Le 13 cose – anteprima

[Qui di seguito un’anteprima dal romanzo Le 13 cose (Neo edizioni), di Alessandro Turati, dai primi di marzo nelle librerie]

Ho ricevuto una lettera dall’Uganda. Una bambina di dieci anni mi ringrazia per il sostegno a distanza. Grazie a me, dice, può andare a scuola. Grazie a me, mi sembra di capire, ha imparato a leggere e scrivere. Mi dice e mi fa capire queste cose in inglese. Potrei essere contento, ma so che sarebbe eccessivo: ieri sera ho speso più soldi per ubriacarmi di quanti ne verso in tre mesi per la sua istruzione. Potrei farglielo sapere, potrei dirglielo. Magari in inglese.
Io parlo un po’ inglese perché nel 1994 alle Cinque Terre ho conosciuto due inglesi in un bar. Abbiamo parlato di Londra e del Principe Carlo. Alla fine, così per ridere, mi hanno offerto un intruglio nel quale c’era anche della birra e della schiuma violacea: loro sono sbarellati e si son messi a suonare la chitarra; io mi sono coricato in un angolo credendo di essere un Tuareg.
Poi, non ci penso più. Prendo la lettera e la infilo nel cassetto dove tengo tutte le lettere che ho ricevuto in vita mia. In tutto sono tre, bambina dell’Uganda inclusa. Sarà che con gli anni mi sono inaridito. Sta di fatto che non trovo sia un grosso problema ed esco a parlare con il vicino che pota la siepe: il signor Adriano Nero.
Adriano è un buon uomo che ama stringere la mano e presentarsi di continuo. Per lui è un’ossessione il desiderio di sentirsi introdotto nella comunità di questo villaggio di stronzi bigotti. Certo il suo aspetto non gli è d’aiuto dato che ha la gobba come un Super Santos usato e il volto scavato da rughe profonde e nere come uno scolo di compost. Però, ha un pregio: sorride per salutare. Mi sembra una bella cosa.
Si è trasferito da un paio di anni in questo paese insignificante e, oltre a potare la siepe, cerca di crescere nel migliore dei modi sua figlia Aida, la quale, quasi per deluderlo, non dice mai un cazzo, tantomeno si presenta o ride. È una bambina minuta e silenziosa, avrà dieci anni, e passa intere giornate con le mani nella terra.
La loro casa dista dalla mia quindici passi. Se piove, undici. Una volta ci sono arrivato in otto e per sbaglio ho calpestato una lumaca rossa: piccoli inconvenienti di chi abita attaccato a un bosco. Per farla breve, le nostre abitazioni sono divise da una strada sterrata larga una decina di metri che introduce, in lunghezza, al suddetto bosco di robinie, castagni e, a cercarlo bene, un tiglio. Per il resto, un oceano senz’acqua. Solo prati che ci separano dal centro del paese. In sostanza, il posto adatto per seppellire mignotte o incontrare Biancaneve seminuda, squartata e rivolta nell’erba con un torsolo insalivato a pochi passi dalla gonna.
Ad ogni modo: Adriano mi vede, scende dalla scala e spegne la tagliasiepi. Mi saluta, mi stringe la mano e mi chiede qualcosa che non capisco. Rispondo di sì. Un minuto dopo, sono di nuovo a casa.
Non ho molte cose da fare. È domenica e fa caldo. Allargo le braccia e le lascio cadere. Fisso la parete davanti a me, ma senza convinzione, anzi, lasciando appannare la vista come in un calo di pressione. È un senso di resa universale, una sorta di rassegnazione agli eventi: non ci sono molte cose da fare come credevo, oppure l’utilità delle cose che si possono fare diminuisce con la consapevolezza della sterilità di ogni affaccendarsi umano. Fatto sta che la mia vita sociale finisce qua, al di là di ogni necessità.
