Voi, onesti farabutti

Esce a settembre, per la collana “molecole” di Caratterimobili, il nuovo romanzo di Simone Ghelli intitolato Voi, onesti farabutti, che è la storia di un dialogo incompiuto fra generazioni: quella che ha fatto la Resistenza e la generazione attuale, precaria, apparentemente condannata a dover assistere al crollo del proprio paese senza poter intervenire. Riportiamo qui l’incipit del racconto inedito Farabutto di uno scrittore, che verrà inviato in omaggio, sia in versione digitale che cartacea, ai lettori che prenoteranno in anticipo il libro. Qui trovate le informazioni su come fare.

E infatti sì, non è che potesse andare poi tanto diversamente: perché la scrittura arriva sempre dopo, dovevo saperlo che viene troppo in ritardo, e cinque anni non sono affatto pochi.
Tanto ha resistito, Nello; ed io lì con la penna sotto al naso, a riempir di baffi d’inchiostro dappertutto.
«Ma devo ripetertelo ancora?»
E io che insistevo, che bisognava risentire e analizzare quel passaggio: «Avanti, daccapo!»
Cinque anni, tutte le domeniche, non son pochi davvero. Si stava lì, su quel divano dal tessuto con la decorazione a fiori, e davanti a noi il tavolino di vetro col centrotavola fatto all’uncinetto. Ci stavamo comodi, e ancor di più col Marsala nel bicchierino di vetro e gli amaretti nel piatto. Ogni domenica il lavoro sembrava aumentare anziché alleggerirsi, e per questo dovevo riprendere i fili, intrecciarli, e soprattutto ripetere i nomi: Carlone, Caterina, il Bencini, Mariano, Paolina, Braciola, Panetto…
«Ma questi Braciola e Panetto, proprio non ti ricordi com’è che si chiamavano?»
«Si chiamavano così perché erano due buone forchette».
«Sì, va bene, ma il nome vero?»
Niente, non c’era verso di farglielo ricordare. A ripensarci adesso, mi sembra soltanto d’aver perso tempo, d’essermi impantanato tra i dettagli per alimentare il tarlo del realismo. E intanto mi perdevo il meglio: le tagliatelle fatte a mano dalla Fiammetta, ad esempio, che poi condiva abbondantemente di ragù.
«Suvvia, le assaggi, che ci son dentro anche i fegatelli!»
«No, la ringrazio, ne approfitto per far due passi».
E ritornavo che la tavola era bella che sparecchiata, e la televisione che parlava in un angolo: pretendeva di raccontare della realtà anch’essa, della vita della gente comune.
Se mi chiedevano dov’ero stato, rispondevo sempre allo stesso modo: «Camminare mi aiuta a pensare, e poi ho sempre la speranza che il caso mi porti a incontrare uno di questi Braciola o Panetto».
«Ma chi lo sa, magari saranno anche morti».

3 Responses to Voi, onesti farabutti

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