Let. In. 6

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(#1 – #2 – #3 – #4 – #5)

I GRANDI CLASSICI DELLA LETTERATURA INESISTENTE

Il secchio e il mare

Una vicenda dai risvolti psicologici devastanti e dal profondo insegnamento morale: un secchio sogna di svuotare l’immenso mare e si applica per tutta la vita, con zelo, nel tentativo di portare a termine l’impresa. Solo col sopraggiungere della vecchiaia si renderà conto di svuotare se stesso, e non il mare, ogni volta che getta acqua dietro di sé. Inoltre dovrà ammettere, suo malgrado, di essere un cretino.
Morale: se vuoi svuotare il mare hai bisogno di più secchi.

Carlo Sperduti

La Gerusalemme Oberata
di Torchiato Tasse



In una Gerusalemme oppressa e messa in croce da un grave recessione, i Mussulmoney, con la scusa di PILotare il paese fuori dalla crisi, spreadicano l’aumento delle tasse, introducono l’IMUssulmana e affossano l’economia, che viene tumulata nel santo sepolcro. Goffredo di Buglione, facendo tesoro degli insegnamenti dei santi padri economistici, guida la riscossione delle truppe crociate e con una serie di abili manovre finanziarie, conquista il paradiso fiscale liberando Gerusalemme, che passa pertanto dall’occupazione dei Mussulmoney alla disoccupazione di massa.

Malos Mannaja


Addio allenarmi
AA.VV.
(Ed. Montatoni)

Biografia non autorizzata di A. C., campione di calcio e collezionatore di veline. Nel testo vengono catalogate tutte le scuse inventate dal fantasista, da quando è diventato un beniamino dei media, per evitare di andare ad allenarsi con i compagni di squadra. Palloso. Traduzione in italiano sulla pagina a fronte.

Bruno Di Marco

L’indecenza del seno
di Franco Tedesco

Che fine ha fatto al giorno d’oggi l’inetto, quel personaggio piccolo borghese incapace a vivere così presente nella grande letteratura del primo Novecento? Semplice! È diventato una donna!
Questa è la risposta che viene dalle pagine dell’ultimo romanzo dell’autore alsaziano, ma di origine italiana, Franco Tedesco (pseudonimo di Ercole Schulz), ancora poco conosciuto al grande pubblico nonostante le due precedenti prove d’autore come Verginità e Un’amica. Quest’ultimo lavoro, sicuramente il migliore dei tre, si apre con una lettera di un noto chirurgo plastico alla protagonista, Xenia Fantini, in cui il medico spiega alla paziente che il bisturi ha fatto miracoli ma che è ancora opportuno avere un occhio di riguardo per la quinta di seno nuova di zecca che ora si ritrova.
Dalla perenne insoddisfazione della donna per il suo décolleté parte il racconto vero e proprio, una sorta di elenco di impietosi fallimenti in tutti i campi: nei rapporti interpersonali (soprattutto negli innamoramenti), nella gestione di un piccolo patrimonio familiare, nello scontro quotidiano con la madre (che in punto di morte arriverà ad apostrofare la figlia come “zoccola”), nell’educazione dei figli e nella fedeltà coniugale. Fallimenti che però si tramutano sempre in una serie di inaspettati ed eclatanti successi. Così mentre la stima del lettore per il lato umano della protagonista sembra decadere di pagina in pagina, vediamo questa figura compiere inconsapevolmente un’irresistibile ascesa sociale che la porta in breve tempo a spaziare dai loft maleodoranti di pseudo papponi mascherati da talent scout (Xenia desidera fare l’attrice drammatica) alle fiction sulle tv nazionali, dalle cantine di vecchi e squallidi usurai di provincia alle poltrone di pelle dei consigli d’amministrazione di aziende del settore della pubblicità, dalle foto come ragazza immagine per i manifesti di un partito all’incarico di ministro della repubblica.
Ma proprio nell’inconsapevolezza di queste dinamiche da parte di Xenia, nella sua totale incapacità di gestirle o direzionarle, e nel suo infantile attribuire proprio alle sinuose e prosperose forme dei suoi seni le responsabilità tanto dei fallimenti quanto dei successi, il lettore si ritrova inaspettatamente alla fine a solidarizzare con la protagonista, ad amarla, a scoprire in lei una qualche dignità, una qualche innocenza che la contrassegna quasi come un polo positivo all’interno di un mondo che non ha alcun interesse a guardare oltre il fascino ipnotico di un paio di capezzoli ben scolpiti.

