Santo, santino, Santoni e Salimbeni – Una modesta proposta di recènzia a L’ascensione di Roberto Baggio

Santo, santino, Santoni e Salimbeni.
Una modesta proposta di recènzia a L’ascensione di Roberto Baggio.

Tintògna tintògna era andata a finire che m’ero deciso, si fa così e amen, m’ero detto: il reading l’avrei iniziato citando Durkheim quando sferra la staffilata a mezz’aria, il calcio è una liturgia laica, coi suoi Credo e i suoi offertori, poi avrei alzato le braccia al cielo, il signor Durkheim sia con voi, avrei salmodiato, e con il suo spirito, avrebbe celiato l’adunata (funzionò, in effetti), rendiamo grazie al pallone nostro dio, avrei insistito, e – cosa buona e giusta – si sarebbe creata per magia quella cappa d’incenso i cui fumi avrebbero avvalorato la tesi secondo la quale il calcio può aspirare ragionevolmente a soppiantare la religione, nelle parole del compianto Karletto, nel ruolo di oppiaceo di fiducia dell’italica speme.
A quel reading, eravamo a Roma ed era dicembre, il giorno che troneggia sulle maglie dei fantasisti del calcio, partecipavano anche e soprattutto Vanni Santoni e Matteo Salimbeni. Avrebbero letto dei passi de L’ascensione di Roberto Baggio (Mattioli 1885, fresco fresco di stampa).
Sulla copertina di quel libro, il divin codino addobbato a santità. All’interno, un santino. Tra le firme, Santoni.
Il santo. Il santino. Il Santoni.
Mai avrei pensato che la mia vena calcistica avrebbe preso risvolti sì teosofizzanti.

L’ascensione di Roberto Baggio mette a fuoco, fedele alla pratica dell’epica, un tòpos sempiterno e universale: la Rivelazione, la Venuta e le successive le parole opere ed omissioni d’un Essere Eccelso, di un Illuminato, d’un Profeta aduso al miracolo e alla prodezza. Nella fattispecie, il Rrrrrroberto de noantri, il campione del giuoco del pallone che ha segnato vent’anni di storia calcistica nazionale. Che chissà perché, poi, in Italia duran tutti vent’anni, se ci pensi bene.
Di Baggio han scritto in tanti, forse troppi, traendone spunto in maniera – a secondo dei casi – prevedibile, ruffiana, deprecabile : c’è un libro di memorie molto tecniche di Mario Sconcerti, un ardito accostamento delle movenze del Coniglio Bagnato alle pitture rupestri etrusche edito da Limina, biografie più o meno autorizzate, e infine vari romanzetti di formazione che si limitano a lambirne il codino, a proferirne il nome invano, accozzaglie di baggianate – meravigliosa parola nella quale si cela, cangiata la labiale in gutturale per addolcimento di pronunzia, la figura stolta del babbeo.

Quel che colpisce, al contrario, del romanzo della coppia Santoni/Salimbeni, è la devozione.

A un impianto strutturale, in primis, che sgattaiola furbescamente ai lati dell’eulogia per farsi piuttosto reportaggio coerente, avvincente e credibile del viaggio intrapreso da due scrittori, assoldati da un misterioso Editore, novelli Argonauti sguinzagliati sulle orme del CodinVello d’Oro – ma con la mise pop dei guerrieri Sayan alla ricerca delle Sfere del Drago – al fine di stilare un libro-reliquia che sappia cristallizzare il ricordo del campione come e meglio d’un frammento della Santa Croce gerosolimitana. Ne sortisce, il lettore l’avrà subodorato, una Baggìade in piena regola, non scevra di rimandi metatestuali.

In secondo luogo, devozione alla pluralità.
Le voci dei personaggi che i due autori ci presentano di pari passo con il dipanarsi della ricerca, ognuno col proprio bagaglio di ricordi e una personalissima visione del campione – quell’uomo che riesce a evocare “un universo familiare che non abbiamo mai appreso appieno” – danno vita a un variegato Corpus Baggènsis fatto di rivelazioni, di Vangeli più o meno apocrifi (su tutti quello della ragazza senza auricolari), tali per cui si possa affermare senza periglio d’eccesso d’ambizione che ne L’ascensione di Roberto Baggio si concentri un intero Consiglio Niceneo I del Baggèsimo.

In terza battuta, devozione alla figura dell’uomo (prima che a quella del calciatore), o meglio del Logos futbolìstico fattosi uomo, e che uomo!, Ecce Homo, etereo e sofferente (perché “quello che soffre è sempre lui”), alla stregua d’una Santa Teresa d’Avila coacervo d’estasi e perdizione, Santo non per volontà divina ma per meriti sul campo (quello ben più bastardo della vita), viandante costretto all’attraversamento del deserto, al rifiuto delle tentazioni demoniache, all’umiliazione di una o più crocifissioni, prima dell’Elevazione.

E in ultima istanza, devozione ai caratteri più intrinseci e intimi dei luoghi che ne hanno segnato la carriera-via crucis, da Caldogno a Firenze a Bologna a Brescia, luoghi nei quali racimolare ricordi, scorci, cimeli e feticci da esporre nel personalissimo Topkapi Baggesco: codini, sciarpe ardenti d’amore, scarpini della Diadora dai lacci stanchi, quegli stessi scarpini tra i quali per un ventennio, che a dirla in Italia è sempre una parola che suscita certi tremori, nella stravagante spola / da un piede all’altro, nel vivido / s’è organizzato il brivido / fra la tomaia e la suola, per dirla à la Giovanni Raboni.

Fabrizio Gabrielli

[Leggete l’incipit del romanzo pubblicato la scorsa settimana con un breve intervento introduttivo di Simone Ghelli]

 

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2 Responses to Santo, santino, Santoni e Salimbeni – Una modesta proposta di recènzia a L’ascensione di Roberto Baggio

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