Confessioni qualunque – 5

#5 – Maurizio

di Nicola Feninno

Che resti fra noi.
Fingo di essere muto da sei mesi e mezzo.
Sto andando bene, non ho sgarrato neanche mezza volta: neanche mezza sillaba, né in compagnia, né da solo.
È iniziato tutto così: sono al lavoro al ristorante, tavolo 12; i signori sono al dessert, io inizio con la filastrocca: torta cioccolato e pere, torta alle mele, torta della nonna, tiramisù, crostata al mirtillo, semifreddo al torroncino, semifreddo alla mela verde, crema catalana, panna c-c-c…panna c-c-c-c-c… niente da fare. Non riuscivo a dire cotta. In particolare non riuscivo a pronunciare la c. Basta staccare la lingua dal palato abbastanza velocemente, un movimento netto e automatico, aprire un poco le labbra, arrotondarle appena e poi fare uscire l’aria: panna cotta. Sembra facile: ma non c’era verso di farcela. Panna cotta.

Così ho finto un malore. Mi sono gettato a terra, come fanno i calciatori, mi sono dimenato un po’ e poi sono restato immobile. Ho riprovato un attimo con la c, un’ultima volta. Niente c, niente panna cotta. Naturalmente è arrivata l’ambulanza. “Ragazzo, come stai? Qual è il tuo nome?” Io zitto, neanche mezza parola. Mi rimbombavano le tempie: panna cotta, panna cotta, panna cotta. Mi hanno trasportato in ospedale, sembravano preoccupati. Io non riuscivo a smettere di pensare alla c; pensavo soprattutto alla lingua che si stacca dal palato con un movimento netto e automatico. Non valutiamo mai tutto il lavoro che c’è dietro ogni suono, alla coordinazione perfetta di lingua, labbra, flussi d’aria ben regolati. Nella spontaneità del corpo si annida una potenza immane e ingarbugliata. Sono equilibri dannatamente fragili.

Il medico dell’ospedale aveva un aspetto ultraterreno. Faceva il superiore, faceva quello che mi dava retta perché il mio non era un problema fisico, il mio era un problema psicologico. Avrei voluto dirgli che la psicologia non c’entrava nulla, che non c’entravano nulla le nevrosi, i conflitti relazionali, il contesto sociale, però restai zitto; avevo altro a cui pensare: panna riuscivo a dirlo. Inizia con la p: si tengono le labbra perfettamente serrate e si riempie d’aria la bocca. Poi si dà un colpetto e in una frazione di secondo le labbra si spalancano: p. È come una piccola esplosione: p. P. P. Poi tutto quello che viene dopo è molto più semplice, hai già rotto il ghiaccio: panna. Suona alla perfezione. Il problema è il silenzio dopo la panna e quella maledetta c. A un certo punto mi sono ritrovato incapace di articolare quella parola persino nella mente. È tutt’ora così: cotta, cottacotta… riesco solo a scriverla. Non riesco neanche a pensare di pronunciarla. Il pensiero dev’essere collegato in qualche modo al linguaggio: è una sciagura.

Sono stato dimesso il giorno dopo. Mia madre piangeva. Io non aprii bocca per la vergogna di tutta quella scenata al ristorante, in ambulanza e col professorone in ospedale. Poi avevo paura d’incepparmi con qualche altra c. È come un patto solenne con me stesso: prima devo risolvere la questione con la c. Io amo mia madre, mi dispiace, ma non potevo far altro. Ho pianto con lei un paio di lacrime silenziose, le prime dopo anni. Mio padre ci ha guardato per un secondo, mentre guidava: non riusciva a capire. Non poteva sopportare nemmeno che suo figlio facesse il cameriere, che si dovesse ingoiare le lamentele di tutte le signore gonfie di trucco e banconote senza mai lamentarsi: “Il cliente non ha sempre ragione, non diciamo cazzate! E poi tante di quelle signore non capiscono niente di cibo; è già bello se riescono a parcheggiare il SUV che si sono comprate coi soldi del marito!”. In realtà non poteva sopportare che lavorassi, non poteva sopportare che mi fossi ritirato al secondo anno d’ingegneria. Figuriamoci come avrebbe potuto sopportare un figlio muto.

Comunque la vita del muto non è poi così male. Cioè, sicuramente è molto meglio della vita del sordo. Essere muto ti fa capire quanto il linguaggio è brusco e sbrigativo; che poi non è che sia colpa del linguaggio, ma di chi lo usa, sono i parlanti che sono bruschi e sbrigativi. Se sei muto invece è tutto diverso.
Funziona così: il parlante inizia coi suoi modi automaticamente stressati. “Mi dica, cosa prende?” Tu stai zitto, indichi la macchina del caffè. Il parlante non ti guarda, ripete la domanda, aumenta il tono della voce, aumenta il nervosismo dell’intonazione. “Signore, cosa prende?” Tu indichi di nuovo la macchina del caffè. Il parlante è prossimo al punto di rottura, sta per perdere la pazienza, si decide a guardarti. A quel punto capisce. A quel punto il parlante si confonde. Arrossisce. La voce del parlante si fa spezzata. “Mi scusi. Non avevo capito. Mi scusi ancora”. Il parlante non ti tratta più come il cliente numero 367 della giornata, ma come un essere umano. Ti tratta con riguardo, come dovrebbe essere nella normalità delle cose. Poi ti fa il caffè; magari ti capita anche che te lo offra, tanto cosa vuoi che siano 90 centesimi.

Il mio problema vero però è un altro, mi si è presentato ieri mentre ero nella mia stanza a provare una nuova posizione delle labbra per la c. E non fa ridere. Più che presentarmisi, il vero problema mi si è incuneato nella testa, mi sta corrodendo le pieghe del cervello.
E se fossi davvero muto? È questo il vero problema: non posso sapere se sono muto o no, perché se per caso so ancora parlare e parlo e trovo una c nel discorso è un casino, perché non sarei ancora pronto e a quel punto non saprei come fare e ne rimarrei impietrito, schiacciato, definitivamente schiacciato dall’impegno di sei mesi e mezzo buttati nel cesso, sei lunghissimi mesi e mezzo senza una parola, e poi mio padre – non ci voglio neanche pensare a quello che potrebbe pensare – il padre di un figlio cameriere muto che in realtà è un finto muto, perché in realtà sapeva parlare durante questi sei mesi e mezzo, in realtà aveva solo qualche problema con le c, ma durante questi sei mesi e mezzo è rimasto muto, come chi è muto veramente, come uno stronzissimo silenzioso pesce rosso che nuota nelle paranoie del suo rumorosissimo cervello da cameriere che si è ritirato al secondo anno d’ingegneria. No, mio padre non potrebbe capire. Non capirebbe nemmeno mia madre: piangerebbe lacrime di disperazione, come per un morto, e io questa volta non saprei reggerle, quelle lacrime.

Non c’è via d’uscita: è questo il problema vero. Non posso essere muto fino in fondo, perché forse il mio è solo un problema con le c, risolvibilissimo, in fondo. Ma non posso neanche escludere di essere muto: cioè potrei escluderlo, basterebbe una parola, una di quelle facili tipo panna. Potrei mettermi davanti allo specchio. Mi guarderei negli occhi, mi fisserei abbastanza intensamente. Un bel respiro. Mi guarderei le labbra. Un altro bel respiro. Panna. Ok, non sono muto. Magari lo ripeterei pure, per essere sicuro. Panna. Panna.

Che resti tra noi, potrei farlo. E la cosa sarebbe abbastanza semplice. Ma sarebbe una sconfitta. Almeno finché non risolvo il problema con la c.

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