“Un viaggio d’affari”, Scrittura Industriale Collettiva

In vista della prossima uscita di In territorio nemico, aka “Grande Romanzo SIC”, continua la pubblicazione su Scrittori precari dei racconti scritti col metodo SIC, in una versione interamente revisionata e corretta. È oggi il turno di Un viaggio d’affari.

Scritto nella seconda metà del 2007, Un viaggio d’affari è il secondo racconto SIC. Lo scopo per cui nacque fu sperimentare il metodo SIC rispetto a contenuti simbolici e allegorici. Altra caratteristica cruciale di questo racconto è il fatto che durante la produzione cambiarono alcuni scrittori: ai personaggi ha lavorato dunque una squadra dalla composizione differente rispetto a quella che ha lavorato all’ambientazione e alla stesura, involontario test di una modalità di lavoro che sarebbe stata poi cruciale per la stesura di In territorio nemico, nei lavori del quale erano continuamente all’opera su diverse parti del testo gruppi sempre diversi di 6-10 scrittori.

Versione scaricabile: Un viaggio d’affari.

Un viaggio d’affari

Direttori Artistici: Gregorio Magini, Vanni Santoni.
Scrittori
: Umberto Grigolini, Gianni Sestucci, Sara Mazzini (solo schede personaggio), Gabriele Merlini (solo schede personaggio), Virgilio Pedrini (solo schede personaggio), Jacopo Campidori (schede personaggio escluse), Enrico Nencini (schede personaggio escluse).

La mattina del 23 aprile 1992 John Jerome Rose partì da Charlotte per non tornare mai più.
La sera precedente percorreva il corridoio che conduce all’ufficio del signor Ernest Goodbowers, presidente e proprietario della Carolina Packaging. John sapeva già quel che l’aspettava: l’ufficio avvolto nella penombra, e l’enorme sagoma del suocero in fondo, seduto verso la finestra aperta, di spalle alla scrivania, assorto nella contemplazione dell’oscurità della sera inoltrata. Il vecchio si sarebbe voltato ruotando la poltrona e lo avrebbe fissato per qualche secondo di troppo; avrebbe infine parlato con voce fredda, come al vuoto.
John bussò e si mise in attesa. I consueti venti secondi prima che il silenzio dall’altra parte lo autorizzasse a entrare. I piedi sulla moquette non avrebbero prodotto alcun suono. Si sarebbe seduto sul basso divano davanti all’entrata, senza chiedere il permesso: in tanti anni, quello era il massimo della confidenza raggiunta col suocero. Ernest si sarebbe goduto in silenzio la sensazione di spaesamento che il suo ufficio provocava in lui come in tutti gli altri ospiti. La stanza era grande, ma sembrava quasi un corridoio per quanto era schiacciata nel senso della lunghezza. Le pareti erano rivestite in legno scuro; le lampade, coperte da pesanti paralumi, creavano poche isole illuminate, raccolte e irraggiungibili. Neppure l’abitudine consentiva a John di sottrarsi al potere soggiogante di quell’ambiente.
Spossato, John si stirò la giacca ed entrò. Chiudendosi la porta alle spalle, avvertì sulla nuca il peso dei trofei di caccia appesi alla parete. Si avviò verso il divanetto di fronte a lui, muovendosi in modo goffo per il timore di inciampare in qualcosa. Da là avrebbe osservato il suocero, da quella prospettiva sghemba che non gli consentiva mai di ricambiare con una postura dignitosa lo sguardo inquisitorio di quello. Le dimensioni della stanza, le proporzioni imponenti di Ernest, l’angolazione, tutto era studiato per apparire appena al limite del grottesco, ma giusto un gradino più in basso, dove stagnava un indefinibile senso di soggezione.
– Caro John, sono contento che tu sia passato.
Come ogni volta, benché puntale, John si scusò per il ritardo. Di fronte al suocero si era sempre sminuito, pur sapendo che questi disprezzava la sua umiltà. Era come se volesse mansuetamente confermare la giustezza della prima impressione di Ernest Goodbowers, che aveva a suo tempo fatto di tutto per cercare di dissuadere la figlia dal matrimonio. Quando nel 1980 aveva assunto John alla Carolina Packaging come semplice assistente, questi aveva creduto che la diffidenza del vecchio originasse dal fatto che era già reduce da un divorzio, ma col tempo era diventato evidente che Ernest era semplicemente deluso dalla scelta della figlia. “John è un perdente,” le aveva gridato un giorno, “la cui unica fortuna è aver trovato sulla strada una ragazza ingenua e dal cuore tenero che ha deciso di farlo diventare qualcuno da un giorno all’altro… Con i miei soldi!”
– Ho bisogno di te da domani a New York, – disse Ernest cercando il suo tono più profondo: – Ci sono faccende da sbrigare. Avrei mandato volentieri qualcun altro, ma sono tutti occupati in altre cose più importanti. Ricordi quei magazzini commerciali in affitto nel Queens? Dovevano rimanere tutti occupati fino all’anno prossimo, ma quattro si sono liberati negli ultimi dieci giorni. Bisogna valutare i danni agli edifici, così teniamo la caparra.
– Ci sono danni?
– I danni ci sono sempre, nessuno lavora in un posto per tre anni senza danneggiarlo. I danni basta trovarli.
John annuì. Era ormai del tutto indifferente al fatto che Ernest non riusciva a fare a meno di fargli pesare il suo ruolo subalterno continuando ad affibbiargli questioni minori, quasi lo considerasse ancora in prova. Guardò l’uomo in fondo alla sala con un senso di pena, e pensò: “Vecchio, facciamola finita con questa pagliacciata.” Subito si vergognò di quel che aveva pensato e si confuse, cominciando a perdere il filo del discorso.
– Sam, che solitamente si occupa di queste cose, è a Miami per un affare importante; Robert che sarebbe stato adatto si è messo a letto per una polmonite e non si smuove; insomma, resti solo tu. Parti domattina e torni venerdì, ti ho fissato un appuntamento per martedì, uno per mercoledì e uno per giovedì.
– Benissimo, – sussurrò John cercando di tagliar corto, – se con questo è tutto, comincerei subito ad organizzarmi.
Ernest intuì una nota insolita di condiscendenza nel tono di John, e si rabbuiò. Allargando le braccia, esclamò:
– E cosa avresti intenzione di raccontargli a quelli? Quello che ti esce dalla testa?
Si alzò buttando un incartamento sulla scrivania. Sgusciò fuori dall’intercapedine fra poltrona e scrivania, circumnavigò il mobile e poi attraversò pesantemente la larghezza della sala, andando a sedersi su una poltrona in un angolo. John si spostò di traverso sul divano e torse ancora di più il collo per cercare di indovinare le sue fattezze in quella zona della stanza, che era completamente buia. Vide solo gli spilli luccicanti dei suoi occhi. Quando Ernest riaprì bocca, John cedette a uno stato di torpore che lo avvolse per tutta la durata di quel monologo stizzito.
