Un ricamo e una preghiera /4

Benedetta Torchia Sonqua

[Ultima parte. La prima parte qui, la seconda qui e la terza qui]

Tornai in negozio la mattina dopo e gli occhi sotto il bancone s’erano moltiplicati. La seconda aveva perso già le croste, non come quella grande che, diceva Nino, era ancora tutta coperta e sembrava non le passasse più e la governante era tanto stufa. A quella donna baffuta avevano ordinato di rimanere ancora ferma a casa a guardare la bambina grande, e a lei, che non sapeva neanche leggere, lontana dalla fontana e dal mercato, il tempo sembrava non passasse mai. Con gli strilli ed i pianti dell’ultima nata e della sua balia che non sapeva più come calmarla. Alla governante, a lei, chiusa tra quattro pareti (belle per carità, perché la casa del signor Diego era bella) dopo due settimane anche una reggia sarebbe sembrata stretta al confronto con l’universo bello che nostro signore s’era inventato.

Dunque, in negozio, la governante ci aveva spedito anche la mediana, e così gli occhi erano diventati quattro. Avvicinandole il viso al viso notai che aveva ancora qualche piccolo segno vicino al sopracciglio e, rovistando nella borsa, cercai un piccolo vasetto che portavo sempre dietro per alleviare le punture che le spine sottili dei fichi d’india mi provocavano quando s’alzava il vento forte nei campi. Presi una punta piccola di crema bianca e le passai il polpastrello disegnando cerchi sul segno rosso che spiccava sulla pelle bianca, chiedendole se ancora le prudesse o le fosse passato il fastidio che le faceva aggrottare lo sguardo. Mi sembrava fosse passato perché si aprirono gli archi degli occhi e sorrise. Nino, nel frattempo, toccava il lavoro finito e ne saggiava i nodi. Alla fine, mi chiese se avessi avuto piacere a farlo vedere al padrone che era sempre alla ricerca di qualche lavoro ben fatto da vendere qui o altrove, addirittura nel continente. A casa, i miei si stavano facendo vecchi davvero e pensare di portare qualche soldo mi avrebbe fatto comodo, e tenermi occupata m’avrebbe levato via dagli sguardi delle zie che si chiedevano perché ancora non fossi sposata, e avere un lavoro tutto mio m’avrebbe fatto smettere per un po’ di dover aiutare le mie cugine che continuavano a lasciarmi i bambini senza volere che mi ci affezionassi. Non è sano, dicevano, che qualcuno si sostituisse alla figura materna, facendosi scudo di tutte queste teorie moderne. Ma erano solo gelose perché i bambini, poi, stavano bene e ogni volta che mi vedevano, poi, volevano fermarsi, o almeno venirmi in braccio. Tutti questi pensieri s’affollarono a quella proposta.

E, subito, mi sembrò una buona idea poter ricamare per lavoro e non per comprarmi l’affetto di chi me lo regalava di già; in fondo, i cassetti erano pieni di bavaglini e cuffiette. Mi vergognavo però ad andare a bussare a casa del padrone di Nino e non mi piaceva che venisse lui a casa con le paste. Soprattutto, avevo paura che le comari di Contrada Scaleri ancora mi accusassero di volermi accasare.

Chiesi a Nino se il giorno dopo avessi potuto portare, verso sera, tutti i miei lavori e se lui l’avesse potuti far vedere al padrone con calma. A Nino sembrò una buona idea.

Il pomeriggio successivo mi prese una strana euforia e allora pettinai i capelli e li raccolsi per bene dietro le orecchie. Infilai la gonna stirata e sciacquai bene le mani curandomi di limare le unghie e tagliare via le pellicine per non sembrare trascurata, non tirare fili o non lasciare impronte sui tessuti nuovi. E così m’avviai di nuovo verso la bottega. Mi sembrò di fare la sfilata, come le donne che si vedevano al cinematografo allestito d’estate dietro il muro della chiesa, e arrivai in fretta nella piazza, con la mia sporta piena di pizzi e merletti.

