Confessioni qualunque extended – 2

[Confessioni qualunque, la rubrica curata dai ragazzi di In Abiti Succinti, si apre anche ai lettori. Questa settimana un racconto di Arturo Dalì. Confessatevi anche voi! E poi inviateci i vostri racconti, le vostre confessioni più nascoste!]

extended #2
Peppino

di Arturo Dalì

Che resti tra noi.
Certe volte non ho scelta.

L’occasione spesso è un attimo, e se ti sfugge, addio. Non è che puoi stare a ragionarci, bisogna farsi trovare pronti. Stamattina ero al supermercato, un euro e trenta in tasca e fame e caldo e debolezza e ho pesato due susine e una banana mentre infilavo nella borsa due banane e una susina. Volevo rubare pure una birra, ma ho notato un tipo che mi seguiva; l’ho osservato meglio, sembrava mettere nel cestino prodotti a casaccio. Era vestito troppo bene, però; quelli della sicurezza non portano la giacca né la catena d’oro al collo, ma era meglio non rischiare e filare. Quello però mi a seguiva a distanza e mi fissava. Così, quando ho poggiato la frutta sul rullo, mentre ricontavo l’euro e trenta, mi si è accostato come per dirmi qualcosa all’orecchio, e vi giuro, allora ho pensato davvero che si trattasse di uno della sicurezza. Già immaginavo le solite rotture, paternali e minacce di quando ti beccano. E invece il tipo mi ha sussurrato: “Lascia, pago io. Anzi, se vuoi un po’ di soldi posso aiutarti. Aspettami, ti offro una cosa al bar”. Avrei dovuto capirlo subito, e invece l’ho seguito, mi ha offerto un panino e una birra grande e poi sono andato a casa con lui. Arrivati nel suo appartamento ha poggiato la busta della spesa accanto alla porta d’ingresso, si è tolto la giacca e ha detto: “Vieni”. L’ho seguito. Mi ha poggiato la mano sul culo. L’ho guardato dritto negli occhi, i patti erano chiari: ha capito. Si è tolto la camicia e si è sbottonato i pantaloni. Allora, per un attimo, ho pensato che stessi facendo una cazzata. Non l’avevo mai fatto prima. Ma cinquanta euro, sapete com’è.

Mi ha fatto schifo, non mi fate raccontare, vi prego. Ma il lavoro è lavoro. E la disperazione fa fare cose orribili. Ho fatto parecchie cazzate nella mia vita. Per dire, non so se sia peggio il pompino di stamattina o una rapina. Ho fatto una rapina una volta. Si trattava, manco a dirlo, di un periodaccio. Ero a rischio sfratto e non sapevo dove trovare i soldi. Le avevo provate tutte: nessuno mi offriva uno straccio di lavoro. Ero disperato. Mi è bastato il motorino: per non destare sospetti l’ho parcheggiato all’uscita del parco per fare il giro dell’isolato. Un casco: l’ho messo mentre mi avvicinavo alla cassa. Prima di entrare avevo messo una maglietta rossa sopra quella che indossavo. Un taglierino: l’ho tirato fuori quando la ragazza ha aperto il cassettino e ho prelevato i soldi in cassa. Venivo dal reparto birre: m’ero affrettato a prendere una lattina del tipo più economico. Invece di pagare, i soldi li ho presi. Ma erano pochi. Allora ho puntato la lama contro di lei e ho detto: “L’altra cassa, apri l’altra cassa e non succede niente. Veloce”. Era diventata una statua di gesso. In quel momento un altro ragazzo con la divisa si avvicinava a noi, aveva le mani alzate, diceva qualcosa ma non capivo, tremavo, temevo l’imprevisto. Ma il ragazzo si è avvicinato all’altra cassa e l’ha aperta, allontanandosi immediatamente. Ho preso tutto e sono scappato. Mentre correvo attraversando il parco mi sono strappato di dosso la maglietta rossa e l’ho lasciata in un cassonetto, una volta sul motorino mi sono sentito al sicuro. Ho guidato senza meta per un tempo senza tempo, saranno state sei ore. Troppa adrenalina, ho capito allora che le rapine non facevano per me. E non ci sono più ricascato. Qualche tempo dopo poi mi hanno sfrattato, da allora vivo alla Fabbrica Occupata.

È sempre un colpo di fortuna che ti permette di svoltare. Un mese fa ce l’ho fatta grazie a un portafogli rubato a una signora. L’avevo appena aiutata a caricare la spesa in macchina. Ha detto: “Vado a prendere l’euro del carrello”. E ha lasciato il portafogli sopra la borsa, in vista. Non potevo perdere l’attimo. Ho acciuffato il portafogli e sono scappato. Faccio sempre affari, dentro e fuori i supermercati.

Una volta ci ho pure lavorato, in un supermercato. Possiamo dire che quello è stato l’unico lavoro cosiddetto normale. È durato sei mesi, poi mi hanno fatto licenziare. È stato allora che ho capito che il lavoro è una fregatura, che tu devi sgobbare e soffrire mentre altri ingrassano. Detesto le disuguaglianze, le ingiustizie e le prepotenze. Cercavo di difendermi dallo sfruttamento. Ma sono stati più furbi di me e mi hanno beccato. Il motivo del licenziamento? Avevo escogitato tre metodi sicuri per prelevare in cassa senza far risultare l’ammanco. Alzavo sessanta-settanta euro a turno. Non facevo male a nessuno. I figli della strada, quando possono, devono prendere ai padroni una parte di quello che i padroni sottraggono ai lavoratori. Quando mi hanno beccato le proposte sono state due: firmare le dimissioni o essere denunciato alla polizia. Qualsiasi persona sana di mente, al mio posto, avrebbe firmato le dimissioni. E infatti le firmai. Non ho più avuto un contratto. Per sfangarla devo sempre inventarmi qualcosa. Per fortuna la città è grande e si riesce. In centro, in tre ore, si riescono a rimediare i due pacchetti di sigarette per la giornata. Le sigarette prima di tutto.

Spesso, grazie ai vizi degli altri, sono riuscito a soddisfare i miei bisogni. Come quando volevo andare a un rave vicino Berlino. Quel pomeriggio ero al parco e cercavo l’idea. A un certo punto, quando ero quasi scoraggiato, ecco arrivare Ace. Mi propose una storia di mdma. A casa misi da parte polvere per farmi sei-sette volte e tagliai la restante roba con l’aulin. Riuscii a pagarmi tutto.

Resti tra noi, non vuol essere un lamento, ma vivere così non è sempre una passeggiata. Ho fatto anche quattro giorni di digiuno, una volta. E poi devi stare attento. Farti i cazzi tuoi. Non fare incazzare né i buoni né gli stronzi. Io mi muovo nel cono d’ombra tra i bravi e i cattivi, tra i vincitori e i vinti. Cosa credete, non lo vorrei un lavoro pulito? Credete che non ci ho provato? Credete che sia facile o divertente essere figlio della strada? I padroni non vogliono avere a che fare con noi, ci temono, ci fiutano a chilometri di distanza e fanno di tutto per evitarci. Non è colpa loro, sono fatti così. Ai padroni non piacciono i figli della strada.

Ma che resti tra noi.
I figli della strada, ai padroni, li odiano.

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