Confessioni qualunque – 6

#6 – Corrado

di Nicola Feninno

Che resti tra noi.
Penso di essere il miglior suonatore di sax vivente al giorno d’oggi.

Certo, forse buttata lì così è un po’ esagerata. Diciamo che sono presumibilmente il miglior suonatore di sax vivente al giorno d’oggi.
Qui non stiamo parlando di tecnica. Si tratta di esperienze di vita. Si tratta di soffiare la vita dentro la fessura del beccuccio del sax: la musica è una conseguenza naturale. Le dita si allenano, ma se non hai vita non hai fiato da spingere dentro lo strumento.
Per questo ringrazio i miei genitori di non avermi forzato a suonare da piccolo. Magari sarei diventato uno di quei bambini prodigio, come le bambine cinesi che vengono obbligate a fare ginnastica tutti i giorni da quando hanno due anni e poi vincono le Olimpiadi a quindici anni, vengono dimenticate a ventitré e a trenta sono imbottite di antidepressivi, coi loro culi ingrassati incollati a qualche divano del nord della Cina.

Io ho iniziato a suonare il sax dopo il primo divorzio.
Una cosa consensuale, senza drammi: Sofia aveva dieci anni più di me. Nello studio dell’avvocato c’era un poster di John Coltrane. Il giorno dopo ho comprato un suo vinile: Giant Steps, del 1960; in copertina c’è John intento a soffiare con tutta la sua forza. L’ho ascoltato per l’intera giornata: ai tempi facevo l’agente immobiliare e – credetemi – mi sono scordato totalmente di presentarmi al lavoro. Dopo una settimana decisi che avrei suonato anch’io il sax. Comprai tutti i dischi di Coltrane – alcuni me li feci spedire dall’estero – e li consumai a furia di farci scorrere sopra la puntina del giradischi.
In quei mesi conobbi Annalisa, era più giovane di me di cinque anni; amava viaggiare ed era anche più ricca di me, e la cosa ai tempi mi mise in imbarazzo: ora semplicemente ne riderei. In fondo non me la passavo male neanche io, ero un giovane divorziato senza figli. Annalisa non imparò mai a cucinare, fu il suo unico vero difetto.

Ci fidanzammo dopo la prima uscita. Ci sposammo in comune – in chiesa non potevamo per il mio divorzio –, senza strascico bianco, senza chicchi di riso, senza famiglie piangenti: i miei erano morti e i suoi dicevano di non dare peso a queste cose, un po’ perché erano marxisti, un po’ perché erano affascinati da Woodstock e da tutti quei figli dei fiori.
Le ho chiesto di sposarmi nel modo più comune del mondo, al tavolo di un ristorante, con l’anello e tutto il resto. Ci amavamo, la banalità non ci faceva paura.
La mattina dopo la mia dichiarazione trovai il suo posto vuoto nel letto; tornò due ore dopo, con una custodia nera infiocchettata alla meglio in un nastro rosso: mi aveva comprato un sax. Passavo ore a lucidarlo: lo lucidavo e mi guardavo allo specchio, il beccuccio stretto tra le labbra, inclinando il collo un po’ indietro e un po’ a destra, che poi allo specchio sembra a sinistra.

Per il viaggio di nozze volammo a New York. Era la prima volta che prendevo un aereo, penso di averle stritolato una mano durante il decollo. Noleggiammo una macchina per scendere lungo la East Coast: Philadelphia, Washington, Atlanta, Macon, Jacksonville, poi finalmente New Orleans.
A New Orleans passavamo le notti nei jazz club, ci dimenticavamo persino di fare l’amore. Sentii per la prima volta il suono del sax dal vivo, iniziai a fumare e mi vergognai per la prima volta della mia pelle bianca. Una mattina mi cosparsi di fondotinta scuro: Annalisa era in doccia e quando uscì io ero a due passi dalla porta del bagno, completamente marrone, ad eccezione di un sorrisone bianco e del triangolo delle mutande; rise così tanto che dopo tre quarti d’ora facemmo l’amore.

Tornai dal viaggio di nozze con il minuscolo feto di mio figlio nella pancia atletica di mia moglie e con una voglia incontenibile di prendere le mie prime lezioni di sax.
Avevo deciso che non avrei mai soffiato dentro al beccuccio se prima non fossi stato in grado di produrre qualcosa di decente: certo, anche Coltrane deve pur avere iniziato in un qualche modo scoordinato, ma sicuramente non soffiando del tutto a caso.
Annalisa scoprì di essere incinta un mese e mezzo dopo il nostro ritorno dagli USA: nella regolarità infallibile del suo ciclo mestruale tre settimane e mezzo di ritardo erano più che un indizio. Comprammo il test di gravidanza, che ai tempi assomigliava molto al kit del piccolo chimico. L’esito era positivo: aspettavamo un figlio.
Promisi a me stesso che quando sarebbe nato mio figlio avrei smesso di fumare e avrei iniziato davvero con le lezioni di sax.

Fu al quarto mese che Annalisa abortì. Un aborto spontaneo. Il ginecologo disse che si trattava di un aborto interno: l’embrione era nell’utero di sua madre, con la cervice perfettamente chiusa e tutto il resto, ma il cuore non funzionava, niente battito cardiaco. Una cosa abbastanza comune.

