La donna che contava le ore

di Claudia Boscolo

Da qualche tempo Lizzy era ossessionata dallo scorrere delle ore, dei giorni, delle settimane, calcolava il tempo che le rimaneva da vivere escluse malattie terminali, pensava alle cose che non aveva fatto e a quelle che non avrebbe più potuto fare per limiti fisici, alle opportunità che aveva avuto da giovane e aveva sprecato indegnamente e voleva sbattere la testa contro il muro. Guardava i bambini giocare da dietro le finestre e li invidiava per quello che avevano e che lei non aveva più, l’infanzia, l’elasticità muscolare, la pelle giovane, la vita tutta intera da vivere. Sprofondava nella malinconia.

Trascorse sette anni sul divano a contare le ore aspettando che passassero e pensando che anche se si fosse inventata un modo per sopravvivere al presente, questo sarebbe stata, una sopravvissuta, niente di più. Smise di fare qualunque cosa, dall’attività sportiva alla lettura, gli amici le telefonavano ma lei non rispondeva, e così perse tutte le amicizie, perse tutto, dimagrì, divenne povera e sola. Ma non ci faceva caso, il suo pensiero fisso era lo scorrere delle ore e come evitare di riempirle. Pensava agli altri e gli facevano pena, sempre a riempire le ore con le loro attività inutili. Cosa hai fatto oggi? Ho lavorato, ho fatto spese, ho guardato un film al cinema, sono stato all’aperitivo, in palestra, in vacanza… La gente la faceva impazzire! Sempre in movimento, sempre annoiata, sempre in cerca di cose da fare. Per questo Lizzy smise di rispondere al telefono, non sopportava gli inviti, non sopportava le chiacchiere, non voleva fare assolutamente più niente, solo contare le ore.

Allo scoccare dell’ottavo anno Lizzy si accorse di essere vecchia. I capelli erano imbiancati, il corpo aveva perso la sua forma, non aveva coltivato la memoria e la memoria la stava lasciando. Cercò l’agenda con i numeri di telefono, ma non ricordava dove l’avesse messa prima di sprofondare nella sua vita fatta di ore senza tempo. Voleva telefonare a un suo amico, ma non ricordava come si chiamasse, il telefono d’altronde era lui stesso invecchiato, la compagnia telefonica dopo molte lettere di sollecito le aveva rescisso il contratto. Non aveva mai risposto neppure alle ingiunzioni di pagamento, per scoprire che non accade assolutamente nulla se qualcuno non paga la bolletta del telefono. Pensava nei momenti di lucidità che qualcuno avrebbe suonato alla porta e che le avrebbero pignorato i mobili, invece la compagnia telefonica fu chiusa per bancarotta fraudolenta e delle sue insolvenze non si seppe più nulla. Ne dedusse che quando ti arriva un’ingiunzione basta aspettare che la compagnia fallisca. Si comportò allo stesso modo con le altre utenze: non si fece mai vivo nessuno. Le tagliarono gas, luce e acqua, ma non fu sufficiente per farla smuovere dal divano e dal suo pensiero ossessivo delle ore che passavano. Al principio veniva ad aiutarla in casa una signora che però a un certo punto pretese di essere pagata, o per lo meno assunta. Era per il permesso di soggiorno, per dio! Ma Lizzy rimase indifferente, e la signora smise di venire, non prima di averla coperta di insulti. È giusto così, si disse lei, ognuno difende quello che gli sembra importante. A dire il vero la signora era tornata un paio di volte per curiosità, ma alla fine, come tutti gli amici, si arrese. Lizzy stava immobile sul divano, nulla poteva smuoverla da quella posizione.

Una nipote prese ad andare una volta alla settimana, inizialmente spinta da sua madre: «Vai a vedere che fa la zia, che non sta mica bene,» ma poi la nipote iniziò ad andarci senza che le venisse ordinato, perché trovava quella persona stupefacente. Pagò le bollette, le riallacciò le utenze, andava lì e cercava di scambiare due parole, la zia era gentile ma poco reattiva. La nipote riordinava ma in realtà tutto ero immobile in quella casa ad eccezione della polvere, poca anche quella. Le portava vassoietti di carta stagnola riempiti di vivande dalla mamma, glieli metteva sul tavolo, le diceva: «Zia, guarda che ti ho portato il pasticcio, la bistecchina di pollo, non lo vuoi un po’ di purè?»
«No, grazie, non voglio niente. Non ho volontà,» era la risposta, sempre uguale.

Dopo qualche mese che la ragazza spazzava un po’ in giro, faceva partire una lavatrice con pochissimi panni, apriva un po’ la finestra per arieggiare, poi si sedeva sempre sulla stessa poltrona e si metteva a guardarla finché la lavatrice non finiva, poi andava di là a stendere, ogni settimana gli stessi gesti, un giorno le disse: «Zia, io mi laureo, ti interessa?»
«Come no, cara, sei proprio brava, anche se non ti servirà a niente, ma dovevi farlo e lo hai fatto. Hai fatto bene».
«Ma non ci vieni alla mia laurea? E se mi sposo non ci vieni al mio matrimonio?»
«Poi vediamo, cara, però fai bene a sposarti, sono felice per te».
«Non ho detto che mi sposo, ho detto se mi sposo non vieni?»
«Che tu ti sposi o non ti sposi non fa differenza, ti voglio bene lo stesso».
La nipote ci aveva rinunciato, però una domanda prima o poi gliela voleva fare, ma attese ancora.

