Commiato

Ogni commiato è una sottile declinazione della rinascita: nel concretizzare una fine, già profuma di inizio. È solo per questo che non mi rattrista la fine del Manuale che ho intitolato alla perfezione dell’esser gasteropodo. Non infatti un percorso per espertizzare come strisciante, ma un’anatomia che rovisti nelle interiora di un gasteropodo “totale” e completo.
Perché il gasteropodo?

Ho cercato (ovviamente ostacolandomi con successo) di spiegarlo da subito, iniziando questa rubrica con un’analisi – sicuramente rachitica rispetto all’argomento – di Facebook. «Time» aveva dichiarato, in esergo al 2011, trionfatore del 2010 Mark Zuckerberg e facendo ciò – oltre a creare un perfetto commiato dal 2010 – definiva alcune caratteristiche del nostro mondo. Un mondo la cui letteratura regina chiamai a febbraio “postmoderna”.
Non fu per snobberia o superstizione perbenista, ma per una constatazione che vado a illustrare.
La nostra letteratura è stata sistematicamente depredata delle sue competenze da agguerriti generi nascenti che in esse erano assai più compenetrati. I poemi omerici trattano di una quantità di argomenti che oggi attengono alla semiotica, all’economia, alla tecnica, alla politica, alla pedagogia, alla filosofia analitica, alla teologia razionale, etc. Ugualmente, Guerra e pace parla di cose che noi contemporanei affronteremmo in almeno una dozzina di saggi specializzati.
A poco a poco lo scrittore si è trovato in una difficoltosa penuria di potenziali argomenti di discussione. E, salvo rivolgersi alle vaste praterie della pornografia o alle sperdute lande dell’horror o ai ciclopici abissi del fantasy o a qualche altro membro del variegato consesso di generi letterari codificati da un paio di secoli almeno, i pretesti per scrivere di qualcosa che non fosse il proprio ombelico si sono ridotti al più tremendo di tutti i tipi di romanzo: quello memorial-moralistico-sociale. Il 2010 ci ha dimostrato anche questo, spiattellandoci in faccia la vittoria in numerosi e prestigiosi confronti letterari di opere siffatte.
Ovviamente nulla da ridire: la letteratura ha bisogno anche di questo. Ma la mia personale perplessità nasce quando si dice – o si dà a intendere – che ha bisogno quasi solo di questo, di fatto soffocando eterodossie, magari ugualmente o più nutrienti.
Dunque il risultato è questo: se da una parte è difficoltoso parlare a cuor leggero di qualcosa che altri – più bravi e motivati e specializzati di te – approfondiscono e pubblicano quotidianamente in caterve di saggi ponderosi, dall’altra è demoralizzante vedere che la repubblica letteraria e lettoraria promuove un unico modo di far letteratura (di tutti il più pedissequo, a mio avviso).
Sembra che il letterato/scrittore debba ancora essere il castoro che con la sua diga di pagine argini il nonsense o la pluralità dell’esistenza. Ma se ciò poteva ancora andar bene negli anni ‛50, come può andar bene oggi che tale pluralità e/o nonsense si riversa sistematicamente nei nostri pc non solo in termini astratti di conoscenze (Wikipedia, per esempio), ma anche pratici di conoscenze individuali (Facebook)? La diga del castoro non sta più bloccando un fiume, ma il mare. Contento lui contenti tutti, ma perché non premiare anche l’opera silenziosa ed egualmente certosina dei gasteropodi?
D’accordo, come i ragni razionalisti di Bacone autoproducono le ragnatele così loro fanno col loro guscio, e talvolta non ne escono fino a divenire sterili come quelle aracnidi. D’accordo, sono ermafroditi ed estranei al tumulto delle passioni, ma anche l’uomo-mela di Platone lo era e il Largo diceva che era l’uomo perfetto. D’accordo, si muovono lentamente sul fondale della vita raccogliendo il plancton di miliardi di citazioni, ma perché non apprezzarli?
Questa era ed è la mia domanda e mi convinco sempre di più che il problema stia nella classe a cui appartengono i lettori: sono anche loro mammiferi, come i castori.
Il lettore è, nella maggioranza dei casi, pigro e la pigrizia della macchina narrativa (U. Eco) non gli va giù. Per questo sceglie macchine che lo facciano lavorare di meno e, in questo, le macchine dei castori sono eccezionali.
C’è però un problema che non riesco a risolvere: i castori piacciono tanto ma li si è cacciati fin quasi a estinguerli per le loro pellicce e per le inondazioni causate dalle loro dighe; i gasteropodi sono disprezzati ma poi tutti raccolgono le conchiglie quando passeggiano sul mare.

Antonio Romano

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