– Lì c’è tutto, – disse accennando alla busta: – Indirizzi, numeri di telefono, tipologia degli immobili e anche tre o quattro scuse da snocciolare se non vedi danni evidenti. Non ti vergognare di usarle, fai quello che c’è scritto e non prendere nessuna iniziativa. Se qualcuno si rifiuta di lasciare la caparra, tu gli dici che devi parlare con il presidente e te ne vai. Il giorno dopo torni e gli dici che il presidente ti ha detto che se non vogliono pagare passeremo alle vie legali, eccetera. Se qualcuno non ci sta, mi telefoni…
John cercava di ascoltare, ma percepiva solo un brusio gutturale, e lottava per non scivolare in un sonno comatoso.
– …Passerà Mick a prenderti alle sei e quindici…
Gli venne davvero voglia di cedere e lasciarsi cadere addormentato o morto.
– …E vestiti bene, una volta tanto! Il grigio, il velluto e le toppe lasciali a casa, o non ti daranno retta!
Alla fine il vecchio si alzò senza aspettare né aspettarsi una risposta. Dando le spalle a John aprì lo sportellino di un mobile di legno massiccio, e prese ad armeggiare con qualcosa lì dentro. Con uno sforzo estremo, John si alzò e fece per uscire, ma appena arrivato alla porta si ricordò di aver lasciato la busta sulla scrivania, e dovette ripercorrere la stanza avanti e indietro, dietro le spalle gigantesche del suocero.

Sceso in strada, le orecchie gli ronzavano. Aspirò una boccata d’aria e guardò la cartella che stringeva in mano. Non aveva capito niente degli ordini ricevuti: sapeva solo che doveva partire l’indomani mattina. Percorse le poche decine di metri che lo separavano dall’auto in preda a un fastidio impalpabile. Sarebbe rientrato come ogni sera, con la solita mezz’ora da passare negli ingorghi della Independence Boulevard, senza lo sforzo di dover pensare a nulla: Eveline lo avrebbe blandamente rimproverato per non averla interpellata, Lindsay si sarebbe limitata a salutarlo e a chiedere un regalo, la valigia sarebbe stata riempita in fretta.
John arrivò a casa quasi senza accorgersene e si ritrovò in garage, fermo al posto di guida della sua station wagon. Trascorsero cinque minuti prima che si decidesse a scendere di macchina, percorrere il vialetto e infilare le chiavi nella porta. Appena entrato vide sua figlia Lindsay intenta a disegnare sul tavolo di vetro del salotto.
– Guarda babbo, ti piace?
John si avvicinò, accarezzò la figlia sulla testa e prese in mano il disegno. Lindsay era stata a trovare la mamma al museo e aveva disegnato un mammut. Il tratto era preciso e il disegno non sembrava minimamente quello di una bambina di otto anni. John restò sinceramente sorpreso:
– È bellissimo, amore. Sei… Sei bravissima. Dov’è la mamma?
– Di là.
John attraversò la sala da pranzo; si sfilò il soprabito e appoggiò la valigia sulla grossa tavola, soffermandosi per un attimo sulla voce dello speaker del telegiornale, intento a ripercorrere la biografia sportiva di Alan Kulwicki, vincitore per una manciata di punti del campionato Nascar. Passato in cucina, si soffermò a guardare la moglie, voltata di spalle e intenta a cucinare. Fissò lo sguardo sulle braccia scoperte di Eveline, che ai tempi nel suo immaginario erotico dominavano su tutte le altri parti del corpo: per mesi se le era sognate la notte quelle braccia affusolate, quel disegno perfetto di mani e dita. Poi si erano sposati, accasati, era nata Lindsay che della madre aveva gli occhi neri e il corpo longilineo. Stavano insieme da dodici anni e si era quasi dimenticato della sua passione per quelle braccia e quelle mani, curiosamente prive di difetti. Si avvicinò di soppiatto con l’intento di prenderla di sorpresa, ma qualcosa attirò l’attenzione della donna mandando a monte il piano.
– Ciao John, nemmeno ti avevo sentito entrare. Dammi venti minuti e mangiamo.
– E Margaret?
Eveline si voltò indicando un foglietto sul tavolo della cucina.
– È dovuta andare ancora da suo fratello, a quanto pare è agli sgoccioli. Comunque avevo voglia di cucinare, non preoccuparti.
Dopo aver baciato la moglie su una guancia, John salì al piano superiore e aprì la valigia sul letto. La fissò per qualche secondo, poi ci buttò qualche vestito pescando senza troppo criterio dall’armadio. Quando la chiuse, era ancora semivuota, e l’effetto non lo soddisfece: la riaprì e continuò a buttarci dentro roba a caso, finché per richiuderla non dovette esercitare tutta la pressione di cui era capace. Scese le scale, posò la valigia nell’ingresso, ne saggiò il gonfiore con un piede, e rientrò in cucina.
– Cosa voleva papà? – chiese Eveline appena lo sentì entrare.
– Vuole che vada a New York.
– A fare cosa?
– Niente di particolare, c’è un problema da risolvere e sono l’unico che può occuparsene.
– Non hai pensato di parlarne prima con me?
– Eve, lo sai com’è tuo padre… E poi non c’era modo, devo partire domattina.
– Domani? – fece Eveline innervosita – E quanto stai fuori?
– Una settimana.
John afferrò distrattamente una brocca facendo cadere un po’ d’acqua sul tavolo, e si versò un bicchiere. Bevve lentamente, con avidità, come preparandosi a un lungo discorso.
– Lo sai com’è tuo padre, Eveline; lo sai.
“Ma lo sa veramente?” pensò, “Sa che razza d’uomo è suo padre? Riesce a vederlo per quello che realmente è?”
Eveline si strinse nelle spalle per comunicare che non voleva entrare nel discorso. John fu contento di non dover aggiungere altro, e chiamò la figlia a tavola. Durante la cena, consistente in un arrosto insipido contornato da una schiera di patate novelle, Eveline rivolse una serie di domande precise  riguardo il viaggio, il treno e l’alloggio, cui John rispose distrattamente.
Dopo essersi alzato da tavola John baciò Eveline sulle labbra, guardandola poi languidamente negli occhi. Il risolino divertito e ironico di lei lo fecero sentire percorso da una lama di vergogna. Non volle più affrontare nessun discorso impegnativo, schioccò un bacione in fronte a Lindsay e si rifugiò in camera da letto.
La moglie lo raggiunse dopo aver fatto i piatti e messo a letto la figlia. John era a letto, gli occhi chiusi, ma vigile. Eveline non riuscì a far finta di nulla di fronte al caos creato da John solo per fare una valigia:
– Ma ogni volta che devi scegliere cosa portare c’è bisogno che tiri fuori tutto? Guarda qui che confusione.
John rimase zitto. Eveline riordinò i vestiti nell’armadio e nei cassetti, poi entrò sotto le coperte. John rimase fermo nel letto per non indispettirla, e poco dopo si addormentò.

