Let. In. 11

[Diventa anche tu uno scrittore inesistente su Scrittori precari: invia i tuoi Let. In., seguendo queste istruzioni, a carlo.sperduti84@gmail.com. I migliori saranno inseriti nelle prossime puntate della rubrica]

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
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DEL CIBO

La cognizione del sapore

Carlo Egidio Pappa stampò a proprie spese il libello all’inizio del secolo scorso, con l’intento dichiarato di compilare una lista di ricette immangiabili.
Carlo Emilio Gadda, anni dopo, prese spunto dal titolo dell’opera dopo aver personalmente realizzato e assaggiato un buon numero delle ricette ivi illustrate. Per effetto di detta operazione non poté far altro che sostituire “dolore” a “sapore”. Alcune fonti autorevoli sostengono, fra l’altro, che Gadda pensasse a uno di quegli esperimenti quando ebbe per la prima volta l’idea del Pasticciaccio brutto.

Carlo Sperduti

Il moralismo di Ed Abbòtt

Davvero insolito il caso di Fatlandia di Ed Abbòt (o meglio, Abbòt Ed), un libro passato inosservato, dimenticato, quasi rimosso e poi esploso come successo editoriale dell’anno. Un successo certamente legato allo scandalo provocato dalla morte del suo autore. Come è noto, Ed Abbòt e stato stroncato da un prevedibile infarto. Fin qui tutto normale. L’autopsia eseguita da una squadra di esperti ha stabilito che la morte sarebbe stata evitabile se i soccorsi avessero fatto in tempo. Anche qui tutto normale. Ho usato di proposito la formula “avessero fatto in tempo” piuttosto che la più comune “fossero arrivati in tempo”, è infatti proprio qui il problema. Dopo pochi minuti dalla chiamata al pronto soccorso le sirene dell’autoambulanza si spensero di fronte al civico 732 bis di Percy Road e i paramedici furono di un balzo sul corpo del moribondo. Caricato di peso su due barelle si accorsero con terrore che non sarebbero passati dalla porta della camera da letto. Ed Abbòt pesava ormai circa tre quintali ed era più largo che lungo, come le figure geometriche del suo Fatlandia. In breve partì una nuova chiamata, questa volta ai pompieri, che furono anche più svelti dell’autoambulanza. A forza di picconate buttarono giù l’intera parete della stanza che per fortuna dava direttamente sul giardino di casa Abbòt. L’autoambulanza parcheggiò a marcia indietro e quasi entrò in camera da letto. Paramedici e pompieri, non senza fatica, issarono Ed Abbòt sull’autoambulanza che con il muso all’insù partì alla volta dell’ospedale.
Questo inconveniente fu fatale per il celebre scrittore. Dopo la sua morte sciagurata, nel corso di sette edizioni, tre milioni di lettori divorarono le centoventisette pagine di Fatlandia. Si fece subito il film, diretto da Ron Howard, e un’edizione speciale corredata dagli schizzi dello stesso autore.
Abbòt scrisse Fatlandia quando aveva appena venticinque anni e pesava settanta chili. Immaginò un mondo a tre dimensioni, in cui quella della larghezza supera di tre o quattro volte quella dell’altezza. La sua intenzione era quella di dimostrare che un mondo siffatto fosse invivibile. Da quel moralista che era e che è sempre stato, voleva avvertire l’umanità del pericolo nascosto dietro un consumo esagerato di cibo e lo aveva fatto attraverso questo libricino, che con una logica di ferro descrive un mondo fatto di figure geometriche grasse. Data questa seconda dimensione esagerata e sproporzionata tutte le leggi della geometria piana e solida vengono meno e risultano inapplicabili. Le figure geometriche perdono la nettezza delle loro forme e tutte eccedono in deformanti rotondità. Così il quadrato costruito sull’ipotenusa non può servire più al teorema di Pitagora perché dondola come una culla sul lato incurvato del triangolo. Determinare lo stesso perimetro di una qualsiasi figura risulta impossibile perché i suoi confini non sono più riconoscibili e variano in continuazione. Per conoscere le esatte dimensioni di una figura bisogna misurarla millimetro per millimetro e dopo un lavoro certosino e disumano è molto probabile che sia cambiato qualcosa e che bisogni ricominciare daccapo. Non esistono forme generiche, né è possibile costituire degli insiemi di figure perché le caratteristiche comuni non sono più individuabili. Ogni figura è unica e irripetibile e non è associabile a un’altra. I nomi comuni di animali e cose sono aboliti perché non trovano alcun riscontro. Un triangolo potrebbe essere anche un quadrato e una sfera un cubo. Per cui l’unico modo per indicare un oggetto è chiamarlo per nome. Nome proprio, con la lettera maiuscola.
Che cosa voleva denunciare Ed Abbòt nel suo Fatlandia? La difficoltà nello stabilire rapporti umani in un mondo di grassi? La perdita della concezione di senso della misura? Forse la debolezza di Fatlandia sta proprio nel suo considerare esclusivamente le problematiche sociali legate a una deriva nel consumo di cibo, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze sulla salute. E la morte di Abbòt ne è probabilmente una conferma.
Personalmente, non mi sento di poter giustificare il successo di questo libro con le sue qualità letterarie. È senz’altro da sottolineare positivamente il rigore delle descrizioni di Abbòt, che ha costruito un mondo tanto fantastico quanto realistico e credibile. Fatlandia è anche un libro scritto molto bene, privo delle spavalderie goliardiche di cui si fregiano spesso i giovani, e anzi molto misurato, essenziale ed estremamente chiaro. La penna dello scrittore procede senza singhiozzi, senza aggiungere alcun orpello poetico, senza abusare di termini ricercati e a malapena citati nel vocabolario. Una scrittura piana, dalle notevoli capacità descrittive, che riesce a nascondere la sua presenza e far prevalere il piacere del raccontare. Fatlandia si legge d’un fiato, rapisce il lettore e si imprime nel ricordo. Non lo giudico però un buon libro. Non ho mai amato il moralismo né le prediche e Fatlandia in sostanza è una predica. Alza il dito contro un vizio e come un padre premuroso ci avverte del pericolo che tale vizio comporta. Non amo gli artisti che vogliono cambiare il mondo e se i venticinque anni dell’Abbòt di Fatlandia non pesano sullo stile di scrittura, gravano come una roccia proprio nell’immaturità di voler indicare la strada giusta. Preferisco di gran lunga l’uomo di tre quintali che muore perseverando nel suo vizio.
Il successo di questo libro è legato, come detto in precedenza, alla morte dell’autore. Facile chiamare in causa l’ironia della sorte o una specie di predestinazione. Io, con un sorriso appena accennato, mi sento di ricordare un proverbio: «Segui quello che il prete dice, non quello che il prete fa», ma ciò mi disgusta.

