Tre camici

di Benedetta Torchia Sonqua

Le mani puzzano ancora un po’ di solvente. Mi piace, è come l’odore della benzina: un po’ punge e un po’ inebria. Mi guardo le unghie che sono ormai abituata a tagliare di continuo per non bucare i guanti di lattice. Lo diceva mia madre che tra camice, cuffietta, mascherina e guanti non si trattava di un lavoro che avrebbe esaltato molto la mia femminilità. In realtà lei si preoccupava del fatto che la vita in laboratorio fosse poco adatta ad essere conciliata con la vita familiare con la professione, con tutti quegli aggiornamenti e permanenze estenuanti.
Comunque, al momento, non si presenta alcun problema di questo tipo. Da un paio di mesi lavoro tre ore al giorno in un laboratorio di analisi cliniche. La conciliazione riguarda ben altro.

Io arrivo lì quando i pazienti non ci sono già più. Eredito il loro residuo ematico e lo separo e lo rimescolo per misurare i valori di colesterolo, diabete, glicemia, emoglobina, e tante altre belle cose. Le reazioni che mi piacciono di più sono quelle legate agli ormoni della tiroide o tutte quelle indagini genetiche che permettono di elaborare le percentuali di rischio di infarto, ictus, tumore. Per quelle, ci vogliono più giorni e, quando la mattina si entra in laboratorio e butti un occhio alla centrifuga o al freezer, sembra quasi di godere del calore di un cucciolo scodinzolante che ti aspetta, una specie di tamagoci che ti accoglie all’apertura della porta schermata. All’entrata incrocio i medici dei prelievi che vanno a fare colazione, tutti insieme, e poi vanno via. Il loro turno inizia all’alba e finisce quando arrivo io. Un buongiorno veloce rimane l’unico scambio reale. A rimanere invece sono gli amministrativi.
Lavoro circa tre ore, l’ho detto. Giusto il tempo di avviare le nuove reazioni, stendere il rapporto di sintesi per altre, sistemare il laboratorio, monitorare quelle più lunghe. Poi ripongo la mia roba nella sacca, mi lavo le mani, esco e corro.
Sto correndo a conciliare il lavoro per cui ho studiato sette anni (cinque all’università, e un paio impiegati per corsi di specializzazione e aggiornamento) con quello che mi permette di comprarmi il camice, la mascherina, i guanti. Il laboratorio non fornisce gli effetti personali e quelli non sono considerati attrezzi del mestiere. Il microscopio e il freezer sì. Quelli sono gli attrezzi del mestiere. Dunque, corro. Mangio una merendina supercalorica per strada. Cioccolato, caramello, biscotto. Buonissima. Però la fame rimane e i sensi di colpa per aver assunto un miliardo di glucidi e cioccolato si moltiplicano. Un giorno o l’altro farò autoanalisi. Posso. Sono specializzata. Sorrido e chiedo pazienza. Non ho molte altre scelte. Non ho modo di prendermi una pausa per il pranzo.
Sono stata assunta al supermercato da mezzogiorno alle tre del pomeriggio proprio perché il resto del mondo che lavora ha la pausa pranzo e cerca il modo migliore di ottimizzare il tempo. Sono stata assunta proprio perché a quell’ora era stato notato un incremento del flusso di clienti: persone che si rivolgono ai banchi del supermercato per risparmiare qualcosa sul panino o per fare la spesa per la casa senza doversi fermare a fine orario. Alle cinque, alle sei del pomeriggio, le persone normali a quell’ora accompagnano i figli a danza o a karate; vanno a trovare i genitori, vanno a cucinare per la fidanzata o il fidanzato che hanno invitato a cena, al limite vanno al cinema. Ma la spesa il grosso delle persone la fa a quell’ora lì.
Arrivando nei pressi del supermercato, già quando svolto l’angolo e mi immetto sulla via, io noto le traiettorie dentro, fuori, circolari, trasversali, gli attraversamenti, un nugolo di fermento e caos entropico. Le persone cioè sembrano muoversi più velocemente. Intravedo l’insegna e le locandine con le offerte e la fretta che percepisco da uno e dall’altro balza a livelli di guardia. È che tutte queste persone e traiettorie devono rispettare i tempi di marcia e riuscire a far tutto in un tempo variabile che, per i diversi impiegati, varia dai trenta ai settantacinque minuti. Mi prende una strana forma di ansia; come se fossi già in ritardo. Eppure, controllo l’orologio e verifico di avere qualche minuto d’anticipo ma ormai non c’è più niente da fare. Ho fretta anch’io.
