Confessioni qualunque – 10

[Ricordiamo ai lettori che Confessioni qualunque, la rubrica curata dai ragazzi di In Abiti Succinti, è aperta a chi voglia scrivere una confessione. Fatelo anche voi! Svisceratevi! E poi inviate i vostri racconti.]

#10 – Noemi

di Linda Caglioni

Che resti tra noi.
Se Dio esiste, dev’essere per forza un pittore. Uno di quei personaggi trasandati, che diffonde la sua arte agli angoli delle strade affamate, con i riccioli unti, incollati alla fronte, consumati dal sonno e dalla troppa libertà.

Deve starsene lì, sotto un portico, a sperare che il berretto accanto al suo cane impegnato a sedurre passanti sia pieno di preghiere, a fine giornata.
E alcuni suoi quadri lo meritano davvero un berretto che strabordi di preghiere: sono miracoli, medicine per gli occhi. Altri quadri, invece, non meritano che bestemmie. Sono noiosi, sbavati nei contorni, frutto di un lampo di ispirazione bruciato troppo in fretta. Sono finiti con indolenza, perché il Dio del nostro Dio probabilmente gli ha insegnato che è peccato abortire un quadro, che ognuno di loro merita una sua conclusione, un posto nel mondo.

Ecco, io sono uno di quei quadri: io sono un quadro svogliato. Anche i miei parenti sembrano pensarlo. Riesco a leggerglielo negli occhi, ogni volta che mi guardano, ogni volta che mi passano il sale e per sbaglio si soffermano un secondo di più sul mio viso stonato. L’ho capito con certezza il giorno in cui mi sono accorta che le mie sorelle maggiori hanno un loro album personale, riposto sulla loro personale mensola. Le mie foto invece sono sparse tra altre foto disordinate, ammassate senza criterio in quelle scatole impolverate che uno quando cerca non trova mai, perché “Sì sì l’ho vista, ma non mi ricordo dove”. Non sono in una fase critica del mio sviluppo, queste stronzate non mi riguardano, credetemi. Sono sempre stata una ragazza intelligente, ho iniziato ad ascoltare De André quando avevo 15 anni e mezzo. Semplicemente faccio schifo. A me e agli altri.

Quando sono sul pullman, quando parlo con gli sconosciuti, quando sono in classe, sento il loro sguardo appollaiarsi sui miei difetti. Mi sembra che non possano vedere altro e io impazzisco, arrossisco mentre cerco di trovare l’angolazione, l’espressione che li nasconda il più possibile. La mia faccia è schiacciata, gli occhi strabordano. Evito anche di mettermi di profilo, per far notare meno il naso che sembra crescere di giorno in giorno, come un cucciolo che ingrassa abbuffandosi del mio disprezzo. Col corpo non mi è andata meglio: il mio seno non esiste. Sono piatta, sì, completamente piatta, per la precisione sono una piatta che odia le piatte che parlano di quanto sia impegnativo e svantaggioso un bel paio di tette vistose. “Quando sarai vecchia almeno non cadranno!”. Quando sarai vecchia nessuno vorrà più scoparti, il pensiero di infilarsi dentro le pieghe gualcite della tua carne molle farà afflosciare perfino un vibratore. Io non ho nemmeno la consolazione di rientrare in quella categoria che… “Sì è un cesso, ma hai visto che bocce?”. In compenso ho un neo, gigante, tra il collo e il mento. È invadente. E peloso. Da piccola ho tentato di togliermelo con delle forbici, mi sono chiusa nel bagno di casa appena tornata da scuola. Non sopportavo più che la maestra Anna almeno una volta al mese mi accusasse di essere sporca di cioccolato e tentasse di sfregar via quell’errore con un fazzoletto in cui aveva sputacchiato. Non sopportavo i compagni che sghignazzando ribadivano il mio soprannome: ‘NEOmi’.

Quella fu la prima volta che usai le forbici a fini estetici. La seconda è stata qualche ora fa. Sullo splendido e radioso viso della mia migliore amica. Nel mio letto, mentre dormiva, sotto il poster di De André, quello dove tiene gli occhi bassi, fissi sulla chitarra. Non mi ricordo come sia successo. Forse le ho tagliato la punta del naso; forse un pezzo di carne del labbro superiore. Se lo storceva tutto, quel labbro carnoso, quando qualcosa di troppo pastoso le rimaneva incastrato tra i denti in fondo, e con la lingua cercava di toglierselo. Perfino in quella smorfia riusciva ad essere terribilmente incantevole.
Forse non l’ho fatto.

Da piccola ero convinta che i poster appesi alla parete della mia stanza si divertissero a osservarmi mentre ero distratta e tornassero a guardare altrove non appena li controllavo. Ero convinta che di notte, mentre dormivo, chiacchierassero tra di loro, che parlassero dei miei segreti, di quello che mi avevano visto fare di nascosto in quella stanza. Di quella volta in cui ho fatto la pipì nel letto, a 12 anni. Del braccialetto che avevo rotto a mia sorella e che avevo nascosto sotto l’armadio. Non li ho mai beccati, ma quando li staccavo dalla parete avevo l’impressione di seppellire per sempre le loro voci.
Con De André però è stato diverso.

È stato discreto, ha tenuto gli occhi bassi. So che ha visto tutta la scena, ma non racconterà il mio segreto. Non mi giudica, mi capisce. E anche se all’inizio sarà un po’ difficile, anche la mia migliore amica, una volta sveglia, capirà e mi ringrazierà per averle regalato una simile dimostrazione. Questo problema ci si stava conficcando nella pelle, creando sempre più distanza. Certo, non ce lo siamo mai dette esplicitamente, ma quei ragazzi passarono, in tre, sul motorino, e gridarono uno di quei complimenti pesanti, e poi specificarono che “No, non te, te sei un cesso, fai cagare”, poi scoppiarono a ridere, e noi anche scoppiamo in una fragorosa risata che sapeva solo d’imbarazzo. Il macigno di silenzio dopo quella scenetta ci pesò addosso come un obeso maledetto che vuol giocare su un’altalena troppo fragile per sopportare il suo lardo. Ringraziavo dentro di me le urla dei bambini, nelle case lì intorno, che facendo casino rendevano il silenzio meno severo.

Ho il sangue sulle dita. Il suo sangue. È splendido, forse profuma anche, mi pare. Scintilla. Fa risaltare la cascata bionda dei suoi capelli che penzolano svogliati dal letto, e toccano terra. È un fiume biondo che si tuffa in un mare tiepido. Lo vedo muoversi, quel mare, elegante e coordinato, le insenature del pavimento sono la sua pista da ballo. Si separa in piccoli rivoletti, poi si riunisce con ordine agli angoli di tre o quattro piastrelle. Forse sono cinque o sei, le piastrelle. Forse non l’ho fatto.

Avanza verso di me. Penso che magari vuole abbracciarmi, dev’essere per mostrarmi la sua gratitudine. Quindi ha capito che l’ho fatto per noi.

Comunque sia, che la cosa resti tra noi. Cioè che resti tra noi e De André, che tanto parla solo di notte.

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