Leonardo Battisti

La metamorfosi di Pinocchio

Destandosi una mattina da sogni inquieti, Pinocchio si trovò tramutato, nel suo teatrino, in un bambino vero. Se ne stava appeso per il collo a una corda, spessa come un cappio, e per poco che sporgesse la testa poteva vedersi il ventre umido e palpitante, coperto di finissima peluria, oltre il quale faceva capolino un membro roseo e eretto come chi sta sull’attenti. Sotto i suoi occhi si dimenavano invano le due gambe, di una gracilità desolante se raffrontate alla loro robustezza precedente.
“Che cosa mi è accaduto?”, si domandò. Non stava affatto sognando. Il suo teatrino, un normale teatrino di marionette, anche se consumato dal tempo, era sempre lì quieto tra le tre ben note pareti. Sul proscenio, dove era spiegato alla rinfusa un campionario di costumi di scena appena rammendati (Pinocchio faceva il burattino), stava appeso il manifesto della sua ultima rappresentazione che il burattinaio aveva fatto realizzare qualche giorno prima da un cartaio e poi aveva messo in una graziosa cornice. Raffigurava un bambino vero con un berrettino e una casacca che, seduto su di un tavolo da lavoro con le spalle ben dritte, tendeva al padre un torsolo di pera.
Pinocchio volse lo sguardo verso la quarta parete, e la vista del magazzino buio (si vedevano appena gli altri burattini inerti inchiodati alle pareti circostanti) lo riempì di malinconia. “E se dormissi ancora un po’ e cercassi di dimenticare tutte queste sciocchezze?”, pensò, ma il suo proposito era assolutamente inattuabile: egli era infatti abituato a riposare appeso per il collo senza preoccuparsi di respirare, ma nello stato attuale gli era impossibile farne a meno. Per quanti sforzi facesse per allentarsi il nodo alla gola, le sue deboli dita non potevano nulla contro l’inesorabile logica del cappio. Ci provò almeno un centinaio di volte, tenendo chiusi gli occhi per risparmiarsi la vista di quel membro dritto tra le gambette scalcianti, e smise soltanto allorché cominciò ad avvertire alle braccia un bruciore insopportabile, mai provato in passato. “O mio Dio!”, pensò, “che mestiere faticoso mi sono scelto! Dovermi esibire tutti i giorni su questo palchetto… L’attività di burattino mi procura preoccupazioni molto maggiori che se lavorassi in proprio come burattinaio, e in più mi è imposta questa tortura della recitazione, con l’affanno per memorizzare le battute, le prove estenuanti, il sottoporsi a spettatori sempre diversi, sempre di passaggio e mai cordiali. All’inferno tutto quanto!”. Sentendo un lieve prurito al fondo schiena, si dondolò con tutto il corpo per poter raggiungere la parete posteriore; non approdando a nulla faticosamente torse la testa verso il punto che gli prudeva: era coperto da tante piaghe rosse che lui non sapeva spiegarsi; provò a toccarle con un tallone (non avendo liberi che i piedi), ma dovette ritrarlo immediatamente, perché a quel contatto provò un dolore lancinante. Si abbandono nuovamente alla posizione di prima.
“Queste levatacce”, pensò, “rendono completamente inebetiti. I burattini devono poter riposare quanto gli è necessario. E pensare che certi burattini fanno una vita simile a quella delle bambole di porcellana! Quando per esempio durante la mattinata mi capita di provare il copione per intero senza intervalli, quei burattini stanno adagiati su un mobile a godersi la propria fattura. Se mi comportassi io a quel modo con il mio padrone, verrei sbattuto fuori su due piedi. Chissà, d’altronde: per me sarebbe la soluzione migliore. Se non fosse il pensiero di mio padre a trattenermi, mi sarei licenziato già da un bel pezzo, sarei andato dal mio padrone e gli avrei detto senza mezzi termini quello che penso. Cose da fargli perdere di mano il bilancino. In fin dei conti è proprio assurda quella maniera di posizionarsi lassù e di controllare dall’alto un burattino che invece si fa carico del grosso del lavoro, dal momento che il padrone è un inguaribile scansafatiche. Comunque non tutte le speranze sono ancora perdute: non appena disporrò delle giuste conoscenze che mi liberino dalla sua tutela (potrebbe accadere già domani) lo farò assolutamente”.
Dopo un ultimo mugolio Pinocchio perse i sensi e non li riprese più: il cappio era troppo stretto per continuare a formulare inutili pensieri sulla sua attuale condizione e sulle prospettive future.

Giuseppe Mancini

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9 Responses to Let. In. 6

  1. vajmax scrive:

    In verità è svuotando se stessi che si fa perdere al mare le ragioni che motivano le sue onde a suscitare paura. La stessa libertà non sarà guadagnata attraverso la moltiplicazione dei propri limiti… Quel secchio, nel suo aver compreso la vacuità del mondo, non si offenderà dell’essersi preso del cretino.

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