L’indomani si svegliò di buon’ora dopo un sonno inquieto. Si mise a sedere sul letto, ed Eveline gli sussurrò qualcosa di incomprensibile prima di voltarsi infastidita. Lui si alzò, vagamente intontito, cercando inutilmente di ricordare cosa avesse sognato. I suoi occhi indugiarono nella penombra della lampada da comodino, osservando di nuovo il braccio di Eveline, ripiegato fuori dalle coperte. Poi, cercando di non fare rumore, andò in bagno. Fece la doccia, si pettinò, poi fissò nello specchio, come stupito, i suoi stessi occhi chiari. Li vide innocenti, gli occhi di un bambino. Si fece la barba con poca cura, rientrò in camera, si vestì e discese.
Durante la colazione, con la mente ancora vicina al sonno, meditò confusamente circa la sua situazione. Ciò che ne cavò fu un malumore tendente all’ira. In quelle condizioni tornò su per salutare Eveline, immaginando di trovarla ancora addormentata. Trovò invece il letto impeccabilmente già fatto e lei intenta a farsi una doccia. Attendendo che finisse, John ripiegò sulla camera di Lindsay, che dormiva. Chinandosi per darle un bacio, la svegliò. Ricordandosi del viaggio del padre, Lindsay lo abbracciò e non voleva più lasciarlo.
John riuscì finalmente a staccarsi, e uscì gridando un saluto alla moglie. Si fermò un attimo in giardino, voltandosi verso la villa. Non era un peso partire. Nella sua mente si affacciò un’idea: certo, avrebbe accettato comunque quel viaggio per paura del suocero, per le responsabilità derivanti dal ruolo, ma alla fine, se non ci aveva pensato su neanche un istante, era perché aveva davvero bisogno di andarsene per un po’.
Quando si voltò di nuovo verso la strada, si accorse della presenza dell’autista personale di Ernest. La livrea e i baffetti da attore porno dei primi anni ottanta gli davano un’aria ridicola, tanto che ogni volta John lo guardava senza poter fare a meno di sorridere.
– Buongiorno Mr. Rose, la porto alla stazione?
– Già. Buongiorno Mick, scusa se ti ho fatto aspettare.
– Si figuri signore, il fatto è che a quest’ora ci si muove bene e sono arrivato un po’ prima.
Parlando, emetteva piccoli sbuffi di vapore.
– Bene: perché allora non la prendi larga e non andiamo fare colazione da Winky’s, per cambiare?
La limousine si mosse nell’aria ancora cristallina, cullando John sulle sospensioni morbide e silenziose. John non riusciva a capire perché il vecchio lo facesse sempre accompagnare da Mick, obbligandolo ad arrivare sin lì da Myers Park con quel carrozzone da mezzo milione di dollari. Precipitò subito in uno stato di dormiveglia, e le immagini del sogno dimenticato presero a riaffiorare, ancora inafferrabili.
– Mr. Rose… Mr. Rose, si svegli.
– Uh?
– Siamo alla stazione.
John si stiracchiò avvertendo un brutto sapore in bocca.
– E la colazione da Winky’s, Mick, che scherzi sono questi?
– Ho potuto constatare che Winky’s il martedì è chiuso. Lei dormiva così bene che non ho ritenuto necessario disturbarla.
John fu lasciato con la sua valigia eccessivamente pesante dinanzi all’entrata del lungo sottopassaggio che conduceva alla stazione, e dopo la prima rampa di scale annaspava già. Camminava a passo spedito, sforzandosi di mantenere un po’ di contegno mentre l’ingombro della valigia lo costringeva a un’andatura goffa e barcollante.
Era arrivato in limousine e adesso doveva sudare portandosi il bagaglio da solo: che assurdità. Attraversò la spettacolare arcata d’ingresso senza degnarla d’uno sguardo. Giunse alla sala d’aspetto, quasi vuota, arredata con sedie color avana e tappezzeria marrone, e decorata con un mezzobusto di bronzo raffigurante il primo capostazione di Charlotte. Tutti quei soldi e il massimo che Ernest ne cavava era il gusto infantile di avvelenare la vita altrui. Eppure non era privo di una sua grandezza: aveva guadagnato una fortuna partendo da niente, e il suo cinismo – per quanto prossimo alla grettezza – aveva pur sempre smosso montagne, costruito palazzi, raggiunto obiettivi sempre più alti. E rovinato uomini. Era quindi un grande uomo, o uno dei più insulsi?
Non reggendo oltre la vicinanza della statua, decise di andare a prendere un caffè pur sapendo che non avrebbe giovato alla sua ansia. Nel diner c’era più gente.
– Un caffè.
– J o h n  J e r o m e  R o s e,  c h e  m i  v e n g a  u n  c o l p o !
John si girò di scatto. Si trovò dinanzi una camicia di seta blu col colletto alla coreana, un sorriso smagliante, occhiali da sole, capelli laccati e raccolti in una lunga ordinatissima coda che pareva brillare di luce propria, pettorali bene in evidenza, mocassini. Prima di riconoscere la voce o il volto dell’uomo John ne riconobbe il tono scandito, che si accentuava a ogni sillaba in modo pacchiano. L’uomo sorridente che aveva davanti era un vecchio compagno di studi; fu colpito da quanto poco fosse invecchiato.
– Egg… Edgard.
– Certo! – Egg l’abbracciò calorosamente e gli tirò due o tre micidiali manate sulle spalle. Sembrava veramente felice di vederlo.
– Cristo John, quanto tempo! Ti vedo proprio bene. Ma tu guarda, che ci fai a Charlotte?
– Vivo qui.
– Ma dài! Raccontami tutto! – Esclamò Egg sollevandosi gli occhiali da sole sulla fronte come non credesse a quel che vedeva.
– Purtroppo sono in partenza, prendo il treno per New York alle 7:20.
Egg consultò il suo monumentale orologio da polso e gli appioppò un’altra pacca poderosa.
– Perfetto! Abbiamo almeno dieci minuti per raccontarci vent’anni. Prendiamo qualcosa e mettiamoci al tavolo, ok? Voglio sapere tutto, tutto di te.
John seguì l’amico che scelse un tavolo in disparte. Egg stringeva una ventiquattr’ore di pelle nera, che non mollò nemmeno quando furono a sedere. John si sistemò appoggiando le spalle al muro, guardando l’uomo di taglio. Notò che una donna di passaggio gli rivolgeva uno sguardo interessato. Egg in effetti era impeccabile, solare, sportivo.
– Ti vedo in forma, Egg.
– Eh, è per i capelli lunghi? Il segreto sta nell’esercizio e nell’alimentazione… – Si lanciò in una lunga serie di considerazioni sull’invecchiamento e sui modi di contrastarlo, e di lì prese a parlare a ruota libera di sé. Era sempre stato un simpatico, uno di quelli che riescono ad essere pieni di sé senza essere troppo fastidiosi, anzi riuscendo per loro grande soddisfazione a contagiare anche il prossimo. Era rimasto lo stesso: stesso il modo di parlare delle donne, stesso l’entusiasmo con cui si bullava dei suoi successi (adesso andava persino a vendere i sui oggetti per la casa in televisione), identica la maniacalità con cui offriva descrizioni di prodezze sportive ed erotiche, talvolta sovrapposte.
