1 Il riferimento è all’omonimo romanzo, Nato in URSS, ed. Hacca, 2010.
Per băscălie si intende una sorta di predisposizione al continuo scherzo, un’ironia concreta a volte anche pesante, ma mai realmente attuata con intento offensivo. 


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