“Popsofia” e “Sofolar culture”: il caso Teledurruti

Riproponiamo questo articolo apparso originariamente sul blog di Antonio Romano e, in versione ridotta, su Popsophia.

PREMESSA
La recente boutade di Edoardo Camurri ha avuto il merito di portare alla ribalta la questione della popsofia, ossia della strumentazione filosofica applicata a quella viscida materia che sono i fenomeni dell’industria culturale, dal dottor House all’Ape Maya.

Partendo dal presupposto che, per quanto mi riguarda, con la filosofia ci possiamo destrutturare Topolino, ermeneutizzare Lili Gruber e sillogizzare ‘sta fava, vorrei mettermi nei panni intellettuali di chi avversa la popsofia. Da un certo punto di vista potrei perfino arrivare a essere d’accordo: se la filosofia, per secoli, si è concentrata su certe materie (la metafisica dell’anima è più antica della metafisica dei Simpson), possiamo ragionevolmente supporre che i suoi metodi e i suoi “contenuti” (ammettendo che la filosofia abbia prodotto “contenuti” propriamente detti, anziché solo metodi, per quanto “densi”) siano tagliati su misura per certi temi piuttosto che per altri. Un po’ come la fisica, che certi astrofisici pretendono di applicare a galassie che probabilmente non hanno nemmeno un principio termodinamico in comune con noi.

In tal caso, il peccato originale della popsofia sarebbe quello di essere miope: adeguare a tutti i costi un corpus multiforme come quello del pop alle categorie e ai sistemi di una pratica – quella filosofica – compromessa da millenni con tutt’altre questioni. Proprio per questo, potenzialmente, obiezioni à la Camurri saranno infinite, non senza un brandello di ragione. Propongo allora, per semplificarci la vita, di cambiare campo di gioco: anziché la popsofia, la sofolar culture (o “sofolture”).

Siccome, per quanto mi piacciano i giochi di parole, mi rendo conto fin troppo bene che molti articoli non esprimono altro che giochi di parole, vorrei chiarire fin da subito il senso della mia inversione: se la popsofia è Platone che legge i manga, la sofolture è Dodo dell’Albero Azzurro che si esprime per via negationis.

Il popfilosofo, ormai stremato dall’inutilità di un’indagine su – poniamo esempio – l’anima, applica la propria scienza a temi sugosi e vitali, come probabilmente era il tema della verità ai santi tempi di Socrate. Ma spesso questo si riduce a esercizio di stile, difficilmente riesce a scovare l’essenza di “Lost” o “Beautiful”. Ma invertendo i termini, potremmo finalmente tornare ai tempi in cui la filosofia partiva dal basso, anziché giungere dall’alto. Perché questo è il male comune alla filosofia accademica e alla popfilosofia: quella di partire dall’alto, da persone che hanno dovuto studiare la filosofia, che ormai ne sono impregnate. Non conta se poi s’interessano di Duns Scoto o di Paperoga: la questione è sempre la partenza.

Vogliamo qui analizzare, come caso di scuola, seppur molto brevemente, un esempio eclatante di sofolture: Teledurruti, la Televisione Monolocale di Fulvio Abbate.

TELEDURRUTI
Per i dettagli di Teledurruti possiamo andar lesti: nasce una dozzina di anni fa sulla rete locale Teleambiente e in tempi recenti (2009 mi pare) approda su Youtube, divenendo immagine umorale assoluta del proprio demiurgo: Fulvio Abbate.

I video che Abbate posta su Youtube sono brevi e, come sfondo, hanno solitamente dei quadri (quello più frequente è di Schifano, di cui Abbate afferma di essere stato amico), essendo lui stesso un critico d’arte e curatore di varie mostre. La lunghezza può variare, ma rimane quasi sempre sui cinque minuti, quindi pienamente rispettosa dei canoni comunicativi della Rete. I temi affrontati sono anarchici come Buenaventura Durruti. Non c’è un filo conduttore, se non quelli tenui dell’arte e dell’attualità. Scopo fondamentale è esprimere, edonisticamente, la fantasia del suo autore, in un connubio da lui fissato fra fantasia ed eros. Non c’è l’uno senza l’altro e, da quando lo hanno cacciato dal Foglio e dall’Unità, lui non ha altro scopo che esprimere se stesso.

Nel vortice caotico di Teledurruti, in cui l’accumulazione vige sovrana (e non potrebbe che essere tale, vista l’epoca di feticismo e di soffocamento oggettule in cui viviamo, per la cui analisi vi rimandiamo al librino di Massimo Fusillo edito recentemente dal Mulino), possiamo trovarci davanti a quiz a premi (in cui i premi sono cappelli garibaldini, magari) o a tombe o a fotografie di famiglia o a proposte di reality show (“Vengo a cagare a casa tua” è un must per i fan di Teledurruti) e molto altro.

