La luce del Natale *

Non sono mai stato un fanatico delle pulizie di casa.
Per intenderci, non mi è mai venuto in mente di svegliarmi la domenica mattina alle 7 per ripulire l’appartamento da cima a fondo come faceva mia mamma, ad esempio, che ci buttava giù dal letto, apriva tutte le finestre “che devo cambiare l’aria” e si metteva a ramazzare, mentre noi, infreddoliti e con un principio di broncopolmonite in corpo, ci stipavamo accanto al camino.
Quest’anno al pranzo di Natale ci saranno solo i miei amici. Scelta obbligata, visto che con i miei d’altro canto non parlo da mesi, in seguito a quella faccenda di quest’estate. Mi va bene così: meno ansia, meno stress, meno fisime sul cosa preparare e soprattutto zero sbattimento per quel che riguarda le pulizie. Molto molto meglio.Un Natale tra amici. Un Natale con i tuoi, quelli veri. Perché “i tuoi” non è detto siano i genitori. I “tuoi” sono quelli con cui stai bene, con cui sei a tuo agio. Sono quelli che cerchi quando hai bisogno anche solo di un consiglio. Dei “tuoi” ti puoi fidare, non fanno storie, non te la menano. Non ti dicono “non rimanere attaccato al computer tutto il giorno”, “esci un po’”, “trovati una ragazza” o cose così. I tuoi, quelli veri, se ne fregano di darti ansie. A loro interessa quello che sei. Se ne fregano di ciò che dovresti o potresti essere.

Ci siamo dati appuntamento alle 12, ma non mi aspetto che siano tutti puntuali, tranne Davide, ovviamente, che precisino com’è arriva infatti per primo.
Lui lo conosco dall’università e gli voglio un bene dell’anima. È il tipico ragazzo buono, sereno, sorridente, con un unico difetto manifesto: il suo strabismo, che definire “accentuato” vuol dire fargli un piacere. Le sue pupille sono talmente vicine che da un momento all’altro una delle due potrebbe essere risucchiata nell’altro occhio. Quelle pupille si amano, secondo me, non vedono l’ora di stare insieme. È un amore che nessun oculista può fermare. Si cercano come due calamite, è evidente. Il problema è che quando ti fissa non sai mai se sta parlando con te o con chi ti sta accanto. I suoi occhi sono anarchici, ribelli. Sono la sua parte più rock.
Subito, senza nemmeno salutarmi, mi fa vedere le foto della sua vacanza a Barcellona: Davide davanti alla Sagrada Familia, Davide sul Tibidabo, Davide sulle Ramblas, Davide con un bicchiere di Sangria, Davide e Davide (allo specchio), Davide sulla spiaggia, Davide con un chorrizo, Davide senza chorrizo, Davide da Desigual e Davide in aeroporto. 128 foto tutte uguali.
Davide, gli dico, ma cambiare un po’ soggetto?
France’, mi fa, ma se nella foto non ci sono io potrebbe essere benissimo la foto di un altro.
Disarmante. Davide, che è di Napoli, ha passato tutta la mattinata a cucinare “‘o’ capitone”.

Mentre sono lì che guardo Davide alla Barceloneta e Davide davanti alla Pedrera, arriva Lorenzo, il bello del gruppo. È un rubacuori lui, ma è anche buono come il pane. È un miscuglio tra un Don Giovanni e San Giuseppe. È un “Don Giuseppe”, come lo chiamiamo noi. Lui è sempre pieno di citazioni, aforismi, massime, motti e sentenze. È tipo il “libro delle risposte” senza che nessuno gli abbia mai fatto le domande. È molto attento all’estetica. Nelle foto ad esempio ha sempre i suoi occhi azzurri in primo piano e non vuole che si noti il suo principio di stempiatura.
Io e lui ci siamo incontrati in un viaggio a Firenze. Eravamo entrambi da soli in un’osteria in cui ci si siede tutti allo stesso tavolo, si versa vino dalla stessa bottiglia e si riceve un trattamento un po’ rustico. Una tipica osteria di altri tempi. All’inizio mi faceva anche un po’ antipatia, questo ragazzo biondo con due spalle enormi e le pose da modello, ma poi, sarà stata l’abbondante dose di vin santo, abbiamo iniziato a parlare senza sosta. Ora lui è uno dei miei migliori amici.
Davide e Lorenzo li ho fatti conoscere io. Ma se non li metto insieme, solitamente non si cercano.
Lorenzo come sempre è un tornado. Mi fa mille feste, mi chiede un mucchio di cose, e mi rimprovera del fatto che non mi vede in palestra ormai da mesi.
Ma che ci vuoi fare, gli dico, non ho molto tempo tra lavoro e cazzi vari.
Fa come credi, mi risponde, ma quando la tua pancetta diventerà come quella del Gabibbo non venirti a lamentare con me.

