Confessioni qualunque #1

#1 – Pietro

di Nicola Feninno

Che resti tra noi.
La cosa importante è che mia figlia sia felice.

Che faccia il lavoro che le piace. Il resto viene dopo. Viene dopo l’igiene, i rischi del mestiere vengono dopo i vicini che forse sanno tutto e non dicono niente e anche qualcuno dei miei vecchi colleghi che forse sospetta qualcosa, vengono dopo gli sguardi maliziosi degli amici di mio figlio, viene dopo anche la mia chiusura mentale.

Mia figlia fa l’attrice. Fa l’attrice in quei film per soli adulti, quelli a luci rosse, non quelli dove quando si fa l’amore la telecamera vaga altrove. Mia figlia lavora in quei film dove si vede tutto: lei è nuda, non c’è un pezzo del suo corpo che non sia sbattuto in primo piano per essere sbranato da occhi sconosciuti, mia è figlia è nuda, con un uomo nudo, forse con due uomini o tre… insomma ci siamo capiti. Ma lei ha un suo modo particolare di vedere la cosa.

Forse se mia moglie fosse ancora viva le cose sarebbero andate per un altro verso. Io non ho tutta quella forza, non riesco a capire fino in fondo.

Adoro mia figlia, vive ancora in casa con me. Adoro quando torna un po’ più tardi la sera: quando sento il rumore della macchina nel garage metto l’acqua a bollire; ci beviamo una tisana, lentamente, e lei mi parla di tutto, si apre, io cerco di capire, cerco di farle cambiare qualcuna delle sue idee, con pazienza, provo a essere la goccia che scava la pietra. Lei mi ascolta. E io mi fido di lei. Una notte era ai fornelli, l’acqua stava già bollendo; senza guardarmi mi ha detto: “capisci babbo? La mia anima rimane pura”.

Dice che tutta la questione del suo lavoro ruota intorno all’amore. Proprio all’amore.
No, mia figlia non è una di quelle poco di buono con poco cervello che s’illudono di aver sofferto terribilmente per amore. Non si spoglia, non fa sesso con tutti – e con tutti quei gemiti – per farla pagare a qualcuno. Niente di tutto questo. La questione è molto più profonda e faccio quasi fatica a capire. Forse perché sono un uomo e perché mi manca sua madre. Non ho mai sentito nessuno parlare d’amore come mia figlia. Dice che l’amore è una forza che ti strappa la pelle di dosso, che t’incendia gli occhi. Una forza sovversiva: per questo i preti non si sposano. Una società fondata sull’amore non può esistere, sarebbe anarchia. “Capisci, babbo, per questo la puttana è il mestiere più antico del mondo! Serve per coprire la mancanza d’amore, capisci? È il contratto sociale”.

E qui viene il cuore del suo ragionamento: me l’ha spiegato mille volte, è una ragazza intelligente, paziente.
Lei sostiene che non può esistere nemmeno una società fondata sulla repressione totale dell’amore. “ Se fossero tutti preti e suore alla fine non ci sarebbero più né preti né suore, perché nessuno di loro potrebbe riprodursi”. Insomma, serve una valvola di sfogo. Ecco, mia figlia è convinta che il suo lavoro sia una sorta di sacrificio. Lei s’immola per il bene della “nostra amata e ordinata umanità”, la chiama così. Lei si spoglia, la si vede perfettamente in faccia – con quegli occhi verdi di sua madre – e degli sconosciuti la baciano, la schiaffeggiano come padri preoccupati con una bambina cattiva (lei dice che fanno piano, che è tutto doppiaggio), penetrano la sua carne senza pietà, senza passione. La sua pelle bianca si chiazza di rosso: non è finta la sua pelle, la sua pelle non ragiona come il suo cervello, soltanto si fa rossa. Al mare, da piccola, io e mia moglie la cospargevamo di crema, ogni ora bisognava rimetterne un nuovo strato, perché i bambini giocano, entrano in acqua, si rotolano sulla sabbia, mica si può pretendere che la crema gli resti incollata addosso. Quando le spalmavo la crema sul faccino chiudeva gli occhi, storceva un poco le labbra; le baciavo i capelli, poi lei scappava verso il bagnasciuga: c’erano i suoi amichetti che l’aspettavano.