Entrai in bottega pronta a guardare di lato al bancone per scorgere due o quattro occhi, e invece ci trovai le scarpe della domenica del signor Diego. E, attaccate alle scarpe, le gambe nei pantaloni di gessato e dietro, attaccate, una coppia di manine che stropicciavano la stoffa. Mi venne spontaneo dire alla mia gemma di lasciar libere quelle righine del gessato, di lasciarle correre via libere, e lei rise. Si staccò dalle gambe del babbo chiedendomi se avessi nella borsa qualche altro pulcino ricamato e qualche altra favola. Pensai fosse il momento di tirar fuori i miei trini e appoggiai la borsa sul bancone, ma Diego, quello che sarebbe diventato il mio Diego, madonnina mia, aveva fretta e mi disse che non si sentiva tranquillo, che la governante s’era stufata e l’aveva lasciato da solo, madonnina mia, da solo con quella balia incapace e smunta e che, senza una donna in casa, una governante non è capace di far niente, che aveva lasciata la bambina più grande nel letto a saltare ancora piena di bolle e di croste della varicella e la seconda a farle da guardia e che, appena arrivato in bottega, subito, gli era sembrata un’idea folle aver lasciato le bambine con la balia smunta e incapace che non riusciva ad accudire neanche la più piccola. Continuava a ripetere che s’era allontano solo per venire a riprendere la terza gemma e che, quando era arrivato, Nino gli aveva detto che avrei potuta accompagnarla io a casa, la piccola, mentre lui si fermava a chiudere dei conti e poi davvero, prometteva, avrebbe visto con calma i miei lavori, che tutti avrebbero comprato. E tutto questo lo disse in fretta ma con garbo. Fermo ma gentile. S’era tolto il cappello e ci giocava guardandomi a tratti e sperando che potessi già dir di si. E a me sembrò un favore da niente, madonnina mia. Andare da tre bambine mentre il babbo era da un’altra parte e non poteva tener loro compagnia.

Alfonsina grazie, così disse Diego. E così presi la piccola per mano e mi feci condurre al portone e trovai la casa a soqquadro, madonnina mia, e la balia appena mi vide mi lanciò il fagottino che piangeva e piangeva e scappò via per la strada. E non mi sembrò bello che le bimbe vivessero così.

Gloria al Padre al figlio e allo Spirito Santo. Come era in principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli.

Soppesai il fagottino e poi cercai in cucina la farina di semola e mi accorsi che l’ultima nata non era più una neonata e che urlava per fame. Tirai fuori dalla borsa dei pezzetti di stoffa e li infilai sulla punta delle dita delle altre tre sorelle e le impegnai a fare il teatrino: così la più piccola, tra un gioco e una lacrima, mangiò la sua prima pappa. E il semolino con l’olio, invece del latte annacquato della balia smunta, l’acquietò finalmente e si mise a pancia sotto e così s’addormentò.

Feci il bagno a tutte e alla più grande che ancora non mi conosceva riempii la vasca per ultima, dopo aver messo a cuocere un pugno di riso che lasciai lì nell’acqua bollente per tutto il tempo che impiegai ad asciugare e pettinare le altre due. Quando fu il tempo, gettai l’amido nella vasca e, invece di strigliarla, le passai quel pugno di riso sfatto, delicatamente, lungo tutta la lunghezza delle braccia e delle gambe che ancora portavano i segni delle bolle. Subito mi disse che non sentiva più il prurito; che le sembrava di poter dormire tranquilla quella sera. Poi cambiammo le lenzuola, tutte insieme, e mi fecero vedere in quali armadi c’erano ancora i vestiti della mamma e in quale cassetto avrei trovato la biancheria pulita. E mi accorsi che ne era rimasta ben poca.

Quando Diego tornò le trovò già pronte per la notte, con le trecce composte, le camice da notte pulite e la pancia piena; lui si scusava di aver fatto tardi, la cena era già in tavola, la mia borsa piena di trini rimase chiusa e vicina alla porta e nessuno mai comprò i miei lavori.

Tornai il giorno dopo per fare il bagno di nuovo alla grande e per riempire il tempo delle più piccole con giochi fatti di ritagli di carta, di disegni, di racconti, di brodi vegetali. E continuai così. E mentre le bimbe dormivano io continuavo a recitare le ore medie e a ringraziare il signore mio dio per tutto quell’amore che m’era stato donato come il cielo aveva voluto e disposto per me.

Mio Dio, Ti amo con tutto il cuore, sopra ogni cosa, perché sei il Bene infinito e nostra eterna felicità. E per amor Tuo amo il prossimo come me stesso, e perdono le offese ricevute. Signore, che io Ti ami sempre più!