Tra un “Davide alla Boqueria” e “Davide in Plaza Real” arrivano Renzo e Lucia, che pare fatto apposta, ma si chiamano così per davvero. Normalmente vivono una storia a distanza: lei a Riccione, lui a Bari. Quando possono, però, si incontrano a metà strada, a Pescara, nella casa al mare di lei. Dei suoi di lei, a dir la verità.
Arrivano insieme, chiassosi come sempre. E ci investono con una raffica di discorsi: lei con la sua passione per le borse e lui con le sue chiacchiere a base di auto e motori.
Come fosse la cosa più importante del pianeta, ci tengono a mostrarci i filmini delle loro vacanze, dove sono tutti innamorati e coccolosi. Ci abbiamo provato in tutti i modi a convincerli di piantarla con tutta questa melassa, ma niente. Come diceva quello, non c’è peggior sordo di chi è sordo per davvero. Per pranzo Renzo e Lucia hanno preparato un timballo di pasta e carne. Ne parlano molto bene. Sarà.

Bussano alla porta. Li lascio un attimo per andare ad aprire.
Un gruppo di bambini intona un canto di Natale che parla di neve e zampogne. Mi allungano un calendario di Frate Indovino chiedendomi un contributo libero di 10 euro.
Ma che razza di contributo libero è un contributo di dieci euro?, faccio a uno di questi nani da passeggio.
È libero nel senso che può darci anche di più se vuole, mi risponde.
Ehi bimbo, sei contorto, gli faccio. Allungo dieci euro e se ne vanno, portandosi in processione al portone accanto. Capirai, la vecchia signora Pia ha l’Amplifon in riparazione. Potrebbero rimanere lì a suonare per anni.

Torno dei miei amici.
Guardo “Davide al Montjuic” e “Davide davanti all’Arena Monumental”, mentre Lucia va avanti a parlare di borse e Lorenzo ha trovato una scusa per allontanarsi.
Nemmeno il tempo di rendermene conto che arrivano in massa tutti quelli del liceo, che avevo cercato uno per uno per il pranzo di oggi. Sono uguali a come li ricordavo. Solo più vecchi e più brutti.
C’è Ferrarese del primo banco, che era il secchione con l’apparecchio per i denti. Nei compiti in classe di matematica passava le soluzioni solo dietro compenso. Arriva anche Giovannini detto “cocco di mamma”, il preferito dalla Zoccolari (si chiamava così), la prof di latino. Ha perso tutti i capelli e si è fatto crescere la barba come un santone tibetano. Arriva con Prepuzi (che faceva il paio con la Zoccolari) dall’ascella eternamente pezzata. Si faceva la doccia con le mutande, sperando che nessuno notasse quel particolare che gli è valso il soprannome di “manganello”. E con loro c’è anche la mitica Cinelli, la più bella di tutte che non l’ha mai data a nessuno. La “figa sott’olio”, la chiamavamo.
È bello rivederli. È bello ritrovarli. Sono tutti più o meno sistemati: chi lavora in banca, chi è nell’elettronica (che poi è anche il mio ramo), chi si è messo a dipingere e chi ha fatto le selezioni per il Grande Fratello.
Ci mettiamo tutti comodi a guardare dei vecchi spezzoni di film natalizi, qualcuno inizia a intonare dei canti, c’è chi si accorge che sta nevicando. È proprio un bel Natale.

Mentre siam qui, tra canti, chiacchiere e “Davide al Parc Guell” e “Davide in Plaza de Catalunya”, si aggiunge Claudia, la mia prima delusione d’amore.
All’epoca fu un colpo di fulmine, una folgore in piena faccia, un tuono in mezzo al cuore, un lampo d’emozione e soprattutto, dopo il due di picche, un autentico pugno in faccia. Lei, splendente come la Madonna, intelligente come la Montalcini e stronza come un gatto che ti caga in casa. Una stronza a livelli siderali, una che le davi un appuntamento e non veniva, le chiedevi il numero di telefono e se lo inventava, le parlavi d’amore e guardava da un’altra parte. Una stronza col brevetto.
E adesso, mi racconta, è finita con un carabiniere siciliano. Non si vedono mai, ha tre figli e per sbarcare il lunario ha un negozio di teolettatura per cani. Mi dice che lei al pranzo di Natale, in realtà, non ci tiene tanto. Solo che i suoi figli sono in montagna dai nonni e suo marito è pure in servizio. Per cui ha accettato volentieri di unirsi a noi. Ha pensato di prendere un po’ di prosciutto.
È di Parma!, mi fa.
Sì, ma è prosciutto, le faccio.