Oltre le porte a vetri scorrevoli mi accoglie il saluto del vigilante, la penna del caporeparto per firmare il foglio presenze, e la consegna delle chiavi della cassa, i calcoli del contante nei cassettini.
Tiro fuori dalla borsa il secondo camice della giornata. Lo abbottono e vado a sedermi alla cassa. Immediatamente si scompongono le file già fatte, si moltiplicano i delta per rispondere al meglio alla nuova configurazione delle casse aperte. Si materializzano confezioni e bustine sul rullo.
Pronti. Via. Senza riscaldamento. Ora devo correre insieme alle persone che corrono.
Tre ore a passare i prodotti davanti al lettore ottico. Non ho la pausa. Non mi spetta. Il turno giornaliero è troppo breve. Devo solo prestare opera. Cioè, al supermercato, serve il mio braccio, o meglio il movimento ripetuto che il mio braccio riesce a fare trascinando i prodotti con l’aiuto del rullo. È così. Chi fa turni più lunghi cambia movimento: ogni tanto dispone la merce sui banchi, altre volte prezza i prodotti, altre infine si rende disponibile al desk per le relazione con il pubblico.
Mi guardo dal di fuori e mi parlo come se fossi un’altra persona. Un minuto prima non compi questo movimento. Un minuto dopo lo stai facendo. Tra qualche ora non lo farai. Poi basta. È solo un movimento. Niente più. Un movimento che paga. Mi paga i camici, gli spostamenti, la merendina per strada, il caffè e la sigaretta che viene dopo. Poi basta. In fondo, è solo un movimento. Sei giovane e lo puoi fare.
E, lo stesso movimento, se velocemente si impossessa del mio corpo e della mia mente facendomi sentire la fretta degli altri, purtroppo, non mi abbandona altrettanto facilmente. Mi alzo dallo sgabello alle tre del pomeriggio e mi inseguono i suoni metallici del lettore ottico. Il braccio è libero, ora, ma a tenermi prigioniera la testa sono i numeri: mi rincorrono le particolarità delle somme tracciate. L’algebra mi si pianta in testa per colpa di tutti i giochini che mi invento per passare il mio tempo più intimo mentre il movimento continua imperterrito. La combinazione di numeri degli scontrini, le ricorrenze, i numeri palindromi con e senza virgole, le cifre tonde, le cifre inverse. Numeri illuminati sul display e numeri stampati sugli scontrini, numeri di carte di credito, numeri da ribattere. Un milione di cifre che, da sole, rimangono impresse negli occhi e, senza volerlo, continuano a mischiarsi con i numeri degli autobus che devo prendere per tornare a casa, con il conteggio dei passi, con i numeri di telefono che ricordo ancora a memoria, con il numero civico di questo e quello.
Ci vuole un po’ per distrarsi davvero. Torno a casa per poter fare merenda, stare seduta un momento, accendere il computer e scaricare la posta sperando che qualcuno abbia risposto all’ennesimo curriculum inviato. Approfitto e sbircio un po’ nelle vite degli altri, tra gli eventi e le foto verifico se qualcuno m’abbia taggato o notificato qualcosa o chiesto amicizia. Insomma sbrigo le questioni minime che mi regalano il diritto di dire che ho ancora una vita sociale e poi vado a vestirmi di corsa. Do un’occhiata al cellulare sperando che Luciano m’abbia scritto. Sempre più difficile incontrarsi. Sempre più faticoso scambiarsi qualcosa che non siano gli scarti del tempo dedicato a qualcos’altro. A volte mi sembra di avere e di poter offrire solo i ritagli di qualcosa che ormai è contaminato dalla fretta e dalla rabbia di non avere niente: tempo, spazio, luce, letto, pareti. Niente. Solo la speranza che un messaggio permetta di percepire un po’ di continuità affettiva tra un inseguimento metropolitano e un impegno lavorativo.