– …Ma partiamo dall’inizio! Ti ricordi Jane Cross?
– Jane Cross? No… Non direi. Jane Cross…
– Dài, ha un anno meno di noi, era nella classe sotto…
– Ah, Jane Cross…
– Jane, sì, certo! Per farla breve: ci siamo sposati, è una moglie fantastica, aveva un lavoro ma io le ho detto: “Jane cara con un marito come me tu non hai bisogno di lavorare, ai soldi ci penso io,” e lei ha capito subito. Poi ho preso suo padre a lavorare con me, mi aiuta, tiene la contabilità: è una persona molto in gamba e mi è molto affezionato. La suocera invece dà una mano a Jane in casa e con i bambini, non che Jane ne abbia bisogno: è una moglie perfetta, una cuoca eccezionale e una madre meravigliosa.
John fissava gli occhiali dell’amico, che, quasi se ne fosse accorto, li risistemò sul naso tenendoli con due dita.
– E quanti figli hai?
– Ne ho tre: Mark, il più grande, ha dodici anni; Louise, la peste la chiamiamo noi, ne ha nove; e la mia piccola stella Mary ne ha quattro, ma vedessi com’è intelligente, un prodigio! E tu John, ti sei mai sposato?
John rispose mostrando un sorriso esitante:
– Oh sì, due volte.
– Chissà quanti figli hai allora!
Nonostante l’idiozia della battuta, John non poté trattenere una smorfia divertita: da come l’aveva detto, sembrava che Edgard temesse che John potesse avere più figli di lui.
– Eh, una bimba. Lindsay. Vedessi come disegna… – John si rese conto che era molto tempo che non gli capitava di raccontare a qualcuno di essere padre.
Egg dette una manata sul tavolo ed esplose in una risata.
– Ah John, sei eccezionale. Sembri più rincoglionito di quanto non ricordassi! È davvero un piacere vederti, peccato così di corsa… Ma perché uno di questi fine settimana non lo passate da me, ho una bella casa con due grandi stanze per gli ospiti: Jane sarà entusiasta, noi facciamo due chiacchiere e i nostri figli potranno giocare insieme.
– Certo, è un’idea… Perché no…
– Guarda, questo è il mio biglietto da visita…
Invece di congedarsi Egg continuò a parlare di tutto:
– Mio figlio è sveltissimo… Dovresti provare la cristalloterapia… Vai tranquillo che vince Clinton… Che tette… E poi siamo nell’era dell’Acquario… Ma smetti di fumare, gli ho detto, che non ti tira più… – John posò lo sguardo sulla tazza smaltata del suo caffè, e non l’alzò più. Le parole uscivano da Egg come acqua dal rubinetto, ma ora andavano incanalandosi docilmente sotto la soglia della sua attenzione, scomparendo con la stessa velocità con cui i pensieri acquistavano nitidezza. Egg era rimasto come surgelato in quella sua parte da protagonista di non si sa bene che cosa. In fondo, una volta lo trovava divertente. Ma tutto quel parlare inutile? E perché continuava a spostare gli occhiali da sole? Li alzava sulla fronte, li abbassava sul naso, li metteva, li toglieva, un tic della complessità di un linguaggio gestuale per sordomuti.
John buttò giù il caffè rimasto con una sorsata. Era amaro, disgustoso.
– …Certo, io sono stato fortunato: adoro vendere, parlare, convincere, e ho trovato il lavoro che mi calza a pennello. Ma che ci vai a fare a New York City?
– Un viaggio di lavoro… Routine. Ma ora devo proprio andare. – John si alzò. Anche Egg si alzò in piedi, posò gli occhiali sul tavolo e strinse forte le spalle del vecchio compagno di scuola:
– Mi ha fatto davvero molto piacere rivederti, J.J.
– Anche per me è stato un piacere, Egg. Salutami… Jane?
– Chiaro. Allora ci sentiamo per quel nostro fine settimana, ok?
– Certo…
John si allontanò pensoso. Riemergendo dal sottopassaggio inciampò sull’ultimo gradino e perse per un attimo l’equilibrio. Annusò l’odore rancido delle traversine; aspirò una boccata d’aria trattenendola nei polmoni per alcuni secondi, e raggiunse finalmente la piattaforma in cemento. Davanti a lui, per alcune decine di metri, c’erano da un lato solo le rotaie per i treni merci, desolate, umide, senza interruzioni e senza marciapiedi; dall’altro lato c’era il suo treno.
“Non andare!” L’idea gli attraversò il cervello ad una velocità tale che neanche se ne accorse. Ripensò all’amico. Aveva sempre invidiato Egg per la sua disinvoltura, per il suo essere sempre così perfettamente a suo agio. Ma che facilità inquietante. Egg era un uomo di successo e ne era consapevole, eppure c’era qualcosa di sbagliato in quella soddisfazione così simile alla pancia piena. Di una cosa John era sicuro: un po’ si vergognava di averlo invidiato. Di più: di aver invidiato a vanvera. Era strano, gli pareva di abbandonare un pezzo di adolescenza a quarant’anni. Montò sul treno con un senso di aspettativa.

Subito dopo, il treno partì. Per la fretta John era entrato dal fondo e dovette percorrerne una buona metà prima di trovare il posto prenotato. Lo scompartimento era vuoto e buio: le tendine tirate non lasciavano filtrare granché. John posò la valigia a terra trattenendo un’imprecazione: aveva la spalla destra dolorante. Spinse la valigia attraverso le poltrone con un piede e trattenne una nuova imprecazione quando questa urtò contro qualcosa. Allungandosi attraverso lo scompartimento riuscì in qualche modo a scostare le tende: la valigia si era incastrata in diagonale tra due sedili. Sedili larghi, ricoperti di un tessuto grigio chiaro, con sottili strisce verticali verdi e arancione sui lati. John lasciò la valigia dov’era e si sedette accanto al finestrino, in direzione opposta rispetto al movimento del treno.
Guardava alberi e case comparire fulminei alla sua destra, all’inizio troppo veloci per distinguerli, poi facili da seguire con lo sguardo, finché non scomparivano, coperti da altri alberi ed altre case: si lasciava cogliere di sorpresa dalle immagini e poi le studiava minuziosamente, fino al loro estinguersi. Nel cuore aveva un sentimento strano, un istinto non riconosciuto. Era troppo tempo che non lasciava libero sfogo alle sue emozioni, troppo tempo che si faceva tarpare le ali da eventi, esigenze, evenienze.
Provò a scacciare i pensieri aprendo il giornale, ma non riusciva a leggere; provò a interessarsi almeno alle foto, ma un attimo dopo stava di nuovo ascoltando il suono confuso dei propri pensieri. Esigenze, evenienze. John pensava a sua moglie. La solitudine dello scompartimento vuoto lo portava a fantasticare di rivincite, di frasi da dire, di gesti da compiere; di alternative tutte ormai estinte. Vide passare un paio di volte, lungo il corridoio, una donna: mora, scura di carnagione, prosperosa. Una femminilità estrosa, sana, fieramente popputa, perfettamente antitetica a quella elegante e delicata di Eveline. John fantasticò qualche secondo su quella apparizione, poi i pensieri andarono rapidamente tramutandosi in sonno. John si addormentò di nuovo. Un sonno agitato, come un’ora prima sulla limousine, ma stavolta fitto di sogni.

