Fiori nella pattumiera

di Riccardo Fraddosio

Si può nascere nella Dopostoria, fra macerie di grandi imprese e narrazioni epiche. Ne sono prova le nostre esistenze. “Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta” ha scritto Pasolini. Se è così siamo tutti mostri. Mostruosa è ogni cosa che ci circonda.

Percorro il corridoio d’asfalto di Corso Francia, mi infilo nelle arterie grasse della Roma bene. Al mio lato sfilano i cartelloni pubblicitari, i corpi delle modelle che l’uomo medio desidera e che non avrà mai. Le marche, i negozi, le macchine. I semafori si alternano fra rosso e verde. Tutto – mi dico – tutto è pattume.

Dall’Unità d’Italia a oggi il numero degli abitanti di Roma è cresciuto di quattordici volte. Ma questa città non è che uno sputo. Londra supera i sette milioni di abitanti. San Paolo ne ha più di undici. Eravamo altrove quando ci hanno murati vivi qui dentro. Abbiamo lasciato fuori il sogno.

Adesso che siamo già oltre il pensiero.
Adesso che vegliamo alla luce del consumo.
Adesso che viviamo un’impersonale coazione a ripetere, possiamo iniziare a guardare.

Al mio fianco compare ciò che rimane del campo nomadi di via del Baiardo, il suo scheletro scomposto. In seguito all’omicidio della signora Reggiani, centrosinistra e centrodestra hanno decantato legalità e ordine a danno degli zingari. Le indagini hanno accertato che l’assassino Mailat era romeno, non rom. Ma la verità è ormai uno spettro che vola via lontano. Tutto è interpretazione. Tutto è scambiabile con tutto. Tutto appartiene alla legge dell’ignoranza.
Il risultato è che dal 2008 a oggi ci sono stati diversi sgomberi. A via del Baiardo nell’ultimo anno se ne contano tre. L’ultimo risale al 27 febbraio scorso.

Accosto la macchina. Cammino verso gli uomini del passato. Eccolo qui, ciò che rimane di un’umanità antica. Il campo nomadi. Questa civiltà incivile che non capiamo. L’avamposto della resistenza estrema all’impero del consumo.
Fra noi e loro la frattura non è ricomponibile. La conciliazione dialettica è uno spettro dei tempi andati. Noi siamo postumi, viviamo un tempo eternato. Loro rimangono al di qua della nostra storia.
Reclusi da un lato. Esclusi dall’altro.

Trovo un video su youtube che immortala lo sgombero del 2008. Dopo quella volta i nomadi sono tornati e torneranno ancora. Uno degli utenti commenta: “Rom di merda bisogna bruciarli vivi”. Un altro aggiunge: “Che culo essere oggetto della moda dei borghesi di sinistra che si fa bella con la paternale sugli zingari”.
Qualche anno fa mi sarei sentito chiamato in causa, quando pensavo alla sinistra e alla borghesia come a cose reali. Ma da anni il borgo si è esteso, si è dilatato e ha tracimato verso le campagne come un oceano grigio impregnato di asfalto e benzina. Si è trascinato dietro la borghesia, la sinistra, la destra. Si è portato via tutto.
Siamo fiori nella pattumiera, schiavi dell’acquisto compulsivo e del godimento coatto. Depressi, frustrati, imbottiti di immagini pornografiche. Vincent Cassel decanta il manifesto della filosofia dell’ipercapitalismo: “Il lusso è un diritto”. Eccolo il nostro mantra. L’immagine irraggiungibile e ingannevole. L’oscuro oggetto del desiderio. I frustrati si consolano con il cinepanettone. Oppure osservano i filmati dello sgombero. Voyeurismo sadico, il cui contraltare è l’esibizionismo dei partecipanti del Grande Fratello. Guardatemi, esisto. Esisto anche io.
No, invece. Non esisti.

Allo sgombero del 30 maggio è seguito quello del 23 giugno 2011. Resta da capire se siano previsti nuovi alloggi per gli sfrattati. A maggio i nuclei familiari in attesa di una nuova collocazione sono stati smembrati, gli uomini separati da donne e bambini.
Una prima risposta arriva il 15 settembre. A parlare è il vicesindaco di Roma, Sveva Belviso, famosa per la realizzazione di un cimitero destinato agli ovuli fecondati in vitro e non utilizzati perché in eccesso.
“La popolazione nomade avente diritto, residente nell’insediamento – dichiara Belviso a Roma Capitale News – sarà ricollocata nei villaggi autorizzati della Capitale, dove si potrà vivere in dignità e decoro, nel rispetto delle norme, con diritti e doveri da rispettare e da condividere con l’amministrazione”.
Dopo il cimitero dei bambini mai nati, i villaggi per gli esseri umani mai esistiti.

Il piano della Giunta è deportare i nomadi di via del Baiardo nel campo La Barbuta, che si estende tra il X municipio e Ciampino. Una zona più periferica, lontana dai ricchi di Roma Nord. Lontano dalla pista ciclabile e dai locali gaudenti di Ponte Milvio.
A Roma negli ultimi due anni e mezzo ci sono stati 420 sgomberi. La Marmora. Casilino 900. Casal Bruciato. Sono solo alcuni esempi, si potrebbe continuare a lungo. Secondo diverse testimonianze le azioni sono avvenute senza il doveroso preavviso di ventiquattro ore. I beni dei nomadi sono stati distrutti. I bambini hanno perso giorni di scuola. Inoltre il mega-campo La Barbuta, che dovrebbe accogliere gli sfrattati, non è stato ancora ampliato e al momento non è idoneo a ospitare gli sfrattati.