Prendo in mano un libro, lo apro, leggo una riga, lo riposo. Fa caldo, molto caldo: sento il volto sudaticcio, l’unto delle gocce che si incrostano sulla pelle. L’afa, comunque, mi piace. La fiacca, pure. È luglio, l’estate, il riposo, il nulla. La mia ragazza è morta otto anni fa e, da allora, ci penso sempre meno. La mia casa ne è la testimonianza: vuota e asettica come il mio cervello. Non conservo niente. Getto tutto quello che posso gettare. Mi accontento delle cose utili, concretamente utilizzabili. Per esempio, una rosa del deserto sulla mensola in salotto mi darebbe molto fastidio. Mi verrebbe voglia, prima o poi, di gettarla contro la porta-finestra che apre verso il giardino e il bosco. Stesso discorso per un eventuale siluro di porcellana, ma so che non renderebbe l’idea nello stesso modo.
È una questione di nostalgia, dovessi parlarne seriamente. Meno cose ci sono, meno pretesti dinamici possono insorgere. O forse no. Comunque, ho scelto così: di togliere e togliere. Tengo solo due abiti dei miei genitori, quelli del loro matrimonio. Li conservo nell’armadio della loro stanza che, neanche a dirlo, tengo ovviamente chiusa a chiave da circa un decennio, più o meno dal giorno della loro morte, o meglio, dalla morte dell’ultimo, il babbo, schiacciato sul lavoro da un bancale di cocomeri. Ho detto angurie? No, cocomeri.
Avevo anche un fratello gemello più alto di me e coi capelli rossi. Era sposato con una zingara conosciuta durante un furto: lei stava rubando in casa sua. Si sono innamorati, lui ha ritirato la denuncia. Poi, un giorno hanno litigato pesantemente perché lei voleva un figlio e lui no. Si sono anche spinti, aggrediti, picchiati. L’ha raccontato lei mentre piangeva. Nel frattempo, mio fratello era in ospedale. I medici stavano cercando di togliergli la forchetta che aveva conficcata nella tempia sinistra. È morto un’ora dopo.
Emilie è morta a diciannove anni. Io ne avevo ventuno. Tanaquilla, la sua cagna, era appena nata: una bastardina trovata per strada dentro uno scatolone, probabilmente figlia di un Golden Retriever che aveva chiavato con un topo scuro come un uovo di cioccolato fondente. Un essere docile dalle orecchie a penzoloni, la coda lunga e frangiata, il pelo nero come la pece e una fastidiosissima striscia color crema in mezzo agli occhi grandi ed espressivi. Una creatura indifesa con problemi di nanismo, ingrassata col tempo fino a somigliare ad una scrofa, tarchiata e bassa come una donna Etrusca.
Una cagna, Tanaquilla, che ho visto crescere in larghezza per pochi mesi, fino alla morte di Emilie. Poi, i suoi genitori hanno deciso di tenerla con loro per smuovere l’aria rarefatta della solitudine o per rinverdire il ricordo della figlia scomparsa con qualcosa che in vita le era appartenuto.
Il signor Enrico Anastasia, il padre, e la signora Enrica Liscia, la madre, sono due persone che, vederle da lontano, simpaticissime.
Mi chiamo Alessio Valentino, ho ventinove anni e peso 52 chili. Da quando sono nato, mi hanno bersagliato e umiliato per il mio cognome. Mi consideravano effeminato: contumelie su contumelie. Io ci soffrivo, piangevo nell’armadio. Per questo motivo, i miei genitori mi hanno mandato da uno psicologo: un demente di trent’anni che si tratteneva per non ridere quando gli facevo degli esempi. Dopo un anno, ho smesso di andarci e mia mamma mi chiedeva perché. Ma porca puttana, pensavo.
Col tempo, comunque, le cose non sono migliorate: grattandomi, mi taglio; inciampando, cado; nuotando, bevo.
Sono insipido come un gruppo di tedeschi che, dopo aver conosciuto un italiano, lo ricordano gridandosi l’un l’altro: «porco Dio porco Dio».