Voglia di lasciarsi andare; John cammina su e giù, fra i vagoni, spera che i passi lo distolgano da queste idee folli, un vagone, un venditore ambulante di saponette, un chiromante, e di fronte gambe, un collo morbido, orecchini in madreperla, voglia di lasciarsi andare; John va al bar prende un cocktail lo trangugia si reca al bagno guarda dal finestrino. C’è una donna sul treno… Jerome ha una voglia matta di tradire di essere sconveniente di essere cattivo; Mr. Rose muore dalla voglia di essere cattivo. John Jerome Rose amico fratello figlio, sempre a dimostrare di essere quello che non è; la donna sul sedile ha voglia di carezze; John guarda le ginocchia di una donna in piedi di fronte a lui; il venditore di saponette passa di fronte allo scompartimento… Una donna muove le gambe. John ha voglie che non si possono spiegare… E le mogli così care, le mogli; tu–tum di ruote di treno sui binari, John si guarda attorno e suda e sente che avrebbe bisogno di fare qualcosa e non sa spiegarsi cosa e vuole prendere quella donna ed avvolgerla a sé e farle capire chi è l’uomo e chi comanda: perché c’è odore di una donna; John vive in un treno, in un vagone, un venditore ambulante sorridente, una donna, un chiromante, e John cammina su e giù, fra i vagoni, spera che i passi lo distolgano da queste idee; Essere buoni alla lunga stanca… La depilazione è di moda in Francia… John, è possibile che tu possa avere la tua migliore storia d’amore quest’oggi? …E le mogli? …E le valigie?
– Mi scusi?… Ehi signore, scusi, la valigia…
Un sogno di una donna che lo faceva desiderare di tradire. Tradire, che enormità.

John aprì gli occhi. Di fronte, aggrappata a un reggimano, una donna piuttosto attraente lo stava fissando con aria seccata. Alta, robusta, fianchi larghi e seno forte, prosperosa. John cominciò a sgranare gli occhi e a formulare i primi pensieri, perso nel limbo tra sonno e risveglio. Scura di carnagione, labbra carnose, trucco pesante ma non volgare, due rughe sotto gli occhi e una cicatrice attraverso un sopracciglio.
– Mi scusi, può spostare la valigia?
Capelli neri con riflessi rossastri, grandi occhi verde pistacchio. Incrociandone lo sguardo, finalmente John si riscosse, e realizzò di trovarsi di fronte a una persona in carne e ossa, la donna del corridoio.
– Sì scusi certo… – John si alzò, fece cadere il giornale che teneva sulle gambe, sollevò la valigia issandola sul portapacchi, e il dolore alla spalla si fece sentire immediatamente, strappandogli un lamento.
La donna si sedette, stringendo a sé la borsetta:
– Grazie.
Tornato a sedere a sua volta, John raccolse il giornale e chiuse gli occhi di nuovo.
– Lei riesce a chiuderlo? – chiese la donna con voce bassa e sensuale. Armeggiava con il cassetto dei rifiuti.
– Subito, – rispose John, e alzandosi velocemente fece cadere di nuovo il giornale. Quando lei si abbassò per raccoglierlo, lui le spiò involontariamente il decolleté, ed ebbe la sensazione che quella indugiasse un attimo più del necessario in quella posizione. John non riuscì in alcun modo a rimettere a posto il cassetto, così tornò a sedere e per togliersi d’impaccio esordì:
– Fa un caldo…
– Ho sentito che a Washington fa ancora più caldo che qui.
– Lei va a Washington?
– Si, e lei?
– Io a New York, per lavoro.
– Anche il motivo del mio viaggio può essere definito, in qualche modo, lavoro.
John era incuriosito:
– In che senso, signora…
– …Rostomian, Patricia Rostomian.
– Piacere, – le strinse la mano, – John Jerome Rose.
– Le dicevo che è un lavoro anche quello che faccio io, – la donna dette un’occhiata fugace dentro la borsetta, – Vede, io vado a Washington perché mio fratello è stato nominato assistente del senatore Grant e ha bisogno di qualcuno che pensi alla sua casa e a sbrigare qualche incombenza: sa, la campagna elettorale…
– Interessante… Quindi suo fratello… Non è sposato?
– No, è divorziato. Come me, del resto – Patricia disse queste ultime parole scandendole chiaramente.
– Ah… Mi dispiace.
– Non si preoccupi, io sono stata fortunata, ho avuto un marito eccezionale di cui sono stata innamorata e non ho niente da rimproverarmi, mentre mio fratello, lui sì che è stato sfortunato.
– Un matrimonio sbagliato?
– Lei era una spiantata che lo ha abbandonato dopo pochi mesi. Lui è una persona perbene, educata, intelligente, uno come ce ne sono pochi, e quella poco di buono se ne è andata senza lasciare neanche un biglietto.
– Sembra davvero molto legata a suo fratello.
– Si, – sussurrò, – è così. La mia è una famiglia d’immigrati, i nostri genitori dovevano lavorare per mantenerci tutti, ed io, essendo la più grande, ho dovuto occuparmi dei miei fratellini. Questo ci ha dato un legame speciale, soprattutto con Marc.
– Sarebbe il… L’assistente?
– Si. Merita davvero il meglio e sono felicissima per il lavoro che ha trovato. È un posto importante, sa?
– Certo, immagino.
– Mi scusi, sto parlando troppo… – Nel dire questo Patricia si inumidì leggermente le labbra, John pensò che quella era la profferta più esplicita che avesse ricevuto negli ultimi anni:
– Ma si figuri! Continui, la prego. – John guardava Patricia: quella donna era un richiamo angosciante alla sua travagliata situazione sentimentale. Come sarebbe stato passare dall’erotismo affusolato e pungente – e noto – delle mani di Eveline alla sensualità bruta di quelle cosce brune? Con la mente eccitata da simili pensieri, John era più che mai innocuo ed impacciato. Si vide riflesso nel vetro del finestrino: la mattina, a casa, gli era sembrato stupido e inutile badare al vestiario. Adesso se ne stava pentendo. Tentò di dare almeno una sistemata alla camicia senza che la donna se ne accorgesse, ma in quei larghi sedili di prima classe non ci si poteva proprio nascondere.
La donna continuò col suo racconto. Prima di sette fratelli, figlia di immigrati armeni, Marc era l’orgoglio suo e di tutta la famiglia. John ascoltava attentamente, in silenzio, e pensava che lui non sarebbe mai partito per sistemare la casa di suo fratello, avrebbe certo trovato una scusa, e tuttavia che invidia per quell’uomo, per quel Marc: neanche Eveline sarebbe mai partita per badare a lui. Era il fratello e non il marito, ma John ormai in qualche modo s’immaginava come compagno di quella donna, e di tutti era geloso.