Iniziammo a fare l’amore sempre meno, stavamo invecchiando. Iniziammo a viaggiare molto. Quando cadde il muro di Berlino eravamo lì, a pochi passi, infreddoliti dalla notte passata in macchina. Il muro si sbriciolava, era tutto semplice. Non si capiva come avesse fatto a rimanere in piedi per tutto quel tempo. Veniva giù rapidamente, con i tonfi più innocui del mondo. Forse fu il giorno più felice della mia vita. Desiderai mia moglie con un’intensità che non avevo mai provato. Era ancora bella. Piangemmo insieme per la Germania unita. Per il nostro figlio mai nato. Mentre cadeva il muro ci scrollavamo di dosso la polvere che soffocava le nostre vite. Ti accorgi che stai morendo solo quando rinasci per caso.
Tornammo a casa con due ragazzi di Torino che avevano una quindicina d’anni meno di noi e avevano bisogno di un passaggio. Parlai di John Coltrane per tutto il viaggio: era bello essere preso per il culo da mia moglie e dai due ragazzi per la mia fissazione.

La settimana dopo iniziai le lezioni di sax. Finalmente avevo abbastanza vita da soffiare in quel beccuccio che lucidavo tutti i giorni.
Il maestro era più giovane di me: mi fece iniziare col solfeggio; e tutto sommato il solfeggio non mi dispiaceva, ero abbastanza maturo per accettarne la necessità. Anzi, la noia dell’esercizio aveva un sapore familiare.

Un mese di solfeggio. Poi basta. Basta sax.

È stato come la fine di un amore. Per un po’ ho continuato a lucidarlo, a solfeggiare, a guardarmi allo specchio fingendo di suonare, a comprare metodi, dischi di John Coltrane, biografie di John Coltrane. Finì come i grandi amori: una lenta agonia.

Feci un corso di fotografia. Comprai una Canon. Poi una buona gamma di obiettivi. Uno zaino per tutto quell’armamentario. Un cavalletto. Due o tre tipi di flash.
Ho vinto diversi concorsi di fotografia, ho esposto foto in una dozzina di mostre in giro per l’Italia, poi ho iniziato coi reportage. Il primo è stato in Vietnam, Laos e Cambogia: due mesi, pagato dalla National Geographic Italia; Annalisa mi ha comprato un telefono satellitare, e io ho anche smesso di fumare dopo una settimana.
Gli anni seguenti sono stato in Algeria, Alaska e Perù. Oramai riuscivo a mantenermi solo con la fotografia. Annalisa è andata in pensione e ha iniziato ad accompagnarmi. Turchia, India del nord, Pakistan, abbiamo seguito un gruppo di escursionisti nel deserto del Gobi, poi un gruppo di giornalisti nella Russia caucasica. Io scattavo, Annalisa mi aiutava a riconoscere gli scatti migliori e a entrare in contatto con le popolazioni locali: io non avevo mai imparato né l’inglese né il francese. Siamo tornati anche a New Orleans per un servizio sul jazz. Il mio vecchio amore tornava a bussare per caso alla mia porta, e io lo accoglievo come un vecchio amico. Ho fotografato decine di sassofonisti, sorridendo al passato.
Annalisa era felice a New Orleans. Una sera ha raccontato a un ragazzo che suonava il contrabbasso di quando ero diventato tutto nero, tranne i denti e il triangolo delle mutande; il ragazzo mi ha chiesto se mi ero passato il fondotinta anche sulle piante dei piedi. Abbiamo riso come degli ossessi.

Mia moglie è morta tre anni fa. Saremmo dovuti partire per l’Indonesia. L’ho trovata con la testa abbandonata sull’asse da stiro, sembrava essersi addormentata. Un ictus.
Ho venduto la nostra casa e ho comprato un appartamento più piccolo in una zona tranquilla.
Ho ritrovato il sax. Ho ritrovato quel vecchio amore: c’era ancora il fuoco sotto la cenere degli anni. Ho perso qualche preziosa diottria a guardare decine di dvd del vecchio Coltrane.

Ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio… questo l’ha detto Coltrane, nel 1962. Io quell’errore non l’avevo fatto. Il beccuccio del mio sax l’avevo solo lucidato, non ci avevo mai soffiato dentro. Niente d’imposto, niente di stonato.

Ho portato il sax qui con me in ospedale, perché ora sono pronto. Ho un tumore al fegato, ma non m’importa: sono vecchio, mia moglie è morta.
Il punto è che so che mi resta poco, che sto per morire. E questa consapevolezza è un dono immenso. Adesso ho tutta la mia vita da soffiare nella fessura. Ho tutto il dolore del mondo. Il dolore che non ha nessuna immagine contro cui scagliarsi per provare a distrarsi un po’, nessuna parola a cui non credere.

Che resti tra noi. Quando si è vecchi i tumori avanzano lentamente, come tutto il resto. Ho tutto quello che mi serve: sarò il migliore suonatore di sax vivente, al giorno d’oggi.

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