In chiesa, la domenica, le comari mi prendevano in giro e mi dicevano che ero stata brava a puntare il partito migliore di tutti, con la prole già bella e fatta, e che neanche i fianchi mi si sarebbero sformati. Con la scusa delle figliole da badare m’ero presa l’uomo migliore di tutti, quello con le botteghe e i commerci avviati, che mai avrebbe avuto problemi di soldi, che ci stava poco in casa e mai avrebbe avuto il tempo di battermi, che poteva permettersi la domestica e mai m’avrebbe rimproverato per le cose fatte male.

In realtà, a me, Diego sembrava solo un signore gentile, madonnina mia, e quando lo trovavo in casa ero un po’ intimorita a chiamarlo Diego e non signor Diego: mi venivano le guance un po’ rosse anche se ormai ero una donna grande d’età.

Con le comari mi schermivo scandalizzata, ma in fondo sorridevo pensando a quanto quelle bimbe mi piacessero e a quanto di più mi sarebbe piaciuto che fossero le mie bimbe. Ma mai madonnina mia ho pensato di sostituirmi alla mamma e sempre, sino ad oggi che ancora ho la forza di pregare, ho lasciato le fotografie di questa donna che ha dato la vita, a tutti quanti: alle bimbe di allora, al mio Diego che l’ha stretto per mano quando ancora di soldi ne aveva ben pochi e anche a me che m’ha fatto trovare tutto già pronto.

Quando Diego m’ha chiesto in sposa, ero già donna e, per educazione, non mi sono vestita di bianco anche se mi sarebbe piaciuto tanto, almeno una volta, dopo la prima comunione potermi vestire come la beata vergine. Andai da Nino per scegliere la veletta del cappello e una stoffa chiara chiara, color crema, e così mi sposai. E davvero non ci credeva più nessuno, soltanto Nino non smetteva di dire a voce alta: auguri signora Alfonsina, auguri signora Alfonsina.

E quella sera, invece di tornare a casa come avevo fatto sempre, diedi il bacio della buona notte alle bambine ed entrai in quella che è ancora oggi la mia camera da letto.

Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l’anima mia. Gesù, Giuseppe, Maria, assistetemi nell’ultima mia agonia. Gesù, Giuseppe, Maria, spiri in pace con voi l’anima mia.

E dopo nacquero due maschi e io non me l’aspettavo, e le comari dovettero assistere al battesimo di entrambi e cucii due vesti bellissime e si dovettero ricredere sulla storia che non mi sarei rovinata i fianchi perché di fatica, negli anni, ne ho avuta tanta. Tanta. Perché ho avuto prima quattro bambine, tutte insieme, e poi, di seguito, due maschi. Sei figli sono più delle dita in una mano e sono tanti anche se Diego è sempre stato un uomo per bene, madonnina mia. Ma un uomo come tutti gli altri. Con le sue esigenze, le sue assenze e le sue pretese.

Un uomo grato che m’ha voluto bene ma un uomo. E io, che pensavo che gli interessassero solo i commerci, mi sono dovuta ricredere perché le stoffe le sapeva riconoscere al tatto, appena ti accarezzava e, se una camicia da notte non frusciava come doveva, Diego ne regalava subito un’altra.

E vedi bene madonnina mia come tutto è andato sino ad oggi. Coi miei due maschi qui a ereditare i commerci e le botteghe del padre e le terre da curare e le case da gestire e le mogli da condurre agli altari e le mie bambine lontano. E quando si sono trasferite, e poi si sono sposate, le ho seguite per aiutarle coi figli neonati e poi bambini. E, per amore, andavo su e giù per l’Italia, io che fino a trent’anni non mi sono mossa da Santa Catarina.

E lo so che sono madre solo due volte su sei, lo so che di nipoti ne ho meno di quanti ne conto, ma lo stesso ora che la mia gemma preferita m’ha mandato in vacanza questo nipote mio, fallo tornare a casa stanotte, sano e salvo.

Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati…

Ti prego forte, come quando mi stringevo al petto le bambine mie per attutire il boato dei bombardamenti che distruggevano Caltanissetta. Forte allo stesso modo, madonnina mia. Con lo stesso amore.

Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami!

Ecco madonnina mia, il rumore delle chiavi nella porta. Entra nipote mio, prendimi in giro una volta di più perché passo il mio tempo a pregare. Entra e chiamami nonna, e che la madonna dell’Immacolata Concezione ci protegga e ci conduca tutti, oggi come allora. Ci prenda tutti per mano anche se non avremo avuto diritto a stare gli uni con gli altri e ci conduca sempre verso gli affetti più veri. E se tu lo chiami destino, poco importa. Adesso va’, vai a dormire, ché tra poco m’aspettano le lodi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: