Da Genova a oggi. La memoria del G8 attraverso generi e media

La seconda parte di questo articolo, contenente un’intervista allo scrittore Domenico Esposito Mito, verrà pubblicata venerdì 1 giugno.

di Claudia Boscolo

Laddove tutti narrano non ci dovrebbe essere esubero di temi, verrebbe da pensare. Anzi, i temi dovrebbero scarseggiare. In una nazione di gran contastorie come la nostra, un paese in cui si dice vivano più aspiranti scrittori che effettivi lettori, dove non scarseggiano i circoletti e le associazioni che si sobbarcano il peso di riempire la voragine culturale volutamente lasciata dalle istituzioni e dalle tristi politichette locali, l’elaborazione del lutto causato da un evento disastroso, che data ormai a più di un decennio fa e di cui chiunque può dichiararsi vittima, dovrebbe essere cosa fatta. Invece il G8 di Genova rappresenta l’ultimo di una lunga teoria di traumi da cui gli italiani sembrano non riprendersi più.

Un ottimo modo per non riprendersi dal trauma è investigarne ossessivamente i dettagli, mettendo in fila dati su dati senza che si giunga mai a una versione condivisa dalla popolazione e dalla magistratura. Lo scollamento fra l’operato della magistratura e la necessità dei cittadini italiani di tracciare la linea conclusiva delle indagini mantiene di fatto una situazione di “indagine perpetua” sui fatti luttosi che nel corso della storia più recente di questo Paese hanno intristito la nazione. Un caso eclatante di questa sospensione nell’indagine è il recente film Romanzo di una strage diretto da Marco Tullio Giordana, tratto dal discutibile libro di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie, 2012). Già a partire dal titolo, i fatti di Milano vengono presentati come un secretum, utilizzando un lessico che appartiene scarsamente al genere della saggistica o del romanzo di indagine, ma è piuttosto di stampo massonico. Il libro infatti ricostruisce l’attentato del 12 dicembre 1969, rimasto impunito, distorcendo gravemente i fatti, aggiungendo dati non necessari e intorbidendo ulteriormente le acque. Sembra quasi voler attirare su di sé gli strali di chi negli anni ha tentato di compiere passi avanti nella direzione di una verità il più possibile condivisa, se non ufficializzata da una sentenza.

Questo stato di sospensione nell’indagine perpetua lascia aperti dei varchi nella verità storica, all’interno dei quali si inflitra l’immaginazione dei narratori, e di conseguenza viene da sperare che, in assenza di una verità giudiziaria, non si facciano strada mille versioni, alla lunga delegate a tramandare altre verità nel migliore dei casi edulcorate, nel peggiore mistificatorie.

Ci sono state negli anni un gran numero di pubblicazioni sugli abusi compiuti a Genova dalle forze dell’ordine nel luglio del 2001, a partire dalla testimonianza di Giulietto Chiesa – quasi istantanea rispetto ai fatti – G8/Genova (Einaudi, 2001); per la maggior parte si tratta di inchieste giornalistiche, alcune delle quali condotte con lo stile del noir, per esempio quella di Carlo Lucarelli, G8. Cronaca di una battaglia (Einaudi, 2009), di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, L’eclissi della democrazia. Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova (Feltrinelli, 2011). La bibliografia dei saggi e delle indagini giornalistiche sui fatti di Genova è lunghissima, non si può qui citare tutto, ma è utile sottolineare che la scelta del genere saggistico rimanda alla volontà di continuare ad indagare, sviscerare e comprendere tutte le implicazioni dell’evento. Il problema è che quando il dedalo delle piste rischia di farsi troppo intricato, c’è il pericolo che spunti un buontempone a semplificare la verità ad uso delle masse. Così è stato infatti solo un anno dopo i terribili fatti, quando Fabrizio Cicchitto pubblicò il suo saggio revisionista Il G8 di Genova: mistificazione e realtà, dove la parola realtà è usata con tale convizione che farebbe pensare a un seguace di Vittorini, se non fosse che si tratta di un deputato del PdL. O forse può far riflettere sul fatto che la certezza della realtà è un’attitudine paradossalmente ambigua, e ciò dovrebbe funzionare da deterrente per quegli intellettuali che amano gongolarsi con il “ritorno alla realtà”. Ma queste considerazioni ci porterebbero lontano.

