Come sono finita dove sono finita

Non sono solita leggere libri tratti da blog, perché sono forte lettrice di rete, quindi di rado mi scappa qualcosa. Questo blog invece è sparito prima che lo potessi leggere e quindi ho letto il libro che ne è stato tratto. Devo dire che è stata un benedizione, perché se avessi letto solo il blog alcuni post di certo me li sarei persi, invece nel volume i pezzi risultano dotati di una consequenzialità che ha dello stupefacente. Sto parlando di Come sono finita dove sono finita di Silvia Bortoli (Cicero, 2011). Una meditazione sulle tematiche che occupano la mente di chi si trovi a vivere una condizione di esule volontario e metaforico dalla città natale a una dimensione dove non sono le radici a dominare il discorso, ma piuttosto la loro assenza o meglio ancora la loro transustanziazione in humus emancipatorio. Composto da brevi quadri, che in origine erano i post del blog ma nel volume diventano invece i tasselli di un discorso articolato sulla memoria, sulle relazioni intime e sociali, su ciò che il tempo che trascorre aggiunge alla vita quotidiana, sull’amore, il libro scorre con la stessa facilità con cui il lettore si ritrova immerso nel dialogo interiore dell’autrice. Lo rende partecipe di ricordi, di amicizie e di situazioni in cui chiunque può riconoscere un parente, un amico, un compagno di scuola. Il tema del viaggio predomina: ci si ritrova in Norvegia con la stessa facilità che su una spiaggia del litorale adriatico, e in tutti questi salti spaziali e temporali emerge con nitidezza dal quadro l’elemento umano, o animali che ricordano vizi e tic umani. L’uomo è quindi al centro di questa meditazione. Un essere umano che oggi si fa sempre più fatica a riconoscere, come nell’episodio in cui alle bambine era imposto l’inchino alle signore, o quello esilarante in cui una Marì sbaglia numero chiamando una Teré e, confrontandosi con la voce sveglia e tecnologizzata dell’autrice, si spaventa: due mondi che non comunicheranno mai, due Italie, una arcaica e una al passo con la tecnologia più avanzata, che rappresentano ciò che di fatto è questo paese, in cui massaie analfabete digitali (e non solo) condividono la cittadinanza con donne pienamente consapevoli e al passo con il proprio tempo. La sarta, con la sua bambina enigmatica, che si porta dietro come un talismano per proteggersi da questa donna strana, troppo libera, troppo svincolata dai legami che ancora impediscono alle donne di qua di vivere in pienezza la propria indipendenza, mettendo a frutto cultura e teconologia in una completa emancipazione. Un piccolo gioiello, questo libro di Silvia Bortoli, che  consiglio soprattutto alle lettrici, ma anche a lettori e soprattutto agli aspiranti scrittori. Il motivo è semplice: non sono le scuole di scrittura a poter insegnare la classe nell’atto di narrare. Quella è innata, e qui c’è proprio tutta. C’è innanzitutto la lingua limpida, cesellata, nelle cui pieghe si ritrovano i molteplici livelli del discorso. Ci sono i grandi temi, c’è la saggistica. Per poter scrivere anche una piccola opera è necessario avere letto molto, questo i giovani narratori tendono a scordarlo, ma soprattutto avere riflettuto a lungo. Questo libro è un po’ anche un manuale di riflessione, attività a cui sarebbe opportuno ritornare. Infine, in epoca di narrazione transmediale, questo libro trasporta l’esperienza della lettura a video su cartaceo, donando un significato ulteriore al corrente implicito della forma blog, cioè il rifiuto a priori della linearità narrativa, che consiste nella ricerca di ridimensionamento di struttura e trama pur operando nell’insieme un recupero della linearità tematica. Un esperimento riuscito, quindi, oltre la piacevolezza della lettura.

Claudia Boscolo

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