Patricia, incoraggiata dalla sua attenzione, trascinò se stessa nell’inerzia delle confidenze, raccontando un po’ di tutto. L’uomo non le dispiaceva: serio, posato, con quella faccia mite. Giocò un po’ con lui, gli fece qualche domanda imbarazzante e scoprì di poterlo tormentare a piacere.
John cadeva in tutte le sue trappole sornione: gli bastava guardarla negli occhi per confondersi. Quello sguardo vivo esprimeva una storia personale molto tribolata di cui non faceva segreto né oggetto di compassione, una commistione di dolore e fierezza. Com’erano diversi quegli occhi da quelli di sua moglie! Gli occhi di Eveline tradivano solo intelligenza, e la calma di chi non ha mai conosciuto l’emergenza.
– Patricia… – disse a un certo punto John, mettendo a fuoco gli occhi di lei. Quel chiamarla col suo nome proprio, con familiarità, e quel tentativo di sguardo profondo furono come una secchiata d’acqua. Lei sorrise stupita, e un attimo dopo stava già leggendo il suo settimanale. John ne rimase deluso e sorpreso insieme. Tornò a guardar fuori del finestrino, stavolta perfettamente incurante della postura. Di nuovo guardava alberi e case allontanarsi e non capiva cosa avesse sbagliato. Si sentiva solo in un modo che non provava da tempo, quello di chi sia stato rifiutato.
Pensò alle donne della sua vita, a sua madre, lasciata a invecchiare in solitudine in una stanzaccia. Da quanto non la vedeva? Un anno, due? E la sua ex–moglie? Almeno cinque o sei anni. Ormai le pagava gli alimenti una volta all’anno, tutti insieme, per non doverci più pensare.

– La mia fermata, – sorrise Patricia mentre il rantolare dei binari diventava via via una serie di singulti, e John a malavoglia si strappava dal paesaggio di là dal vetro. Patricia uscì dallo scompartimento lasciandosi alle spalle un saluto cortese e un profumo dolciastro che John fino a quel momento non aveva notato.
John si alzò per stiracchiarsi, non provava alcuna emozione in particolare, aveva in qualche modo rimesso al suo posto la donna che poco prima lo aveva turbato: non si erano mai visti prima e non si sarebbero rivisti più. Si affacciò al finestrino con un sorriso leggero, un po’ mesto. La vide scendere, una coscia dopo l’altra; la osservò sparire, fondersi con il brulicare di persone che affollavano la stazione di Washington fino a svanire come un ricordo incerto; rimase affacciato, il mento fuori dal finestrino, le braccia incrociate tra il vetro abbassato e il petto, con la circolazione del sangue che si fermava per la pressione con lo spigolo, formicolante sensazione di scomparsa di una parte di sé, e abbassò gli occhi, sospirando. Ora si sentiva preso in uno di quei momenti in cui non sapeva dire se stesse effettivamente pensando a qualcosa oppure no, riempito completamente da una sola nota prolungata all’infinito, come se avesse l’anima piena d’aria stantia. Ecco cosa lo riempiva: non liquori preziosi o aromi esotici, mica vapori ricchi di vita, macché. Rimaneggiamenti e meschinerie; teorie, teoremi e tautologie; aneddoti mistificati e abbozzi di biografie; vecchi rancori e vanità soffuse: volumi compressi e inutili, ingombranti, fastidiosi, per nulla interessanti. Il suo sguardo tornò sul mare di volti in partenza e in arrivo. La stazione di Washington DC era un alveare, tutti parevano dover portare a termine chissà quale compito vitale.

Il treno ripartì. John rimase ancora un po’ con la testa fuori dal finestrino, poi, quando rientrò nell’abitacolo, ebbe un soprassalto.
Troppo preso dai suoi arzigogolii non si era accorto che un tale miseramente vestito aveva depositato un borsone logoro giusto sopra il suo sedile e gli si era seduto di fronte, un grosso computer portatile a valigetta sulle ginocchia, e lo osservava con insistenza, in modo preoccupante, come se volesse dirgli qualcosa di grave ma si trattenesse dal farlo. L’odore acre di sudore che il nuovo venuto emanava aveva cancellato d’un colpo il profumo di Patricia.
John fu quasi spaventato nel sentire quell’odore e trovarsi davanti due occhi azzurri e profondi. Il tempo di mettere a fuoco l’intera figura e John realizzò, con un certo disappunto, che probabilmente il resto del viaggio se lo sarebbe dovuto fare di fronte a questo capellone stempiato e puzzolente.
Il giovane continuava a fissarlo intensamente: voleva certamente attaccare bottone. John cercò di ignorarlo, guardando fuori dal finestrino. Non trovò che terra arata e cielo grigio.
– Gran paesaggio quello americano, questo spiega anche il perché abbiamo avuto una narrativa così potente ed evocativa!
– Prego?
Il giovane spostò una ciocca di capelli secchi e stopposi che gli cadeva sul viso e si sporse in avanti, come a volergli sussurrare qualcosa di segreto. John scoprì che il suo odore era nulla a confronto del suo alito:
– Le stavo dicendo che i grandi spazi americani hanno permesso lo svilupparsi di una narrativa e di una poetica dal grande respiro… Oltre che della retorica del selvaggio West, naturalmente.
– Ah, certo… Lei insegna letteratura?
– No, affatto, sono solo un avido lettore ma non avrei niente da insegnare a nessuno, anzi credo proprio che l’insegnamento di per sé sia sbagliato; le faccio un esempio: io amo l’informatica – mostrò orgoglioso il portatile – ma non ho avuto nessun maestro e non ho nessuno scolaro, io apprendo, mi sforzo di capire e di comprendere, entro dentro i meccanismi, dentro le idee.
John guardò il suo interlocutore con gli occhi fissi e il labbro contratto, un’espressione piuttosto stupida che assumeva ogni volta che non riusciva a capire bene qualcosa e che Eveline gli rimproverava aspramente.
– Ehm… Certo, lei è un informatico… Io invece sono direttore amministrativo in un’azienda della Carolina del Nord.
– In effetti ho ricominciato da poco ad occuparmi di informatica, ma ho in mente un progetto molto interessante: un generatore semantico…
– Sinceramente non sono un esperto di informatica, – John cercò di chiudere la discussione, ma il giovane incalzava, e si sporse ancora di più verso di lui, allungando il braccio:
– A proposito, scusi se non mi sono ancora presentato! Io sono Paul. Paul Bloomsfield, ma può chiamarmi Paul come fanno tutti. Cioè, non proprio tutti, visto che in genere loro mi chiamano Mr. Bloomsfield.
“Ecco,” pensò John immaginando d’alzare lo sguardo al cielo, “il nerd fuori di brocca fino a New York era proprio quel che mi ci voleva.”
Paul era uno di quei personaggi a cui John mai si sarebbe sognato di rivolgere la parola, specialmente se si fosse trovato in viaggio con la famiglia.
– Er… Piacere, John. John Jerome Rose.