Per rimanere invece sulla questione di Genova, se la saggistica si è occupata in maniera estensiva della questione, il genere del romanzo vi si confronta solo marginalmente e a partire da qualche anno dopo. Andrea Camilleri ne Il giro di boa (Sellerio, 2003) ci presenta un Montalbano turbato, deciso a dimettersi per lo sdegno che gli provoca il comportamento della polizia. Si tratta solo di una diversione dalla trama, tuttavia il G8 fa il suo ingresso nel romanzo a partire dall’incipit di questo romanzo, che rappresenta una forte denuncia.

Fino a poco tempo fa, l’unica opera di narrativa interamente ambientata nei luoghi e nei giorni del G8 era di Stefano Tassinari (tristemente scompaso il’8 maggio 2012 dopo una lunga malattia. Qui l’omaggio di Wu Ming all’amico e compagno scrittore). I segni sulla pelle (Tropea, 2003) è il titolo del romanzo di Tassinari in cui due giornaliste radiofoniche indagano su una ipotetica seconda vittima scomparsa. Si configura quindi come un noir, a confermare che Genova 2001 è stato fin dall’inizio percepito come evento che sollecita pensieri orientati al desiderio di scoprire più verità possibili, se non la verità assoluta, su come sono andate le cose. Con il processo ancora in corso e il desiderio di giustizia vivissimo, quello dell’indagine risulta lo sfondo più apprezzato dal pubblico. Il tempo della narrazione metastorica, storicizzante in quanto allegorica di una condizione generalizzata di effettivo subordine del benessere della popolazione alle dinamiche economiche dominanti della società disciplinare, è ancora aldilà da venire. È solo al termine del primo decennio del Duemila che la narrazione di Genova prende la forma di una metafora della crasi fra il potere del grande capitalismo finanziario e il benessere concreto della popolazione. La visione del cieco di Girolamo de Michele (Einaudi, 2008) mette in scena una digressione sul G8 che ha funzione di myse en abîme. Un altro romanzo interessante che tratta, sempre a latere, il G8 è quello di Paola Ronco, Corpi estranei (Perdisa, 2009), in cui uno scenario direttamente ispirato agli eventi genovesi fa da sfondo a vicende in cui il trauma è protagonista. Riferimenti a Genova si trovano anche in Anatra all’arancia meccanica di Wu Ming (Einaudi, 2011).

All’alba degli anni ’10, epoca in cui la condizione di sudditanza nei confronti dell’“indagine perpetua” inizia a stare stretta sia agli scrittori sia ai lettori, un numero crescente di opere si svincola dal genere noir per raccontare in chiave allegorica le stragi italiane. Le sollevazioni dello scorso anno e quelle che si ipotizza potranno venire, fanno di Genova una metafora della violenza del capitalismo finanziario esercitata ai danni delle apparenti libertà democratiche, metafora che agisce in chiave rivoluzionaria.

La recente uscita del film di Daniel Vicari, Diaz – Don’t clean this blood (una coproduzione fra Italia, Francia e Romania: Fandango, Le Pacte, Mandragora Movie, 2012) segna una transizione fondamentale dalla violenza narrata, allusa, riferita della narrativa, a quella mostrata del cinema. Non è un horror ma un film orrido nel senso più preciso del termine, cioè desta spavento e terrore allo stato puro, nella consapevolezza che ciò che si sta vedendo non è frutto dell’immaginazione di un regista di gore, ma la storia più recente di questo paese. Una storia nazionale che ha ospitato un massacro nel seno della sua società civile, sotto gli occhi delle grandi democrazie europee. Questa è la natura dello spavento: l’epifania collettiva della fine del grande sogno democratico. In realtà, un film come Diaz dovrebbe spaventare più le istituzioni che il pubblico, e infatti in Spagna già si passa ai fatti con la proposta di inserire nel codice il reato di “resistenza passiva”, quasi una macabra anticipazione di quello che saprà produrre il fascismo democratico in Europa nei prossimi anni. Non dimentichiamoci mai che la Spagna fu fucina e terreno di sperimentazione di tutti i fascismi del secolo scorso.

