Confessioni qualunque – 8

#8 – Vittorio

di Nicola Feninno

Che resti tra noi.
La nebbia di novembre mi fa sentire bene.

Esco a piedi, la patente me l’hanno ritirata tre mesi fa. Ma meglio così, non m’interessa averla indietro, la patente. Passeggio nella nebbia fino al Sandy; è chiuso solo il martedì. Dicono che la pianura fa schifo, che novembre fa schifo, che la provincia di Reggio fa schifo, che il Sandy è uno schifo di bar. Io dico che al Sandy c’è sempre qualcuno che ti saluta.

C’è Robertobaggio che viene tutte le sere, tranne che nel weekend: lo chiamano così da quella volta che ha raccontato di tutte le stradine che si fa ogni notte per dribblare gli sbirri quando esce ubriaco dal Sandy. Lo chiamano tutti Robertobaggio e anche se è un nome lungo nessuno lo abbrevia, secondo me perché suona proprio bene, così, in tutta la sua lunghezza. La moglie di Robertobaggio lavora a Milano, in una multinazionale, dev’essere una specie di manager di una casa farmaceutica, e torna a Reggio il sabato: per questo lui non c’è mai al bar nel weekend.

Al Sandy la birra è buona, la spillano bene, lasciano lo strato giusto di schiuma e costa quanto dovrebbe costare una birra. Poi alla terza media ti regalano un gadget della Warsteiner. Il record è di Sergino: cinque gadget della Warsteiner in una sola sera, per colpa della suocera, morta il giorno prima. Al terzo gadget era un fiume di lacrime, piangeva, beveva e brindava alla memoria della povera vecchia senza smettere di piangere. Il record precedente era sempre di Sergino: quattro gadget perché diceva che per poco non divorziava con la moglie per colpa della vecchia succhiapalle della suocera. La chiamava così: vecchia succhiapalle. Ma la verità era che le voleva bene.

L’altro ieri è venuto al Sandy un gruppo di ragazzini. Avranno avuto sedici o diciassette anni e si sono sbronzati come disperati. Quella sera ho bevuto solo una rossa: mi capita che bevo poco quando penso intensamente. Pensavo ai ragazzini, cioè pensavo a come i ragazzini potevano vederci. Alla fine della rossa ho smesso di girarci intorno: ci vedono sicuramente come dei falliti. Per loro Jimmy è un fallito, perché è sbronzo e continua a sistemarsi il cappellino della Juventus e ha più di cinquant’anni e brinda con loro che sono solo dei ragazzini che lo prendono per il culo. Per me Jimmy ha trentotto anni, anche se ne dimostra più di una cinquantina. Per me Jimmy stava per andare a vivere a Roma, con la sua donna, dieci anni fa, aveva messo da parte un gruzzoletto ma poi sua madre è caduta mentre era al mercato, una caduta del cazzo, però dev’essersi schiacciata qualche vena o qualcosa del genere. Mesi di ospedale e niente da fare: sua madre può alzarsi dal letto solo un paio d’ore al giorno, e deve farlo per forza altrimenti le caviglie le si gonfiano come due gommoni. Jimmy ha deciso di non lasciare la madre, la sua donna ha deciso di lasciare lui. Adesso lavora quattro ore nella macelleria di un supermercato, il pomeriggio sta con sua madre, la sera viene qua e beve. Penso che non riesca a prendere sonno se non è sbronzo.

Forse siamo dei falliti – hanno ragione i ragazzini – però c’è tutto un groviglio di scelte e inerzia e caso e destino che non ha niente a che fare coi ragazzini. Loro giocano col computer e quando perdi basta che spegni e riaccendi.

Erano in undici: come una squadra di calcio. Mi sono immaginato una sfida: gli undici ragazzini del Pischellos Drinking Team, contro di noi, la Gloriosa Compagine dei Falliti del Sandy. In porta abbiamo Enzo, che è un bel po’ alto e che d’inverno non si toglie mai i guanti; dice che gli dà fastidio il freddo del bicchiere perché ha le estremità sensibili. Giochiamo con quattro uomini in difesa, senza sbilanciarci troppo: siamo una squadra di provincia. In mezzo schieriamo i fratelli Mangone, rissosi, di quelli che non tolgono mai il piede se c’è un contrasto. Sulle fasce servono cuore e polmoni, quella è gente che deve correre per tutto il campo; così sulla destra noi abbiamo Sergino, che lo conoscete già, e a sinistra il Pinetti, che fa il giardiniere e ha due polmoni che potrebbero fare da impianto di ventilazione per una palazzina: quando beve non smette mai di parlare; qui tutti si ricordano la sua tirata sull’azoto e su come entra nei terreni e poi nell’acqua e nell’aria e di come gli alberi subiscono il pallosissimo ciclo dell’azoto come dimostrava qualche sua assurda scoperta su certe maledette cortecce d’acero. Il Pinetti ha cinque figli con tre mogli diverse, dice di odiare i negri perché ci rubano il lavoro, ci portano la tubercolosi e tutte quelle palle lì; in realtà mi hanno detto che lavora con un senegalese con le treccine – certo fa il burbero il Pinetti – ma gli spiega tutto alla perfezione al senegalese, come fosse il figlio che deve rilevare la sua attività: cuore e polmoni, perfetto per la fascia.