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13 Responses to Le 13 cose – anteprima

  1. Massimo Vaj says:

    Dehh… ce l’ho fatta a leggerlo tutto, incredibile come la mia salute mentale stia migliorando da quando mi astengo dal cibarmi. Non ci si crede, ma la prima cosa che sparisce è la fame che spinge a cercare il nutrimento. La prima che arriva ti mette in condizioni penose l’intelletto che acquista una lucidità mai conosciuta prima. La lucidità è dolorosa, provate a darla alla vostra auto e vedrete. Dev’essere per questo che, anche se faticando molto, son riuscito a leggere il pezzo sopra. Il vuoto che mi ha lasciato dentro sono quasi certo sia una conseguenza del digiunare, ma non ci giurerei 😀 Dovessi esprimere una lucida critica direi che quando non sa che dire la mente dovrebbe digiunare…

  2. Paolo Zardi says:

    Notevole!. Appena esce (il 5 marzo, giusto?), lo compro.

  3. mario says:

    lo prenoto subito!

  4. Massimo Vaj says:

    Io mi auguro che lo scrivere non si sia ridotto a essere una sequela di pensieri buttati lì, a casaccio, come si fa quando si è ubriachi della scontentezza di ciò che si è. Non sono interessato all’arte di chi si compiace di piangersi addosso.

    • Paolo Zardi says:

      Nemmeno io. Ma ci sono due modi per giudicare un romanzo dalla prima pagina. Il primo deve prendere in considerazione lo stile – la capacità di costruire nel modo giusto le frasi: e nel pezzo riportato, ci siamo (posso anche entrare nel dettaglio, se serve). Il secondo è valutare le proposte della casa editrice: e della Neo, alla quale mi sento legato da profonde affinità, mi fido.

  5. Massimo Vaj says:

    Lo stile nel quale chi scrive si esprime rivela solo una parte della sua personalità, non certo la più importante. È il senso dello scritto che mostra la direzione verso la quale lo scrittore sta andando. La direzione esprime la qualità, mentre lo stile è uno dei mezzi che consentono di portare chi legge sul piano in cui questa qualità comunica i propri valori. Non si giudica uno scritto sulla fiducia e neppure sulla sfiducia. Lo si osserva per dove vorrebbe condurre. Una sola pagina è insufficiente a farlo, ma se è stata scelta significa che costituisce l’impronta digitale dell’intero libro e, almeno in questo caso, è sufficiente a spedirlo in galera…

    • Paolo Zardi says:

      Questione di gusti, allora. La direzione che sembra prendere questa pagina mi pare molto buona e promettente; e il fatto che l’autore debba finire in galera, be’, potrebbe essere uno dei punti a suo favore. Generazioni di censori hanno accusato, di volta in volta, Flaubert, Joyce e Nabokov ma, fortunatamente, gli scrittori vengono salvati dai loro lettori (con questo non sto paragonando Alessandro Turati a Flaubert: dico solo che il paradiso lo preferisco per il clima, la galera per la compagnia).
      Se devo decidere se comprare o no un romanzo, la fiducia ha comunque un ruolo preponderante: il giudizio complessivo sulla qualità, lo si darà, eventualmente, alla fine, e non prima di leggerlo.
      A presto!

  6. Massimo Vaj says:

    L’intelligenza non è mai una questione di gusti.

    • Paolo Zardi says:

      “Tutti sono convinti di avere buon gusto e di essere spiritosi, ma da un punto di vista statistico è impossibile.” (Nora Ephron)
      Credo valga qualcosa di analogo per l’intelligenza. La tua frase poteva essere vera qualche centinaio di anni fa – ma il recente relativismo la rende un po’ sorpassata. O pensi che sia solo un caso fortunato il fatto che tu condivida le tue opinioni?

  7. Massimo Vaj says:

    La statistica fonda i propri principi sulla quantità, e da questa procede anche quando deve analizzare la qualità. Non mi pare essere una cosa molto intelligente. Se credi possano, le odierne possibilità di condivisione, sufficienti a cancellare le consapevolezza vissute nel passato, ti meriti il futuro che oscura l’orizzonte.

    • Paolo Zardi says:

      Accetto con serenità il futuro che oscura l’orizzonte, se questo è la conseguenza di non credere che esista qualcuno (o Qualcuno) che può dire cosa è Intelligenza e cosa non lo è. Non credo che il relativismo significhi che qualsiasi idea va bene allo stesso modo, ma che se non c’è condivisione sui criteri di giudizio, è impossibile trovare un sistema esterno onnicomprensivo capace di dirimere la questione. Per me questo incipit è scritto bene, e promette molto: non vedo i pensieri a casaccio buttati là da un ubriaco, e il fatto che tu li veda non mi fa pensare che tu sia privo di intelligenza, ma che tu abbia altri gusti – o che cerchi altro in quello che leggi.
      Ma questo scambio di commenti sta diventando un piccolo flame out of topic, mi fermo qui.
      Ciao!

  8. Massimo Vaj says:

    Errata porridge: se credi siano… 😀

  9. Massimo Vaj says:

    L’intelligenza è la capacità di individuazione dei princìpi universali dai quali la manifestazione della realtà è ordinata. Non è una questione individuale di gusti e inclinazioni personali, perché l’intelligenza, quella che non si appoggia a sistemi di pensiero limitati dall’essere sistemi, è universale. Lo deve essere, altrimenti non è intelligenza ma solo il frutto di un ipotizzare, individuale o collettivo non fa differenza. Anche per me la questione è da ritenersi chiusa, anche se penso il “flame” sia altra cosa.

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