È uscito poi recentemente per Caratterimobili Quando il comunismo finì a tavola (2011), romanzo di Fernando Coratelli, in cui Genova è uno snodo cruciale, insieme ad altri, rispetto alla storia della sinistra italiana, perno attorno cui ruota il racconto del protagonista. Dello scorso anno è anche Sia fatta la mia volontà (qui nel mondo) di Domenico Esposito (Tempesta Ed, 2011). Già autore de La Città dei Matti, Esposito unisce la forma romanzo al saggio politico, religioso e sociale. Narra la storia di alcuni giovani attivisti campani di ritorno dal G8 affrontando svariate tematiche per lo più incentrate sul rapporto fra ateismo e religione, e la questione ormai annosa e abusata delle ideologie e della violenza. A tutta prima, anche questa piccola opera uscita presso un editore minuscolo non riesce ad elaborare appieno il trauma causato dagli eventi del G8. Significativo è però il fatto che l’autore non abbia partecipato agli eventi in quanto troppo giovane, ma li rievochi come fatto storico di riferimento per i suoi coetanei. Genova diventa quindi storia, e non più l’evento che ha segnato chi ne parla, come per gli scrittori che se ne sono occupati finora.

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6 Responses to Da Genova a oggi. La memoria del G8 attraverso generi e media

  1. vajmax scrive:

    Cito l’autore dello scritto sopra:
    “Un ottimo modo per non riprendersi dal trauma è investigarne ossessivamente i dettagli”…

    Il trauma è stato vissuto da coloro che stavano all’interno della Diaz i quali hanno tutto il diritto di chiedere giustizia. L’altro trauma, quello che ha aperto gli sguardi curiosi della gente sui fatti accaduti… quello è trauma solo per chi ne soffre le conseguenze: tutti i funzionari a capo di quella infamia poliziesca sono stati promossi a cariche che comportano grandi responsabilità istituzionali.

  2. parlacoimuri scrive:

    Mi sembra un’analisi molto interessante. Condivido la premessa di Claudia, quando scrive «Un ottimo modo per non riprendersi dal trauma è investigarne ossessivamente i dettagli, mettendo in fila dati su dati senza che si giunga mai a una versione condivisa dalla popolazione e dalla magistratura». Nell’area fiction, settore “vaghi riferimenti, aggiungerei “Chi ha ucciso Silvio Berlusconi” (2005, di Giuseppe Caruso), il cui protagonista (precario ventenne invischiato in una risorgenza di brigatismo) si auto-definisce come “quello di Genova” e ha scoperto la politica appunto alle manifestazioni anti-G8.
    Aspetto di leggere la seconda parte per commenti più nel merito, per ora complimenti per un bellissimo post.

  3. Luca Giudici scrive:

    Vorrei riportare qui all’attenzione un tema di cui si è discusso con Claudia. La frase “Un ottimo modo per non riprendersi dal trauma è investigarne ossessivamente i dettagli” si pone direttamente come tentativo di superare la metafora poliziesca della società, il sistema per cui la ricerca della prova è metodo analogo sia nella ricerca scientifica che nell’ambito giudiziario. Il thriller/noir è il canale attraverso cui la metafora giudiziaria entra nella letteratura. Mi sembra che Claudia qui stia ponendo un cardine del discorso che potrebbe portare a superare il paradigma indiziario. Non so se la cosa ha un senso, e nemmeno se sia realmente fattibile, personalmente continuo a vedere come centrale la lettura di Ginzburg, se ne vedono però ormai anche i limiti, e una critica che cerchi altri percorsi credo stia per nascere.
    Allego per chi non lo avesse sottomano il link all’articolo di Ginzburg a cui faccio riferimento

    http://www.dic.units.it/perspage/barillari/Storia%20Tecniche/spie_note_pag.pdf

  4. vajmax scrive:

    Ogni evento traumatico lascia dei segni destinati ad attenuarsi in funzione della verità che, col tempo sarà, oppure non sarà, ristabilita. Dunque non si tratta di riempire i solchi scavati dal dolore evitando di tornare con la memoria ai fatti accaduti, così come non si ristabilisce la verità degli accadimenti rimescolando a piacere o dispiacere i minimi dettagli che sono stati ragione di sofferenza. Occorre il certosino lavoro della magistratura, dei testimoni dei fatti, delle vittime sarebbe meglio dire, teso all’individuazione delle cause del dramma e del suo svolgimento. Non si può dire a una vittima di dimenticare, ma le si può suggerire di perdonare. Come si possa perdonare un evento tragico come la tortura di esseri umani, pianificata e farcita di menzogne da parte delle forze di polizia che dovrebbero difendere il popolo è cosa che richiede il parere delle vittime, dell’intera coscienza civile del popolo italiano, della stessa polizia, dei politici, della magistratura e delle sbarre di una galera. Questo è il solo modo non solo di uscire dal trauma, ma per fare in modo che non si possano più ripetere quelle condizioni sociali e politiche che il trauma hanno vigliaccamente voluto e determinato.

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