Paul gli strinse la mano, spalancò gli occhi, poi li piantò nuovamente nei suoi, riducendoli a due fessure:
– E quindi, John, lei è diretto a New York? Sa, anch’io mi muovo continuamente, non sono mica il tipo che si siede e aspetta. Nossignore, e a New York ci vado per lavoro, il tempo che serve e via da un’altra parte. Lavoro… Diciamo che ci vado per campare, ma poi mi sposto, appena riesco a mettere in piedi il mio progetto. Eh, ci sarà da ridere John, mi dia retta, tra qualche anno la vedranno. Oh sì, la vedranno. Piuttosto, lei: direttore amministrativo, ha detto? Eppure non ha l’aria di essere uno di quelli…
In quel momento la porta dello scompartimento si aprì, e John vide il colorito del giovane passare in un attimo dal roseo malaticcio al bianco e poi di nuovo al roseo.
– Biglietti, prego.
All’entrata del controllore, Paul si ritrasse con uno scatto nervoso, andando finalmente ad appoggiarsi allo schienale. Si scostò un ciuffo di capelli dalla fronte con un gesto rapido, e prese ad armeggiare con il portafoglio continuando la conversazione come nulla fosse. Allungando il biglietto al controllore, non staccò gli occhi di dosso da John per un attimo.
– Signore, lei non può star qua con questo biglietto…
– Come? Ah sì, certo. Stavo solo facendo due chiacchiere! – Il volto di Paul si allargò in un sorriso.
– Senta, appena ha finito vada al suo posto… Intesi?
– Naturalmente.
Quando il controllore ebbe chiuso la porta, Paul si allungò di nuovo su John, come volesse abbracciarlo.
– Le stavo parlando del mio lavoro, vero? Già, informatica. Cioè, adesso informatica, ma prima borsa. Presto detto, facevo il broker: ventitré anni e ho mollato tutto, e mi creda, avevo una carriera davanti e facevo un bel po’ di grana, ma perdio, mi sono reso conto che se il sistema vuol funzionare a modo suo, può ben farlo anche senza il tuo aiuto.
Aveva ventinove anni Paul, anche se ne dimostrava molti di più. A venti aveva avviato una brillante carriera nella finanza e solamente tre anni dopo aveva rinunciato al suo lavoro per vivere “libero ed emancipato” dal meccanismo imposto da  “loro”. Se n’era poi andato di città in città facendo il mendicante. Dopo quattro anni di accattonaggio si era rimesso a lavorare come informatico freelance.
– E quindi lei era un broker di successo e poi ha mollato tutto? – John era interessato dalla piega che aveva preso il discorso.
– Certo John, ha presente quando non fai più una cosa ma sei quella cosa, ecco quello è il momento per staccare, quando capisci di non essere più padrone, di diventare uno dei tanti senza nessuna particolarità, ci sei tu ma ci potrebbe stare un altro e a loro non cambierebbe niente, quello è il momento: ora sono padrone della mia vita, lavoro a livello informatico, calcolo, progetto, spippolo; riparo, soprattutto. Non è il massimo, ma mi permette di tirare su un po’ di soldi. E magari nel frattempo riesco a conoscere qualcuno interessato a finanziare il mio progetto: in ogni caso ora sono padrone della mia vita! Capisce? Padrone!
John era in difficoltà: “Padrone della mia vita,” la frase aveva un suono sinistro. Paul pronunciava quei “padrone” guardandolo ora entusiasticamente, come a volerlo rendere partecipe della sua felicità, ora con sguardo indagatorio, ora semplicemente spaventato: di volta in volta pareva voler essere invidiato, capito, rassicurato. Ci metteva un accento spropositato e dimenticava che “padrone” implica “sottoposto”: chi era dunque il soggetto tenuto all’obbedienza, il subalterno? Che strano dominio, poi, era quello che prevedeva la propria stessa sottomissione. John pensò che quel tipo metteva in scena un padrone ma era piuttosto un tiranno, un despota che si era imposto l’indipendenza come alibi per un sostanziale fallimento e dunque, in quel gioco di specchi, fosse uno schiavo. Era eccessivamente, nervosamente soddisfatto della sua condizione, di quel suo “dominio” sulla sua vita. John lo guardò e pensò che non c’era molto di cui vantarsi. Poi si rese conto che quella sarebbe stata una buona battuta da fare con Eveline ma non era ciò che pensava veramente: nonostante capisse tutta l’assurdità di quel “padrone,” John era rapito. Quello aveva deciso di abbandonare tutto, e lo aveva fatto. Certo, era mezzo matto, però aveva avuto coraggio. “Cosa dire, allora, di me,” pensò John, “ligio ai miei doveri di catalogazione?”
– Sa una cosa John? Lei mi incuriosisce molto. E così è direttore amministrativo? E poi, cosa fa nella vita?
John fu preso alla sprovvista: raramente suscitava interesse negli altri. Un po’ imbarazzato cominciò a raccontare di sé. Paul ascoltava attento, ogni tanto spostava il ciuffo, fissava John e lo aizzava con nuove domande, sempre più precise. Non seppe neanche lui come, ma John si ritrovò a parlare della sua storia e della sua famiglia. Concentrato nello sforzo di essere cortese, notò appena lo strano atteggiamento di Paul, il quale pareva stesse ascoltando l’interrogazione di un suo alunno particolarmente bravo. Ad ogni risposta sorrideva socchiudendo i grandi occhi azzurri, e stringendo leggermente le labbra annuiva con veloci movimenti del capo, come se lo studente dicesse proprio ciò che egli voleva sentire.
Alla fine però, John iniziò a sentirsi pressato da un fastidio crescente, e tentò di cambiare discorso, quasi spaventato dall’idea di poter dire qualcosa di compromettente:
– Ha detto che cerca finanziatori per un progetto, di cosa si tratta?
– Oh, glielo stavo accennando. Il mio unico e inestinguibile desiderio, il mio sogno, la mia gigantesca enorme mastodontica bramosa aspirazione: il mio “Cogito”!
– Cogito?
– Il mio Cogito. Sto cercando di realizzare un sistema che produca testi comunicativi senza l’ausilio dell’uomo. Un cervello elettronico genera una frase, in maniera assolutamente stocastica, una qualsiasi frase, tipo “oggi è proprio una bella giornata”, dopodiché tramite precisi algoritmi di simulazione neurale, la mente di silicio, il Cogito, elabora una risposta adeguata, continuando il discorso, introducendo nuove variabili, nuovi argomenti, e così via di seguito, legando le frasi, l’una all’altra, legandole in un discorso comprensibile, intelligente, sensato, dotto, colto, forbito, fino a creare un’intera discussione, un dialogo artificiale tra due potenziali interlocutori…
– Non credo di aver capito benissimo, ma a cosa potrebbe servire una cosa del genere?
