Quei pazzi scatenati dell’editoria

Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria italiana (Effequ, 2012)

di Federico Di Vita

Se c’è una cosa che m’è garbata subito del libro di Federico Di Vita, è che i problemi li sviscera senza bisogno di tanti giri di parole, e non è un fatto da poco in un mondo come quello dell’editoria, dove di bei discorsi sulla qualità dei libri e sulla necessità delle buone pratiche se ne sentono a bizzeffe, ma poi nella realtà si riscontra ben altro.
La cosa interessante, poi, è che si tratti di un discorso che proviene dall’interno del sistema, fatto da chi nell’ambiente ha cercato di sopravviverci per anni, e che poi ha deciso che tanto valeva fare altro, perché in qualche modo si deve pur campare – e qui arriva l’altro aspetto centrale del libro, quello sulle condizioni di chi lavora per le case editrici, dove molto spesso si va avanti tra contratti atipici e stagisti non pagati.

Il dito viene puntato soprattutto contro la piccola editoria, quella che tendiamo romanticamente a considerare ancora come una fucina di sperimentazioni (e in certi casi, per fortuna, è ancora così), ma che troppo spesso coincide con l’improvvisazione di qualcuno con un po’ di soldi da parte, che non ha la minima esperienza nel settore, oppure con gli squallidi calcoli di chi pensa di fare i soldi sulla pelle dei poveri illusi – e qui si aprirebbe un capitolo a parte sull’editoria a pagamento. Il libro di Di Vita, con un sarcasmo amaro che ci fa ridere di una situazione su cui non ci sarebbe che da piangere, ci guida poi in questo ambiente con il supporto di alcuni addetti ai lavori (librai, distributori, tipografi), che ci spiegano, spesso in modo esilarante, le falle di un sistema sempre più affollato, dove vogliono trovare posto in troppi – e come non pensare anche alla miriade di scrittori o pseudotali in cerca di pubblicazioni, quando il mercato sembra ormai più che saturo di titoli?
Insomma, gli effetti salutari di questo libro sono senz’altro molteplici: direi che in primo luogo può essere utile per chi abbia ambizioni da scrittore – e il consiglio che ne consegue è di avere pazienza prima di gettarsi tra le braccia del primo stampatore che capita – ma anche per chi desiderasse lavorare all’interno di una redazione – e per questo vi basti leggere i capitoli dedicati a «il crudele apprendistato di Vero Almont», mandato in incognito dall’America a spiare l’attività di una piccola casa editrice, ovvero a investigare su «un sinistro fenomeno di presunto fermento culturale, con matrici anarcoidi e dagli esiti potenzialmente imprevedibili».
Le deduzioni finali di questa sorta d’investigatore sono però quantomeno sconcertanti: «(…) a mio avviso nell’ambiente della piccola editoria, qui in Italia, non è in atto alcun fenomeno dagli esiti “potenzialmente imprevedibili”, e per quanto non manchino aspetti che non indugerei a definire “sinistri”, faccio non poca fatica anche solo a provarmi a immaginare di definire gran parte di queste attività come “culturali”». (p. 68)
Naturalmente, e va giustamente ripetuto, questo non significa che non esistano realmente degli editori (più o meno piccoli) che portano avanti un ottimo lavoro, che rischiano pubblicando un certo tipo di libri, non costruiti a tavolino per il mercato, e cercando di sopravvivere in una realtà in cui le piccole librerie chiudono e i grandi distributori tentano di fagocitare tutto il possibile, ma nella maggioranza dei casi la conclusione di Vero Almont coincide purtroppo con lo stato delle cose – e anche laddove il lavoro editoriale è buono, non è detto che buone siano le abitudini nel trattare il personale che partecipa alla preparazione del libro.
In fondo, però, se Di Vita ha pubblicato con un piccolo editore, vorrà pur dire qualcosa: che siamo davanti a un libro che critica un certo sistema nella speranza di vederlo migliorato – che tenta insomma di aprire un dibattito, soprattutto tra gli addetti ai lavori – e non certo per il gusto della polemica fine a se stessa.

Simone Ghelli

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4 Responses to Quei pazzi scatenati dell’editoria

  1. Appunto, magari il fatto che sia pubblicato da un piccolo editore ha la stessa valenza di quando Pasolini andava in TV da Biagi per criticare la TV…Ovvero un’azione di disturbo dall’interno del sistema.
    Sonia Caporossi

  2. federico says:

    Ciao Critica Impura, sono l’autore. Ti rispondo volentieri. Un po’ è come dici tu, diciamo al 20%, e un po’ è che questo libro in qualche misura mi è stato richiesto dall’editore che l’ha pubblicato. Non mi era estraneo il fascino di pubblicare un libro che parla “male” dei piccoli editori con un piccolo editore, ma di fatto il ruolo dell’editore stesso ha contribuito. Io avevo cominciato a scrivere ‘sta cosa e dopo un po’ avevo lasciato un po’ perdere, poi l’editore per cui lavoravo (effequ), quello che lo ha pubblicato, ha insistito talmente tanto perché continuassi che mi sono sentito un po’ obbligato a pubblicarlo per lui. Anche se forse avrei potuto fare altrimenti. In ogni modo queste cose le trovi nel libro stesso. Un’altra cosa che trovi nel libro è una considerazione che di fatto può essere considerata un cosiddetto “rapporto di minoranza”, e che, noto, non viene notata. Anche nella buona recensione che abbiamo appena letto sembrerebbe infatti che io consideri “merda” (scusate il termine un po’ forte) tutta la piccola e media editoria. Cosa che non è. Mi rendo bene conto che ci sono esempi di passione e qualità e ricerca notevolissimi, e casi coraggiosi. Ma, e ve lo dice uno che lavora in questo settore da diversi anni, sono la minoranza. Di più, sono eccezioni. Credo di dirla questa cosa nel libro. Anche se dal tono medio delle reazioni che ho suscitato è come se non ne fossi consapevole affatto. Va comunque bene così, forse è meglio. Lavorativamente è un settore da cui consiglio di stare alla larga. Dovrebbe essere meglio regolato. In ogni modo credo di aver speso alcune pagine per sostenerne la necessità culturale, in alcuni casi (editori e librerie indipendenti degni di stare al mondo) grazie a tutto questo in Italia sopravvive ancora quella che, con un termine tecnico e non particolamente bello, viene chiamatà bibliodiversità. Una risorsa preziosa grazie alla quale abbiamo (ancora per poco?) la possibilità di non essere lettori telecomandati.
    L’ho fatta lunga, vi ringrazio e vi saluto.

  3. scrittoriprecari says:

    In effetti mi rendo conto che quando dico che ci sono eccezioni positive nella piccola editoria, davo per scontato che si capisse che mi riferivo a quanto detto anche nel libro, mai avrei dovuto precisarlo.

    Simone

  4. Pingback: Menù (letteral-editoriale) del giorno (invernale) « esplosionementale

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