Matteo Porretta

L’uovo senza qualità

Cosa accade a un ragazzo di campagna nel momento in cui si trasferisce in città e non vuole rinunciare ai sapori cui è abituato sin dall’infanzia?
Un caso di questo tipo, tra i più estremi, è argomento de L’uovo senza qualità, misterioso romanzo anonimo che sta spopolando in rete e che ogni giorno conquista nuove schiere di lettori, i quali si sono immedesimati a tal punto nel protagonista da aver già fondato numerosi fan club e blog dedicati a quello che è considerato da molti una delle opere letterarie che lasceranno un segno profondo nel ventunesimo secolo.
Il protagonista si trova sin da subito a disagio nell’ambientarsi con la realtà della metropoli, disagio che diventa fonte di vero e proprio sgomento nel momento in cui si accingerà a preparare un piatto di carbonara, la sua ricetta preferita: scoprirà sin dalla prima forchettata che le uova acquistate nei supermercati non hanno nulla a che fare con quelle che avevano fatto la sua felicità sino a quel momento.
Psicologicamente fragile, il ragazzo si lascerà inghiottire da un tunnel depressivo dal quale non sarà più in grado di uscire nonostante gli sforzi amorevoli di Camilla, la sua fidanzata, che si arrenderà infine all’evidenza dell’irresolubilità del problema e arriverà, in un eccesso d’empatia, a seguire l’innamorato nell’atto estremo.

Carlo Sperduti

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