Ma gli sgomberi di Tor di Quinto hanno una storia particolare. Dietro le azioni di via del Baiardo non c’è solo l’intenzione di produrre consenso con una demagogia razzista. Ci sono motivi economici che rendono comprensibile l’interessamento della Giunta di centrodestra: la costruzione di una grande Cittadella Sportiva lungo tutta via del Baiardo. Un’iniziativa che riqualificherebbe la zona anche a vantaggio dei numerosi club sportivi privati: di quelli già esistenti e di quelli che si potrebbero costruire dopo la cacciata degli zingari.
Si tratta di trasformare la sofferenza in profitto. Alchimie di un’orrida Italietta.

A spiegarlo è il Presidente del XX municipio, Gianni Giacomini: “Lo sgombero del 30 maggio – dice a Paese Sera – è stato reso necessario dal fatto che l’area deve essere recuperata per ospitare la cittadella dello sport”.

Il 27 febbraio scorso c’è stato l’ultimo sgombero. Sono state abbattute una dozzina di baracche e allontanate circa sessanta persone, molte le donne e i bambini. L’organizzazione internazionale European Roma Rights Centre ha già inviato una lettera ad Alemanno per chiedere la fine della violazione dei diritti umani. Amnesty International ha raccolto oltre venticinquemila firme per fermare questi interventi. Ma sarà dura. I soldi e lo sport sono i due idoli sacri degli italiani, la nostra religione segreta. I simulacri che più intrattengono i rinchiusi.

È così che si esaurisce l’ultima sacca di opposizione all’Impero del Pattume.
È così che un mondo inalterato da secoli crolla sotto i colpi dell’Indifferenza.
È così che viene abbattuto tutto quel che rimane fuori dal Palazzo di Cristallo.

La contraddizione che la comunità rom rappresenta in Italia sarà risolta con lo stupro di una cultura che si intestardisce a non esalare l’ultimo respiro. Quando succederà forse applaudiremo. Forse non ci faremo caso.
Ci sarà chi starà guardando una partita di pallone. Chi starà facendo shopping.
Ci staremo dicendo che il lusso è un diritto. Che il lusso è la vita autentica. Che la vita è solo qui dentro.

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12 Responses to Fiori nella pattumiera

  1. P.F says:

    Un analisi tremendamente lucida di quanta sofferenza e ingiustizia si cela dietro all’individualismo edonistico del nostro secolo. complimenti all’autore!

  2. Il lusso corrompe sempre: corrompe chi lo ha perché gli conferisce l’impunità (almeno presunta), e chi non lo ha perché lo acceca col desiderio di averlo – o qualcosa del genere.

  3. gianluca says:

    Victrix causa deis placuit, sed victa Fraddosi. Bel testo. Non sapevo nulla di questa storia. Mi ha fatto accapponare la pelle.

    PS: è inutile che fai finta di non essere un tifoso sfegatato di calcio 🙂

  4. Irma says:

    Complimenti all’autore che oggi ci ha regalato un altro splendido scritto. A metà tra cronaca e letteratura. Si parla di Zingari con dignità e rispetto. Non si è mai fatto, sono sempre o vittime o immondizia.

  5. riccardofraddosio says:

    Ci tengo a ringraziare Claudia B. e Nicola F. per i preziosi suggerimenti

  6. Un testo drammaticamente esatto. Si coglie la dimensione in cui questa società del “non ricordo” della “aStoria” ci sta riducendo. La patina lucida di “nullità” sembra, però, ora avviarsi ad essere lacerata dalla crisi economica. Non si tratterà più “solo” di minoranze azzerate dalla”metaignoranza” della nostra peggiore inciviltà. Si tratterà di vederci anche noi “fuori” come loro, i rom. Saremo fuori da questo “dentro” superficiosamente sadico. Dobbiamo imporci una strada nuova, lontana da qualsiasi masochismo e nichilismo. Riscoprire la nostra profonda umanità come vero collante della società. Questo tuo nuovo modo di raccontare il presente, oltre ad essere straordinariamente bello (letterario e filisofico), è l’unico per riaffermare il nostro essere uomini tra gli uomini: Continua, per favore.
    Arturo Pasini

  7. ignazio says:

    Bravo l’autore che fa vibrare le corde dell’indignazione. Una condanna a tutto tondo dove tutti sono colpevoli, l’uomo per primo.

  8. Piero Friuli Pasetti says:

    Un testo emozionante non meno che “esatto”.
    ” Cose” dette in modo nuovo.
    Un nuovo modo di interpetare la cronaca, superando i limiti imposti alla parola dalla dittatura delle “immagini” e dal cronacismo spiccio e superficiale di certe tv (incluse le on web)

  9. EdoardoP says:

    Una lettura che ti da veramente molto da riflettere, sia per la “storia” in se ma sopratutto perchè ti fa vedere un elemento cosi delicato della nostra società da un ottica che non vedresti mai,nonostante sia una realtà che tutti conosciamo ma che ci fa scomodo ricordare.
    Complimenti!

  10. Giuliana says:

    Ottimo articolo che racconta egregiamente una delle tante vergogne italiane.
    Bravo Fraddosio!

  11. Peppe says:

    Veramente interessante. Un nuovo modo di comunicare.

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