Storia delle Utopie Economiche nei Mercati Globali /5

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Nel 1990 le Nazioni Unite hanno ufficializzato un nuovo approccio ai problemi dello sviluppo, che finalmente abbandona la visione riduzionista economicista dell’aumento del reddito pro-capite, e ratifica la necessità della misurazione di variabili quali istruzione, sanità, diritti civili e politici. Riecheggiando in particolare la teoria degli entitlements dell’economista indiano A. Sen – secondo la quale lo sviluppo desiderabile è quello che consente a ciascuno l’effettiva acquisizione delle risorse determinata, oltre che dal reddito, dall’esistenza di meccanismi istituzionali e politici idonei – il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (vedi UNDP) pubblica il primo Rapporto sullo sviluppo umano. L’Indice di sviluppo umano (ISU) istituzionalizza un nuovo modo di misurare lo sviluppo, inteso come «processo di ampliamento delle possibilità di scelta della gente». Aggregati in un indice ponderato troviamo i seguenti indicatori:

  • speranza di vita alla nascita;
  • tasso di alfabetizzazione;
  • valore reale del reddito pro-capite espresso in potere d’acquisto rispetto al dollaro.

Successivi rapporti hanno approfondito la ricerca tecnica sull’ISU: il Rapporto n. 3 (1992) introduce l’indice di libertà politica, mentre l’indice di sviluppo di genere è stato introdotto dal Rapporto n. 6 (1995). La geografia economica del pianeta ne è risultata stravolta: non esiste più alcun legame automatico tra reddito e benessere.

Il panorama attuale col quale le nuove teorie dello sviluppo devono confrontarsi è estremamente complesso. Da un lato i grandi temi dello sviluppo umano come l’ambiente, lo sviluppo sociale, il genere sono ormai questioni assimilate da tutte le agenzie di sviluppo, Banca Mondiale compresa, come dimostrano i titoli dei rapporti e le Conferenze di Rio de Janeiro del 1992, o di Copenhagen e di Pechino nel 1995. Dall’altro la globalizzazione implica una interdipendenza e sempre più asimmetrica: l’istituzionalizzazione delle relazioni economiche internazionali, come dimostra la nascita dell’Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) e la sua estensione a disciplinare tutti i tipi di transazioni, comporta una rinnovata marginalizzazione dei paesi in via di sviluppo, alimenta i processi migratori provenienti da questi ultimi e rappresenta una sfida crescente alla sovranità dello stato-nazione.

  1. Critiche utopiche

Nonostante l’amore profondo per le teorie dell’etica economica di A. Sen, personalmente serbo molteplici riserve connesse all’idea ottimistica di possibilità di sviluppo e crescita globale. Pensiamo all’utopia del concetto di “beni comuni”. Tra i beni comuni rientrano anche quelli pubblici sui quali non si riflette mai abbastanza. Viviamo una fase della storia caratterizzata dall’agiatezza privata e dal diffuso squallore pubblico. Una fase in cui i beni privati hanno un incontrastato dominio. I beni pubblici (strade, parchi, sanità, scuole) arrancano sempre più dinanzi ai beni privati, in continua espansione e sofisticazione. Il sistema sociale basato sullo scambio delle merci e sull’estrema differenziazione sociale è per sua natura portatore di vulnerabilità per i soggetti ed è indifferente a considerazioni etiche.

In vista della continua valorizzazione, esso non presta attenzione alla ruvida realtà dei poveri che proprio i meccanismi creativi di ricchezza esprimono in continuazione.

Va colta, a mio avviso, una contraddizione tipica del mercato: una miseria pubblica convive con l’opulenza privata e «più la ricchezza aumenta e più il sudiciume si accumula». Il mercato come meccanismo anonimo e impersonale, che produce risorse e risponde alle pretese del consumatore, lascia scoperti beni pubblici essenziali nella supposizione che occorra perseguire una minima presenza della mano visibile dello Stato.

Ciascuno è invitato a diventare un benestante che vive in un cimitero di beni pubblici.

È incontestabile che alla ricchezza quantitativa dei beni privati corrisponda, oggi, la povertà qualitativa dei beni pubblici. Il consumatore opulento, il cui gusto esigente è visto come un incentivo alla gara per la produttività e l’efficienza, crede che la sua libertà sia esaltata in un mondo che non disponga di scuole, di ospedali, di sicurezza, di ambiente pulito, di servizi pubblici efficienti. Per questo vengono banditi tutti gli interventi che potrebbero lenire le condizioni di povertà (dei privati vulnerabili e soccombenti nella società del rischio, ma anche del sistema pubblico il cui declino lascia indifferenti, e ciò che accade in Italia ne è un esempio chiarissimo) nella supposizione che la semplice crescita quantitativa risolva le antinomie del moderno.

Un anarchico chiederebbe: ammesso che queste derive esistano, sono una degenerazione storicamente e geograficamente localizzabile o un rovescio della medaglia da cui non si può prescindere? Voi che rispondereste?

Malina Kendelthon

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