Mia figlia si sacrifica per noi: per i vecchi mollicci come me, per farci inventare qualche emozione gratuita, qualche erezione ridicola e inutile e un po’ di sonno sul divano quando è tutto finito; per dare qualche lezione ai ragazzini brufolosi (“babbo, non dirmi che le loro ridicole ore di educazione sessuale hanno un senso?”); lo fa anche per le famiglie felici, per le coppie affiatate, per dare qualche spunto, per regalare una piccola fuga da quella moglie che si adora, che si ama più di se stessi, che è incinta e che tu hai avuto una giornata infernale, ma non la tradiresti mai, non tradiresti mai la madre del tuo primo figlio, nasce tra un mese e mezzo, è un maschietto. Ecco: basta un computer, un film a luci rosse, basta mia figlia. Il suo lavoro è la soluzione. Il sacrificio della pelle bianca di mia figlia, che si arrossa troppo facilmente.
Dice di aver aiutato anche qualche prete col suo voto di castità.

“Babbo capisci? Ogni società per essere ordinata ha bisogno di alcuni spazi di anarchia, di disordine totale. Io sono quello spazio di disordine. Sono l’amore estremista”.
Ieri sera è tornata più tardi del solito; deve aver bevuto un paio di bicchierini, non sa nasconderlo. Ha iniziato con la solita solfa dei greci e dei romani e che anche loro avevano i loro spazi di follia, i loro riti sessuali assurdi eppure avevano creato delle società così ordinate… l’ho interrotta perché ero stanco e non riuscivo a seguirla. Lei mi ha guardato. “Pensavo a Giuda, babbo. Sì, quello degli apostoli. Pensa se non ci fosse stato Giuda. Come facevano a mettere in croce Gesù Cristo? E la resurrezione? E tutto il cristianesimo? E i papi e le crociate e Michelangelo e Raffaello e tutti gli altri? Sono sicura che tutti i dodici apostoli, dal primo all’ultimo, covavano una piccola parte di Giuda dentro di sé. Pensa babbo, sono tutti intorno al tavolo: Gesù non è ancora risorto, è solo una persona molto convincente, è solo un paio di occhi che splendono più della media, a volte non si capisce neanche quello che dice; per la maggioranza della gente è solo un pericoloso sovversivo. Tutti quei dodici uomini devono avere avuto un’umanissima paura. E prova ad immaginare quanti potenziali Giuda dovevano esserci fuori dal cenacolo: sono tutti morti e nessuno ne sa niente… magari sono diventati anche cristiani, magari tra i primi cristiani. Ma è toccato a Giuda, capisci? Non c’erano alternative, neanche Dio ne ha trovate, doveva toccare a qualcuno per il bene di tutti”.
È rimasta qualche secondo in silenzio. Ci siamo guardati. I suoi occhi erano rossi, gonfi come due ventri gravidi. Siamo a scoppiati a piangere insieme. Ho abbracciato la mia bambina.

Che resti tra noi: non ho avuto parole. Ho solo bestemmiato Dio perché mia moglie è morta e non era lì, con me e con la nostra bambina.

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5 Responses to Confessioni qualunque #1

  1. Camilla says:

    Bello!
    (che resti tra noi).

  2. malosmannaja says:

    bel racconto e bel titolo. se la figlia è gesù e il babbo è pietro… chi è giuda che l’ha messa in croce? forse la madre (non c’erano alternative): doveva toccare a qualcuno per il bene di tutti. mutatis (et senza) mutandis, la figlia invece deve farsi toccare da tutti per la mancanza del bene di qualcuno. perché l’immagine più forte, quella che resta (al di là delle dissertazioni sul “cuore del ragionamento”, che peraltro m’è apparso riconducibile più a un cervello maschile che femminile, mmmm…), l’immagine che resta, dicevo, più che il “dare amore” è il disperato bisogno d’amore frustrato della figlia e del padre che piangono in solitaria risonanza.
    lascia bestemmiare anche a me: speriamo in un lieto fine incestuoso.
    : ))
    scherzi a parte, un racconto ben scritto, che, seppure in modo inevitabilmente un po’ romanzato, fa il punto su ordine e disordine, su sogni e bisogni.

  3. Pingback: mia figlia in abiti succinti per 30 denari | calepio press ©

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