L’economia come scienza umanistica /1

Continua il nostro viaggio tra le dispense dell’economista Malina Kendelthon, di cui pubblicheremo in vari capitoli la parte intitolata “L’economia come scienza umanistica”.

Viaggio da una prospettiva psicologica ad un punto di vista organizzativamente rilevante

DIFFERENZE INDIVIDUALI NEL SELF-MONITORING : VERSO LO SVILUPPO DI UNA ”NUOVA COMPETENZA”.

Sulla capacità di adattarsi ad un io in movimento… «L’Uomo è il creatore di se stesso.. è animale di natura varia, multiforme e cangiante», in questa condizione flessibile all’uomo  «è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole».

(Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate)

Il fatto che gli individui spesso si sforzino di influenzare le immagini trasmesse ai propri interlocutori è cosa nota per gli osservatori della natura umana. Tuttavia, secondo la credenza del così è se vi pare «tutto il mondo è una scena» (W.Shakespeare, As you like it), così la storia continua e tutte le persone diventano soltanto attori di una «rappresentazione teatrale che si svolge su un palcoscenico e di fronte ad un pubblico, secondo un campione che prevede, più o meno rigidamente, parti differenti (ruoli) affidate ad attori diversi…» ( De Grada, 1999, p.92 ). Secondo un approccio di tipo drammaturgico (De Grada,1999, p.91), la metafora che vede la vita sociale come rappresentazione teatrale è presente già in molte opere letterarie dell’antichità classica; così dietro la maschera di Edipo cieco o con le sembianze di Lucio l’Asino D’Oro pare che alla realtà della vita e all’esperienza quotidiana si possa sostituire una realtà alternativa. Allora, in una tale dimensione le apparenze e le immagini esterne spesso si rivelano più importanti della realtà stessa. È stato detto che «il mondo è governato molto più dalle apparenze che dalla realtà, così da avere l’impressione di conoscere qualcosa o, a volte, di conoscere davvero il mondo». Tutto potrebbe o non potrebbe essere teatro. Le apparenze potrebbero o non potrebbero essere più importanti della realtà. Nondimeno, questa metafora della “vita come teatro” sintetizza la possibilità che possano esistere lacune e contraddizioni tra apparenze pubbliche e realtà private. Le pubbliche manifestazioni dei mondi e delle azioni individuali potrebbero non costituire riflessi accurati e comunicazioni significative su specifiche credenze, attitudini e intenzioni. Invece, ciò che le persone dicono o fanno potrebbe essere il prodotto di tentativi strategici deliberati per creare immagini appropriate a particolari contesti sociali, per apparire la persona giusta, al posto giusto, al momento giusto (Snyder, 1972, 1974 ). Quali sono, allora, gli sforzi attivamente compiuti dagli individui per controllare le immagini e le impressioni che gli altri si creano di loro nelle interazioni sociali? Qual è la conseguenza dell’adattamento ad alcune strategie e orientamenti pragmatici tesi ad interpretare le relazioni interpersonali? Queste questioni definiscono il cuore della teorie e della ricerca sui processi di self-monitoring. Centrale importanza definitoria viene attribuita alla proposizione per cui gli individui in grado di esprimere buone capacità di self-monitoring hanno la capacità di controllare i propri comportamenti espressivi, la presentazione di sé ed i comportamenti non verbali (Snyder, 1972, 1974). Tra l’altro, questi processi di self-monitoring influenzano in modo significativo i nostri punti di vista, il nostro comportamento nelle situazioni sociali, e rivelano le dinamiche delle nostre interazioni con altri individui. In definitiva il self-monitoring, variabile relativa all’individuo che «rappresenta un’ attiva costruzione del sé pubblico per raggiungere i fini sociali» (Gangestad, Snyder 2000), spicca per due fondamentali ragioni:

٠in primo luogo possiamo asserire che essa faccia chiare previsioni circa gli effetti della self-monitoring orientation sulla capacità individuale di modellare differenti mondi sociali (Snyder 1987);

٠in secondo luogo, la teoria sul self-monitoring sottolinea interessanti argomenti che collegano le differenze individuali nel self-monitoring ad una varietà di risultati, come la performance sul lavoro, l’emergenza della leadership nei gruppi di lavoro, il conflitto manageriale, la gestione delle informazioni, la gestione del risultato e delle posizioni in aree di confine (boundary spanning positions) (Snyder 1987-88-90; Kilduff, Day 1994 ).

È importante sottolineare sin dall’inizio che il self-monitoring viene identificato come una variabile di classe discretamente distribuita (Gangestad e Snyder, 1985), malgrado i precedenti pregiudizi proprio sull’esistenza di differenze individuali distribuite in modo discreto. Per questo, con la legittimazione e la valutazione del self-monitoring sarà possibile «scolpire il carattere alle giunture» come affermava Platone, così da poter sostenere che «ci sono due tipi di persone al mondo» (Gangestad e Snyder, 1985).

Malina Kendelthon

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