L’economia come scienza umanistica /4

Continua da qui

 

LE CONSEGUENZE DEL SELF-MONITORING

Chiaramente gli individui differiscono marcatamente nel grado in cui essi possono esercitare controllo sul loro comportamento espressivo, sulla presentazione di sé, sulle manifestazioni verbali e non verbali relative ad emozioni e sentimenti. Ci chiediamo, quindi, quali siano le conseguenze delle differenze nel self-monitoring per la comprensione del comportamento individuale nelle situazioni sociali ed in contesti interpersonali. Gli sforzi empirici sono stati guidati dalla formulazione teorica derivata dalla conoscenza del costrutto psicologico del self-monitoring e della sua evidente validità. Rispetto alla formulazione del self-monitoring, un individuo in un contesto sociale  prova a costruire attivamente un modello di comportamento sociale appropriato a quel particolare contesto. Leggi il resto dell’articolo

Come sono finita dove sono finita

Non sono solita leggere libri tratti da blog, perché sono forte lettrice di rete, quindi di rado mi scappa qualcosa. Questo blog invece è sparito prima che lo potessi leggere e quindi ho letto il libro che ne è stato tratto. Devo dire che è stata un benedizione, perché se avessi letto solo il blog alcuni post di certo me li sarei persi, invece nel volume i pezzi risultano dotati di una consequenzialità che ha dello stupefacente. Sto parlando di Come sono finita dove sono finita di Silvia Bortoli (Cicero, 2011). Una meditazione sulle tematiche che occupano la mente di chi si trovi a vivere una condizione di esule volontario e metaforico dalla città natale a una dimensione dove non sono le radici a dominare il discorso, ma piuttosto la loro assenza o meglio ancora la loro transustanziazione in humus emancipatorio. Composto da brevi quadri, che in origine erano i post del blog ma nel volume diventano invece i tasselli di un discorso articolato sulla memoria, sulle relazioni intime e sociali, su ciò che il tempo che trascorre aggiunge alla vita quotidiana, sull’amore, il libro scorre con la stessa facilità con cui il lettore si ritrova immerso nel dialogo interiore dell’autrice. Leggi il resto dell’articolo

“Il Principe”, Scrittura Industriale Collettiva

In vista della imminente – ma non così imminente – uscita di In territorio nemico, aka “Grande Romanzo SIC”, Scrittori precari ripubblicherà, ogni primo lunedì del mese, tutti i racconti collettivi scritti col metodo Scrittura Industriale Collettiva (grazie ai quali il metodo SIC è stato sviluppato fino a permettere la stesura di un romanzo) in una versione interamente revisionata e corretta. Si comincia con Il Principe.

Scritto nel 2007, Il Principe è il primo racconto SIC. Nato con l’obiettivo di essere un semplice banco di prova per il metodo e un’occasione per cominciare a lavorare, il suo soggetto fu scelto in modo del tutto casuale e definito in cinque minuti. La nostra unica preoccupazione era cercare di capire come organizzare il lavoro tra direttori artistici e scrittori, e tra schede e fasi di scrittura. Tuttavia, grazie al lavoro del primo Gruppo Scrittura, Il Principe crebbe pian piano, fino a diventare un racconto dotato di una propria dignità. Ambientato a Padova, tra velleità studentesche, amori e malattie mentali, il racconto ha la caratteristica di essere stato costruito usando solo i tre elementi base del metodo SIC (schede personaggio, schede luogo e schede situazione), con un gruppo scrittura ancora ignaro della metodologia completa, anche perché molte delle attuali meccaniche SIC sono state progettate proprio grazie al lavoro fatto su questo racconto.

Versione scaricabile: Il Principe (PDF).

Il Principe

Direttori Artistici: Gregorio Magini, Vanni Santoni.
Scrittori
: Jacopo Campidori, Francesco D’Isa, Enrico Nencini, Eleonora Schinella.


Al “da’ mano fratello!” dell’ambulante, Paolo si scosta, quasi evitasse la lama tesa di un coltello. Una vecchia ricurva sotto la sporta della spesa esclama:
– Vai in mona, Mozambico!
e aggiunge, rivolta a Paolo:
–  Questi sono tutti delinquenti!
Paolo la manda subito al diavolo:
– Ma cosa vuole! – le urla, e spalanca con rabbia la porta del supermercato.
“Peggio dei vu cumpra’, i padovani,” si dice, e comincia a guardarsi intorno spingendo il carrello.
È il tardo pomeriggio del venerdì, e come ogni venerdì Paolo è stanco per il lavoro e inacidito per la visita di rito all’Istituto. Gli sforzi che compie per rabbonire le furie insulse di suo zio Marino finiscono di sfinirlo per il fine settimana. La gente si affolla tra gli scaffali dell’Esselunga. “Più fuori di testa dello zio, i padovani,” borbotta tra sé.
Paolo spinge il carrello, carica una cassa di birra, una bottiglia di whisky da poco, un pacco di wurstel, uno di merendine. Tra un prodotto e l’altro gli si appiccica addosso una melassa erotica. Al supermercato gli viene sempre voglia di scopare: Leggi il resto dell’articolo

Montecitorio Wrestling Federation /4

[Puntate precedenti: 123]

di Matteo Pascoletti

Nel wrestling un aspetto centrale della kayfabe è riassumibile nella frase “vendere le mosse”. Poiché i colpi che i lottatori si scambiano sono una finzione finalizzata allo spettacolo e non a un reale scontro, come avviene per esempio nel pugilato o nella lotta greco-romana, il wrestler che subisce una mossa deve dare al pubblico l’impressione di accusare il colpo, imparando come e quanto esagerare. Se la mossa è particolarmente atletica, o mira a parti del corpo che nella realtà sono più vulnerabili, come la testa, la capacità di fingere mostra tutta la sua importanza. Un calcio volante alla testa che passa come una folata di vento addosso al wrestler colpito può infrangere la kayfabe, danneggiando lo spettacolo.
Indicative di questo scarto tra necessità di spettacolarizzare i colpi e danno effettivo sono le mosse di sottomissione. Chi le compie di solito non fa altro che afferrare blandamente uno o più arti dell’avversario: a creare l’illusione complessiva sono le facce sofferenti, il volto rosso per lo sforzo fisico intenso, le urla di dolore o l’agitarsi per cercare di uscire dalla presa; in questo modo le mosse di sottomissione sembrano tecniche micidiali e pericolose. Vediamo nel filmato una classica armbar, una mossa in cui nella kayfabe Del Rio afferra e torce il braccio di Rey Mysterio fino a farlo cedere.

Leggi il resto dell’articolo

L’economia come scienza umanistica /3

Continua da qui.

 

IL COSTRUTTO DEL SELF-MONITORING

Il costrutto del self-monitoring, quindi, sintetizza concettualmente proprio l’esistenza di importanti differenze nel grado di controllo sull’appropriatezza situazionale di comportamenti verbali e non verbali (Snyder 1972, 1974), svelando, così, vere e proprie strategie di impression management. Risulterà più semplice descrivere la variabile attraverso la definizione del prototipo dell’individuo con un alto livello di self-monitoring (high self-monitor), nonché dell’individuo con basso livello di self-monitoring (low self-monitor). Leggi il resto dell’articolo