– A cosa potrebbe servire? In un mondo in cui il dialogo è sempre più assente, in cui le discussioni sono sempre più scadenti, sempre più meschine, in un mondo in cui il tema portante di una civiltà diviene la moda da seguire, dove la futilità è eletta a partito, dove la leggerezza ha preso il sopravvento, in un mondo in cui la frivolezza sale in cattedra, cosa potrebbe essere più utile di un produttore automatico di testi sensati? L’essere umano non dovrebbe far altro che estrarre il nuovo dibattito, leggerlo e farlo proprio, capire cosa si è perso, oppure stracciarlo e gettarlo… È il mio sogno, ho abbandonato tutto ciò che avevo per seguirlo, e non ne sono affatto pentito. E se non dovessi riuscire? Preferisco cadere sulla strada che conduce alla realizzazione di ciò che ho immaginato, padrone di me stesso, piuttosto che inginocchiarmi alla mia debolezza! Sissignore, preferisco rimanere schiacciato che lievitare gonfio d’aria, come un pallone spinto da altri, spinto da loro. È una cosa perversa, sa? Le tasse, gli ospedali, l’istruzione, il petrolio e le guerre, ogni volta la stessa storia. Le strade, le case, l’energia, la spiritualità, è tutto in mano loro, tu stai lì e tutto quel che fai li alimenta, tutti quelli con cui parli stanno lì e si lamentano e il giorno dopo sono in un qualche ufficio a fare riscossione crediti, magari. Io c’ero dentro eh, non creda, ero come loro in tutto e per tutto, si figuri. Mica sono un santo io, no, sono un programmatore. Mi ero proprio rotto di farmi usare, e così ora ho questo progetto, è opera mia e con questo andrò avanti a modo mio. Le cose mi girano piuttosto bene da allora, sa, da quando mi sono messo per conto mio. Sì, perché quando stai dentro ti sembra magari che tutto fili liscio, sì, però hai questa continua fissa, anzi timore,  insomma c’è sempre questa voce che ti sussurra dietro la schiena che da un momento all’altro potresti essere finito. Capisce?
– Certo, non è che dalle nostre parti a Charlotte le cose…
– Sì sì, certo, – lo interruppe subito Paul con un sorrisetto accondiscendente, – È così dappertutto e soprattutto dove l’economia è in crescita. Charlotte è un luogo davvero orribile. È proprio questo il punto, ma voi mica ve ne rendete conto.
John si rassegnò a fare la parte dell’ascoltatore, annuendo, mentre Paul, girando il portatile ora da una parte ora dall’altra, gli mostrava pagine e pagine di codice incomprensibile, il cuore del Cogito. John stava per assopirsi di nuovo, e la voce di Paul andò avanti a cullarlo per quella che gli parve un’eternità. Ne coglieva brandelli, ogni tanto le cose prendevano un filo logico temporaneo e John si riscopriva sveglio e attento, finché di nuovo la voce di Paul non tornava a essere solo una cantilena monocorde:
– E certo, ci son sempre loro in mezzo, la storia parla chiaro. Che ne so, prendiamo Turing. Lo conosce Turing vero? È stato il primo a concepire l’idea che le macchine potessero pensare, e forse sarebbe anche riuscito a realizzarla, se non fosse scoppiata la guerra. Fu precettato dai servizi segreti britannici, succhiato e spompato per decrittare i codici della macchina Enigma tedesca. Loro vanno avanti con la guerra, poi questo vince e quest’altro perde, e Turing dopo qualche tempo si fa incastrare come un fesso: lui mica lo sa chi sono loro, e pensare che li ha avuti davanti per anni, li ha aiutati… Ma Turing è un anima candida, quello va avanti facendo le sue cose per bene e glielo dice pure in faccia: sì sì, mi sono appartato con un tizio che poi m’ha rapinato. E loro lo incastrano come quegli altri, e giù ormoni e ormoni che gli crescono pure le tette, giuro, due tette così. Oh, le dico questo mica perché lo ammiro, macché! Oddio, forse in parte sì, ma lo dico per farla riflettere, perdio. Quello, già che era un tipo strano di suo, diventa una specie di freak e si avvelena con una mela al cianuro. Causa del decesso ufficiale: cianuro di potassio autosomministrato in un momento di squilibrio mentale. Capisce? Già, una mela di Biancaneve, nel ’54, uno si ribella e si ritrova squilibrato, fottuto. Capisce cosa dico? A meno che uno non faccia come me, e allora se gli va bene è lui a fottere loro. Ma se rimani a guardare, quelli ti fottono, e ti fottono anche se ti dai troppo da fare: il mondo è pieno solo di egoisti che vogliono almeno una briciola di potere, magari sulla moglie o sui figli, sugli studenti. E loro qualche briciola gliela danno, e gliela tolgono pure, se solo gli gira. Vuol sapere cosa? La soluzione, se c’è, è l’interazione differita. Certo, cablaggio globale e individualismo pacifista estremo. Autosostentamento tecnologico, autarchia dell’individuo. Quello con cui ci fottono sono le relazioni sociali, ecco cosa. Relazioni sociali e maschere, non ce n’è uno qua in mezzo che non abbia una maschera. Prenda noi due, in realtà non mi interessa nemmeno se lei è uno di loro: manco lo sa se le ho detto il mio vero nome, e per lei sarò solo un pezzo di viaggio in treno. È così lampante, si è liberi solo da soli, e invece sono tutti pronti a rinchiudersi nelle batterie di produzione, le città diventano come formicai con dentro discobar e distributori di cibo, e invece che da individui sono popolate solo da struzzi replicanti, e soli, sissignore: soli. Capisce? Sono componentistica senza volontà, senza coscienza. Turing arrivò a scegliere la morte per protestare. Alla fine basta fare qualcosa, prenda me che ho cambiato lavoro, ognuno faccia la sua ma qualcosa si deve pur fare. Un controllore per esempio potrebbe cominciare a non maltrattare sistematicamente la gente dabbene per un pezzo di carta, non le pare..?
……
– Signore… Ehi, signore! Si svegli!
John si riscosse di soprassalto, alla voce del controllore che lo avvisava che erano giunti a New York, stazione di termine corsa. Lo scompartimento era deserto, di Paul e delle sue teorie non restava traccia se non nell’odore di stantio. Tirando giù la valigia, John non riusciva ad essere del tutto sicuro di non aver sognato: scese dal treno con un senso di smarrimento crescente, finché non si ritrovò in bilico su un marciapiede, con un dito alzato e un taxi che gli accostava accanto.
John salì sulla vettura guardandosi intorno, confuso. Il tassista, un uomo dalla faccia scura e dal sorriso caricato, avviò il tassametro. La macchina si inserì lenta nel traffico. In quel magma, il taxi si muoveva al rallentatore. John spiava i volti nelle altre vetture, e pensava.
– Allora mister, dove la porto?
Anni trascorsi in aggrovigliamenti mentali, in paradossi puerili, in intime meschinità, in confusioni per una complessità che non voleva gestire. I punti di vista, i percorsi possibili, le interpretazioni, gli specchi, le immagini: tutto un inganno diabolico. Cinque minuti nell’immobilità del traffico, un labirinto infernale.
L’ingorgo si aprì. John si asciugò la bocca con il fazzoletto.
– Prego mister… Allora, dove andiamo?
– All’aeroporto, grazie. JFK.
– Viaggio di affari?
– Parto per l’Europa.

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