A centrocampo invece serve un’amalgama di muscoli e cervello. Il cervello ce lo mette il ragionier Tortorella: è in pensione, è uno di quelli che inizia a bere presto e va a letto presto, beve solo Vecchia Romagna, è uno affidabile. Per i muscoli abbiamo il Pierpa, il tipico ciccione che però corre anche, quello a cui piace fare le battute e magari tu gli dai una pacca sulle spalle e magari pure tu sei ubriaco e magari gliela tiri un po’ più forte questa pacca e quello, ecco, subito cambia espressione, e si mette in faccia l’espressione del toro che si sente preso per il culo.

Sulle ali ci serve il bel gioco, serve gente che ha i numeri. E il Sancio di numeri ne ha da vendere. Centodieci e lode alla laurea, quella di tre anni, centodieci e lode alla laurea specialistica, concorso per l’insegnamento passato al primo colpo. Il posto l’ha trovato subito anche se tutti dicevano che era impossibile perché siamo nella merda, e invece lui l’ha trovato, e un posto fisso per di più, a tempo indeterminato, professore di scienze alla scuola media, una scuola privata qui a una ventina di chilometri. Poi al quarto mese di lavoro un ragazzino disegna un pisello su un foglio di carta e glielo attacca alla schiena. Lui se ne accorge dopo mezz’ora, deve fare una sfuriata a tutta la classe, deve dire che non sarebbe uscito nessuno finché il colpevole non avesse confessato, deve intimorire, farsi rispettare, crede nella forza del carisma, bastone e carota, deve cercare di urlare ma senza perdere il controllo, deve fare tutto questo ma poi sta per iniziare a urlare e gli si rompe la voce, la gola è una palude di saliva – cazzo davanti a dei ragazzini brufolosi! – sente un torrente incontenibile che prorompe da qualche parte nello stomaco, e scoppia a piangere, una specie di crisi isterica, come se non piangesse dai tempi del liceo, e forse era davvero così. La classe scoppia a ridere, lui punta la porta, vuole andare in bagno, rovescia il registro. Da quel giorno non è più andato a scuola, è andato dal medico che è un suo amico e gli ha fatto un certificato che dice che è malato e ha bisogno di riposo per qualche mese, la scuola ha capito tutto e ha smesso di pagarlo, lui non ha detto niente; qui al Sandy è quello che ha provato tutti gli amari, non puoi mai sapere cosa prenderà: è quella curiosità di chi ha studiato.

La nostra ala sinistra è Luchino, uno di quei coglioni che dice che a destra non ci sta mai. Una sera ha detto che si fa anche le seghe con la sinistra, e sembrava serio. Luchino è il più giovane della squadra, venticinque anni. Venticinque anni ed è già a marcire al Sandy, direbbero i ragazzini del Pischellos Drinking Team. Io sono convinto che sia speciale, sapete, una di quelle persone che hanno quella specie di scintilla in fondo agli occhi, che magari parlano delle solite stronzate di cui parlano tutti, eppure quando tornate a casa vi ricordate solo di quello che dicevano loro, gli scintillanti. Luchino beve coi soldi dei suoi genitori, gli piace il cognac, ai suoi fa credere di andare ancora all’università, gli dice che fa la specialistica. Per la triennale che non ha mai fatto ha organizzato addirittura una finta festa di laurea per i parenti. È questo il problema degli scintillanti: sono speciali anche quando fanno le boiate. E poi secondo me hanno tutti il demonio dell’autodistruzione nascosto in qualche piega dell’anima. Quando si accorgono del maledetto demonio è finita, ci si affezionano con tutte le forze. E tutta ‘sta cosa i ragazzini mica la possono capire, loro le pieghe nell’anima non ce le hanno ancora. Luchino suona il contrabbasso, ogni tanto lo porta anche al Sandy: qui tutti ricordano ancora un epico concerto insieme ai due fratelli Mangone che suonavano due trombe che chissà dove avevano trovato. Comunque Luchino il contrabbasso lo suona da dio. I suoi sono ricchi, sono i becchini del paese e hanno una sede anche a Reggio. Ma lui il becchino col cazzo che lo fa – ci dice sempre – però neanche studia un cazzo e si beve i soldi dei suoi – gli diciamo noi – e quando gli hanno proposto di suonare due volte a settimana in un locale di Bologna lui ha detto che col cazzo che si fa tutta quella strada per fare da spalla a qualche finto jazzista fallito della Romagna. E quelli l’avrebbero pagato per suonare. Luchino è il tipico giocatore che se gioca bene lui vinci la partita e se gioca male rompe incredibilmente le palle a tutta la squadra; ma io lo schiererei comunque a occhi chiusi, gli serve fiducia. Poi davanti c’è Robertobaggio, quello delle stradine: lo schiero trequartista dietro l’unica punta dell’Antica Compagine Falliti del Sandy, che sono io.

Io sono il tipico attaccante che il golletto te lo butta sempre dentro, il tipico attaccante che nelle grandi occasioni fa sempre schifo.

Che resti tra noi, è per questo che gioco in una squadretta di provincia. E so che per una squadra così sono perfetto. E mi piace anche, come mi piace la nebbia che rende gialle le luci delle macchine sulla strada e l’odore di viscera del Sandy. Solo che avrei avuto le potenzialità per fare il grande salto. Che poi i ragazzini penseranno che ognuno di noi falliti dice di sé la stessa cosa.

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