Allo scoccare dell’ottavo anno, mentre Lizzy cercava l’agenda entrò la nipote e la trovò in piedi. Pensò che fosse giunto il momento di porle quella domanda che aveva rimandato, visto il subitaneo cambiamento.
«Zia, hai mai avuto pulsioni sessuali?»
«Certo cara, un tempo avevo una vita sessuale molto frizzante, ora non direi, ma non si sa mai nella vita».
Non si sa mai nella vita, questa era proprio bella. Come fa una che ha contato le ore per sette anni a dire che non si sa mai nella vita?
«Zia, ma tu non eri quella che aveva perso la speranza?»
«No cara, questo lo dice quella scema di tua madre. Io al momento ho perso solo l’agenda».
Rimaneva da capire cosa volesse fare la zia con l’agenda. La ragazza si offrì di aiutarla, frugarono per qualche ora e alla fine emerse dal fondo di un cassetto che era rimasto chiuso per tutto quel tempo.
«Zia, se vuoi chiamare ti presto il mio transfer».
«Il che?»
«È successo qualcosa mentre tu contavi le ore, sai?»
«Fa’ vedere».
La zia prese in mano un coso rettangolare molto piatto e leggero, nero. Lo girò da una parte e dall’altra ma tutto sembrava tranne che un telefono.
«Che ci faccio con questo?»
«Dettami il numero».
«3498471XXX».
«Accidenti, ma è il vecchio sistema numerico cellulare!»
«Che ne so io, cara, l’ultima chiamata l’ho fatta con questo».
«Senti, dimmi chi vuoi chiamare che cerco di rintracciare l’utente. C’è un sistema di conversione interno».
«Devo chiamare un mio amico».
«Se non mi dici nome e cognome il sistema non riconosce l’utente».
«Tante storie e ancora state ai nomi e cognomi! E chi si ricorda, io so solo il soprannome che gli avevamo dato a scuola».
«Allora ha un nick, come fa?»
«Spock, sai quel personaggio di quella serie, ma tanto non ti ricordi».
«Quello di Star Trek?»
«Sì, proprio quello!»
«Fico, molto vintage».
La ragazza sfiorò varie volte con la punta dell’indice il rettangolo nero e infine esultò: «Eccolo! Nick: Spock, corrisponde a: Germano Vitruvi».
«Lui! Lui! Come hai fatto? Dammi qua!»
«Aspetta che sfioro il codice e te lo passo».
Il rettangolo nero si illuminò lievemente, la ragazza estrasse un auricolare senza filo da un taschino dei jeans e lo passò a Lizzy.
«Sai, per la privacy. Si mette così».
Glielo posò sull’orecchio. All’improvviso lo sguardo di Lizzy si illuminò.
«Spock, sei tu?»
La ragazza si allontanò per lasciarla sola durante la conversazione, e andò in bagno a far partire la lavatrice, come al solito. Si trattenne un po’ più a lungo, per permettere alla zia di parlare con il suo vecchio amico senza sentirsi impacciata dalla sua presenza.
Quando ritornò in soggiorno non la trovò. La cercò in camera, in cucina, nello studio, aprì la porta per vedere se fosse uscita, ma non c’era neppure fuori. Era sparita.
Aveva lasciato il transfer sul tavolino del soggiorno e la ragazza chiamò l’ultimo utente contattato, Spock.
«Signor Vitruvi, sono la nipote di Lizzy».
«Troppo tardi, cara ragazza, la zia è andata».
«Dove?»
«L’ho mandata nel 1968, me lo ha chiesto lei».
«Vuole dire che mia zia negli ultimi sette anni aspettava di andare nel ’68?»
«Sì, gliel’ho promesso quando l’agenzia mi ha dato l’incarico di progettare il veicolo. Non ho potuto farla tornare giovane ma almeno questo desiderio sono riuscito ad esaudirlo. Devo finire due cose poi la raggiungo lì».
«Lì dove, per la precisione? Io la denuncio per sequestro di persona, sa?»
«Cara, fai come vuoi, noi siamo felici così. Non abbiamo volontà».
«Forse le sfugge che il ritorno al passato è un atto di volontà».
«Cara, se ti fa piacere allora pensa che è la nostra volontà. Non importa quello che pensi, il pensiero non ha più alcuna importanza. Se vuoi venirci a trovare ti mando un nanobyte di info sul transfer. Ciao, sii felice».
Riattaccò. La ragazza rimase a guardare il quadrato nero, ammutolita. Improvvisamente le riusciva difficile formulare un pensiero. Riuscì solo dire: «Maledetti fricchettoni!»

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One Response to La donna che contava le ore

  1. Roberto Mariotti says:

    Complimenti, davvero un bel racconto!

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