La doccia non lava via questi brutti pensieri e mi lascia un senso di privazione da cui spero di ridestarmi in fretta. La giornata è ancora lunga. La matita nera intorno agli occhi. Gli orecchini. I capelli raccolti dal fermaglio. Le scarpe comode, i pantaloni nuovi, una camicia vezzosa. In fondo questo è il tempo in cui vedo gente. Esco quasi col buio e arrivo al pub. Indosso il mio terzo camice. Quello più vezzoso. Nero a righine grigie, la pettorina alta, a coprire le forme dei seni e le tasche grandi a sottolineare le curve dei fianchi. La mia innata cortesia accompagna i modi educati e sono pronta. Preparo gli stuzzichini che accompagnano gli aperitivi dell’happy hour. Sempre più persone iniziano a bere un po’ prima per via che costa di meno. E allora li premiamo con le tartine. E noi poi ce ne possiamo tornare a casa un po’ prima.
Il gestore è gentile. Le cose da fare non implicano un grande sforzo. Prendi i bicchieri, sciacqua i bicchieri, riempi i bicchieri, porta i bicchieri, sostituisci il fusto della birra, versa il vino. Cose così. Una parola, uno scherzo, una battuta con l’avventore, un’altra con la collega e la terza con il barman. La serata passa sempre tranquilla e nei tempi morti, sotto le luci soffuse, penso quanto sia pericoloso questo lavoro. Il pericolo ristagna nella piacevolezza, nella sua facilità, nella tentazione di avere a disposizione tutta la giornata davanti.
A notte fonda, quando mi riavvio verso casa, mi sorprendo a fare fotogrammi e bilanci. Una giornata tutta orientata ai servizi: la mattina prendo in carico le preoccupazioni che le persone si trascinano dal letto al lettino in attesa di far finalmente colazione, dopo il prelievo. Le ansie, i nervosismi, le insofferenze mi vengono trasferite dai visi dei medici che si relazionano con i pazienti.
A mezzogiorno, mi carico della fretta di chi cerca di far fruttare al meglio la giornata. I rumori sgradevoli, i movimenti impostati, il resto e le monete che non sono mai esatte. Tutto si combina in un moto di fastidio reciproco: il tempo perso e le sgradevoli facce sopra le casse.
Poi, finalmente nel pub mi trovo ad accogliere la voglia di divertimento, di sorrisi, a volte ammiccamenti anche quando i volti raccontano giornate peggiori delle mie. Ed è terribilmente liberatoria questa situazione. Lavorare con i sorrisi della gente piuttosto che con la paura di morire e col fastidio delle mille incombenze da coprire. È questo il vero pericolo. Lasciarsi ingannare da questa predisposizione a star finalmente in un posto dove tutti stanno bene, accontentarsi della paga che è buona (se commisurata alle ore lavorate) e rimanere inchiodati all’idea di poter proseguire sempre così.
È difficile, a volte, rendersi conto che si tratta di una falsa promessa. Di una prassi mutevole quanto complicata. Difficile pensare di non poter disporre più delle energie necessarie. Perché gli anni passano e ti sembra di poter non continuare a fare progetti.
Ti sembra di poter continuare così all’infinito senza che nulla cambi. Giornate che fanno settimane e poi mesi, fino alla fine dei contratti. Periodi tutti uguali dove la domenica esiste solo per i laboratori d’analisi, i lunedì di chiusura solo per i pub e il mercoledì di riposo per i supermercati.
Un tempo sillabato dagli idiomi dei giorni di riposo. Mai interi per me, sempre a coprire le mancanze accumulate negli altri giorni.
Desideri quasi che qualcosa ti dia uno scossone per poter ripartire a pensare la tua giornata in modo diverso. Luciano non è il mio scossone. È troppo preso anche lui tra il part time e la musica.
La mattina mi ostino ad alzarmi presto, comunque prima del necessario per costringermi a leggere il giornale e chiedere colloqui e fare telefonate. Non è facile oggi che le fabbriche chiudono e i chimici sono più richiesti dalle imprese di fertilizzanti in Svizzera piuttosto che dalle case di produzione farmaceutica nostrane. Ma è un obbligo che mi sono imposta per non finire schiacciata dalle distrazioni dei miei tre camici. Un piccolo imperativo morale per poter sognare ancora un progetto che presupponga la normalità di una giornata lavorativa di otto ore consecutive. E mi piacerebbe pensare un giorno: che noia. Per ora non m’annoio. Proprio no.

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One Response to Tre camici

  1. allorizzonte says:

    Ottimo lavoro, pulito, disperante.

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