Confessioni qualunque extended – 1

[Da oggi Confessioni qualunque, la rubrica curata dai ragazzi di In Abiti Succinti, si apre anche ai lettori. Si inizia con un racconto di Alessandro Boni. Confessatevi! E poi inviateci i vostri racconti!]

extended #1
Ariele

di Alessandro Boni

Che resti tra noi, Dio non esiste.
E non pensate che io abbia letto Nietzsche o robe del genere, la mia è un’affermazione presuntuosa dettata da una certa evidenza, diciamo matematica. Non mi riferisco nemmeno a cose lampanti, come ingiustizie insopportabili quali guerre, fame e violenze varie che, si dice, non sarebbero possibili se Dio ci fosse. Del resto i teologi per secoli ci hanno spiegato che il male nel mondo sostanzialmente è il frutto del libero arbitrio che è stato donato all’uomo. Libero arbitrio che, da una certa prospettiva, può essere considerato una sorta di divina punizione per la creatura prediletta da Dio che, prima che un serpente strisciante l’indusse a peccare, in quanto eletta albergava placida e innocente nel paradiso terrestre.
Ok, mi sta bene, ci posso anche credere, non ho argomenti per controbattere a questa bella visione delle cose ma veniamo al nocciolo personale e borioso della mia constatazione.
Quando ero bambino, per la gioia dei parenti tutti, avrei voluto fare il prete. La mia è sempre stata una famiglia molto religiosa ma a me fondamentalmente piaceva come si vestivano i sacerdoti. La camicia grigia, il rigido colletto bianco in bella vista e i pantaloni sempre stirati con la riga in mezzo. Mi solleticava anche la prospettiva di stare tutto il giorno all’oratorio, giocare con i ragazzi, mangiare i dolcetti gommosi del bar e, in ultimo, dire Messa, il meno possibile però, non per avversione al rito ma per paura. Sono sempre stato una frana a parlare in pubblico oltre che timido. Chiaro che questa era una visione fanciullesca di un ruolo decisamente diverso e complesso, ma a dieci anni io la pensavo così.
Nonostante la tenera età già mi rendevo conto che mi mancava una certa sensibilità, non riuscivo ad apprezzare il contatto con il divino. Mi piaceva il contorno materiale ma il lato spirituale, pur affascinante, non lo digerivo. Mi era stato insegnato a pregare, a trovare conforto nell’orazione, ma io non sono mai riuscito a trovare alcunché di consolatorio nel ripetere, come fossero una nenia, parole di invocazione a Dio e dintorni. Anzi ridacchiavo pure nel dire benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù: io pensavo alle tette. Forse per colpa del Drive in che nella mia fanciullezza impazzava nelle reti televisive private, quelle del biscione, che poi è lo stesso essere strisciante del paradiso terreste. Poi, piano piano, non ho più esplicitamente dichiarato il mio intento di diventare prete, lo tenevo dentro per me finché anche chi mi stava intorno se ne è dimenticato. Non osavo dire alla mia mamma e al mio papà che avevo cambiato idea, pensavo di deluderli.
Quello che proprio non mi tornava era l’apparente muto dialogo col divino. Io lo pregavo, avanzavo senza vergogna le mie richieste, gli confidavo le mie speranze ma non ricevevo nessuna risposta, nessun segno. Mai.
Per risolvere un dubbio o un problema mi dava più conforto parlare con amici o con i genitori dai quali ricevevo sempre dei consigli piuttosto che delegare a un essere divino, invisibile, intangibile e per di più muto o, se vogliamo darci una speranza, afono. Forse non mi capiva perché io non ho mai parlato la sua lingua, ma mi hanno sempre insegnato che lui è onnisciente, quindi non poteva essere ignorante. Qui c’era sotto qualcos’altro.
Crescendo ho provato a ribaltare la questione, invece di vedere Dio come padre buono a cui affidarsi senza peraltro ottenere alcun riscontro, ho fatto come tanti adolescenti sono soliti fare. Ho messo il divino nelle condizioni di essere lui stesso la causa dei problemi del mondo e, in particolare, di quelli miei personali. Così ho iniziato a sostituire le lodi delle preghiere con una serie infinita di bestemmie. Ogni giorno ne inventavo una nuova. Terapia che da un lato mi faceva sentire parte di un gruppo e dall’altro mi faceva perdere, agli occhi della comunità parrocchiale, lo status di bravo ragazzo.
Io non ero cambiato, cercavo solo delle risposte.
Il punto rimaneva sempre un altro. Anche in questo caso la mia ricerca di un segno del divino non mi aveva portato da nessuna parte. Bestemmiare non risolveva i miei problemi di dialogo con il Signore, non rimediava ai pessimi voti in latino, né alle multe prese per il motorino truccato.
Insultare Dio o imprecare dicendo un banalissimo cazzo era la stessa cosa, ovvero un piccolo sfogo liberatorio temporaneo che non risolveva né il problema né l’assenza di dialogo con il Signore. L’unico conforto che ne ricavai fu che arrivai a pensare che Dio non doveva essere permaloso, pur rimanendo afono.
Tenendo conto che io credevo nel Signore, per rispondere al perché non ricevessi mai nessun segno da parte sua provai a risolvere la questione in maniera matematica visto che con la fede e la provocazione non arrivai da nessuna parte. Tirai le somme e, ragionando per assurdo, mi dissi che se Dio fosse esistito veramente avrebbe dovuto rispondere alle mie costanti preghiere e reagire alle mie originali bestemmie, ma non avendo mai ottenuto nessuna manifestazione divina, nemmeno un grazie, dedussi che il dio in questione non poteva esistere.
Ma che resti tra noi, io in matematica ero abbonato al quattro.


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6 Responses to Confessioni qualunque extended – 1

  1. maria grazia scrive:

    mi piace un sacco…

  2. gianluca scrive:

    Due monaci pregano senza sosta, uno è corrucciato, l’altro sorride.
    Il primo domanda: “Com’è possibile che io viva nell’angoscia e tu nella gioia se entrambi preghiamo per lo stesso numero di ore?”
    L’altro risponde: “Perchè tu preghi sempre per chiedere e io prego solo per ringraziare.”

    🙂

  3. maria grazia scrive:

    sempre più interessante…

  4. Alessandro scrive:

    Ecco dopo la scoperta del Cern di Ginevra della “particella di Dio”, possiamo dire che Dio c’è…rimangono doverose le verifiche sulla validità della scoperta!

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