Siamo davanti a un uomo istruito che filosofa sull’esistenza senza essere un accademico. Abbate è laureato in filosofia, ma ripudia in toto l’impianto accademico per le sue esternazioni, cercando di comunicare “fantasiosamente” il suo stupore e le sue conclusioni al pubblico. Peculiare è anche il registro con cui lo fa, caratteristica del vero filosofo: se Platone aveva fatto una scelta di stile, così come Nietzsche o Ortega, anche Abbate l’ha fatta, assumendo una lingua barocca e ridondante sui temi seri e stralunata sui temi risibili, in un clima in cui serio e risibile sono tragicamente annodati. Perché la vis polemica di Abbate, come quella del filosofo, sebbene si abbatta su temi d’attualità o su argomenti esistenziali, è fondamentalmente nichilista: serio e risibile sono categorie borghesi, l’eros non prevede simili divisioni, per cui la scureggia durante la scopata (argomento trattato da Abbate) è serio tanto quanto il naufragio del Concordia perché il teatro è sempre quello dell’irresistibilità caotica del divenire e del desiderio, e il cambio di registro con cui se ne discute non modifica la fondamentale inutilità di tutte le questioni.

Teledurruti è espressione della sua epoca, è crudele e divertente, sofisticata nel lazzo, irresistibile della comicità, bulimica nell’esposizione, seriosa nel commento serio, rabbiosa nella stizza, mai accademica, drammaticamente angosciata dal disastro del divenire, che mai reca speranza. Orfani delle ideologie forti e teledipendenti si riuniscono al focolare di Teledurruti per venir rischiarati dal bagliore della sua ironia, destabilizzante e rassicurante quanto quella socratica: destabilizzante per chi ancora crede a qualcosa, rassicurante per chi credeva di essere il solo a non credere più in nulla e a ridere di tutto. Un focolare per relativisti che credono fermamente nelle leggi non scritte della civile convivenza senza ideologie o capibranco.

Un’opera anarchica e individuale, devoluta alla collettività in un nichilismo comico sempre assetato di una speranza per il futuro e puntualmente frustrato in questa speranza. E allora parte la risata (così filosoficamente commendevole), specialmente per se stessi, ridotti a personaggi di commedie dove l’ultimo tram non passa mai. In questo senso prodotto purissimo di sofolture: una filosofia che parte dal basso, da un non filosofo, cercando di coinvolgere tutti gli aspetti dell’esistenza senza mai scadere nel linguaggio specialistico o nel linguaggio indifferenziato. Per tutti e per nessuno, proprio come la filosofia dei greci: la facciamo a cena o in piazza, se vuoi ti puoi unire, ma a tuo rischio e pericolo. Piuttosto diversa dall’impostazione “facciamo filosofia in università, non puoi entrare, anche se non parliamo di nulla”.

Concludendo, credo che la popsofia dovrebbe ispirarsi a questa impostazione, piuttosto che a quella “parliamo di Lello Arena, ma da filosofi accademici”.

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6 Responses to “Popsofia” e “Sofolar culture”: il caso Teledurruti

  1. Massimo Vaj says:

    Le filosofie e la metafisica non hanno punti di contatto che avvicina i differenti domini che esse occupano. Le prime, sono costituite dalle ipotesi umane sui migliori modi di interpretare e vivere l’esistenza, mentre la seconda è, propriamente, la consapevolezza dei princìpi universali e le loro conseguenze applicate al proprio modo di essere e, dunque, di vivere. Essendo la dottrina metafisica di un ordine universale, sovra individuale e sovra temporale, non potrebbe essere compresa da nessuna delle filosofie che sono limitate alle ipotetiche interpretazioni elaborate da individui nei confronti dell’esistenza. La metafisica non è nata da concezioni o idee umane, ma è il frutto della consapevolezza, immediata e non relativa, dei princìpi universalmente applicabili, non morali quindi, all’intero universo, sia considerato nella sua manifestazione formale che nell’aspetto informale e non manifesto. Lasciate a terra le nozioni fasulle apprese a scuola, e cercate oltre i limiti considerevoli che affliggono tutte le culture superficiali che nella stessa terra si meritano di riposare, anche se non so quanto in pace…

  2. Massimo Vaj says:

    L’intelligenza lascia sempre, causa la sua sarcastica natura, dei vuoti incolmabili quando sta lontana troppo a lungo… 😀

  3. Massimo Vaj says:

    Il detto taoista che cita “La parte più importante di una casa è il vuoto dentro” quando considerato dal lato sbagliato contraddice il mio assunto. Devo specificarlo per toglierti ogni speranza residua…

  4. paolo says:

    a volte abbate si fa prendere la mano, ma nel complesso teledurruti è operazione lodevole…

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