Bussano alla porta ma oggi pare debba andare così. Un gruppo di zampognari con indosso dei montoni scuoiati m’intona un Tu scendi dalle stelle talmente forte che mi fa saltare i timpani e fa esplodere di sicuro anche l’Amplifon della signora Pia qua accanto. Sgancio subito qualche spicciolo e li liquido con un Buone Feste che ha la stessa grazia di un vaffanculo.
Vado in bagno a sciacquarmi la faccia e tornando in sala mi accorgo che tra gli altri è arrivata anche Ada, l’ex storica di Lorenzo.
Sono stati insieme otto lunghi anni. Un amore da fotoromanzo: lei si specchiava negli occhi di lui e lui si specchiava nel beauty case di lei, vanitoso com’era e com’è. Si sono amati tanto, erano persino andati a convivere. Poi lei si è convinta di voler intraprendere un viaggio spirituale, e per lunghi mesi ha cercato di convincere Lorenzo a seguirla. Ma lui niente. Figuriamoci, sarebbe stato più facile lisciare i capelli dei Cugini di Campagna.
È partita da sola per l’India, proseguendo poi in Cina, Giappone, Corea, tutto spesato dalla carta di credito del padre, noto produttore locale di mozzarelle. Ha girato l’Africa in lungo e in largo, per poi trasferirsi un paio di mesi in Brasile. Ora vive a Bernalda, in Basilicata. Ha aperto un’azienda agricola che produce soia, ha mollato Lorenzo e pare faccia OM dalla mattina alla sera.
Ovviamente non si parlano. Nemmeno un Ciao di cortesia. Si ignorano, e forse è meglio così.
Per il pranzo di Natale Ada ha portato il panettone di soia, che credo sia una nuova forma di tortura in vigore nei peggiori regimi dittatoriali sudamericani. Mi strappa alle foto di Davide, tutto entusiasta per “Davide e la torre di Calatrava” e “Davide e la fermata Liceu della metro”, e mi mostra uno per uno i suoi cortometraggi sul Gange, mentre tutti gli altri continuano a godersela e a chiacchierare in santa pace. Come attiro le sfighe io non le attira nessuno. Cerco di resistere più che posso, ma dopo qualche minuto cerco una scusa plausibile per allontanarmi con eleganza.
Vado a tirar fuori lo spumante dal frigo, le dico. E finalmente mi schiodo, mentre arrivano anche tre ex amici del calcetto, qualche altro reduce del liceo e un paio di ex morose. Ci raggiunge anche Ema degli Harmony, con i suoi assoli di chitarra, Gianni e le sue faccette strane e Lorena Pancaldi, che non perde occasione per pubblicizzare il suo ricettario.
A sorpresa arriva anche zia Clara, che ha abbandonato per un attimo la festa a casa dei miei per vedere come sto. Da dio, zia, sto da dio!

Siamo veramente in tanti. C’è un gran casino di gente. E io che pensavo sarebbe stato difficile riunirli tutti per un pranzo natalizio. Evidentemente con “i tuoi”, ormai, non ci rimane più nessuno.
Tiro fuori lo spumante e lo stappo qui in cucina, ricordando il danno alla cristalliera dell’anno scorso. Faccio POW! e ritorno dagli altri.
Ora che ci siamo tutti accendo le lucine dell’albero, mi dico, così l’atmosfera si fa più calda.
Collego la spina alla presa. La tensione della corrente danza nervosa, come impazzita. Di botto scoppia una lucina rossa all’interno di una pallina di plastica. Dalla presa partono delle isteriche scintille arancioni, le luci si illuminano sempre più forte fino al massimo della potenza e di colpo POF, una rabbiosa esplosione secca e bianca ribalta la spina e mi lascia al buio, davanti ad un albero spento e con una penetrante puzza di bruciato.
Black out. Si accende la lampada d’emergenza.

La camera è spettrale, illuminata da una luce bianca irreale quasi azzurrina. La tapparella è abbassata e il letto ancora sfatto. I miei vestiti sono accatastati sulla poltrona. Sul pavimento un paio di Corona vuote, qualche cartone di pizza e dei calzini spaiati. Accanto a me solo una bottiglia di spumante.
Mi ritrovo solo, in una stanza vuota, senza Facebook, senza webcam e con un calice di Moscato in mano.
Buon Natale, dico alla mia immagine azzurrina riflessa nello schermo nero, sollevando il bicchiere.
Forse hanno ragione i miei. Forse dovrei uscire un po’ di più.

Francesco Muzzopappa  

*Pubblicato sull’antologia Pranzo di Natale (Cooper/Castelvecchi, 2011), a cura di Simone Caltabellota.

One Response to La luce del Natale *

  1. Massimo Vaj scrive:

    Ohh… finalmente un racconto simpatico.

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