Songster, cosmografia di un vagabondo

Riportiamo un breve estratto del romanzo Songster, cosmografia di un vagabondo (Controluce, 2012) di Alessandro Angeli, un racconto sulla condizione degli afroamericani, le radici della musica nera e l’importanza di una tradizione orale che si contrappone all’avvento della modernità.

Dicono che si inizi a morire quando non si prova più gusto a vivere e solo l’abitudine continua a farci andare avanti, per Ruth era invece tutto il contrario, lei nonostante vedesse solo buio e morte intorno, voleva vivere eccome. Dell’adolescente timida e insicura non c’era più traccia, adesso Ruth era una donna che non temeva più niente. Con tutta probabilità fu proprio la sua condizione di madre a darle quell’incredibile forza.
Più volte prima di partire alla ricerca di Abel mi chiese se sapessi dove era diretto, mi scongiurò di darle anche  solo il minimo indizio e quando le confidai che non ne avevo la più pallida idea lei non batté ciglio. Insistetti perché si fermasse qualche altro giorno, era molto stanca e nello stato in cui si trovava aveva bisogno di riposo, le dissi che una volta ristabilitasi avremmo cercato Abel insieme, ma lei non mi stette a sentire.
“Promettimi solo che se saprete qualcosa me lo farete sapere”.
“Te lo prometto”.
“Bene, questo è l’indirizzo dove potete trovarmi o scrivermi. Adesso devo andare”.
E porgendomi il foglietto si voltò verso la porta.
Quella donna aveva una determinazione del diavolo, non doveva essere solo l’amore a muoverla, ormai per lei trovare Abel era diventata una questione di vita o di morte. Di donne così anche allora non se ne vedevano facilmente. Ruth Gardimer dedicò l’intera vita perché il figlio che portava in pancia vedesse suo padre.
Confesso che questo suo modo di fare mi smosse qualcosa nello stomaco e cominciai a pensare seriamente che avrei voluto darle una mano. Ma trovare qualcuno che all’improvviso si è dissolto nel nulla non è una cosa facile. Da dove avrei dovuto cominciare? Ne parlai con Etan e lui provò a dissuadermi. “E cosa vorresti fare, bussare alle porte di tutta l’America?”
Il discorso finì lì e nei giorni che seguirono mi ero quasi scordato dell’intera faccenda, poi qualche settimana dopo Etan tornò dalla stazione di benzina e disse che qualcuno gli aveva parlato di Abel. Era un viaggiatore di Detroit che frequentava i locali notturni, aveva già visto suonare Abel de Titus ed era capace di ricordarsi la sua voce a memoria; qualche settimana prima quel tizio era entrato in un locale a San Francisco e aveva visto Abel esibirsi con la sua chitarra. Quando dissi a Etan che sarei partito per la California lui scoppiò a ridere.
“Di’, ti sei rincretinito per caso? Come pensi di arrivarci in California? E poi a quest’ora quella testa calda potrebbe essere ovunque”.
Non gli detti ascolto e qualche giorno dopo presi le mie cose e mi misi in viaggio.
(pp. 39-40)

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