Let. In. 13

[Diventa anche tu uno scrittore inesistente su Scrittori precari: invia i tuoi Let. In., seguendo queste istruzioni, a carlo.sperduti84@gmail.com. I migliori saranno inseriti nelle prossime puntate della rubrica]

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
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REVISIONISMO

Su “Lettera al figlio” di Hermann Kafka

(Applausi)

Eeee… Ed eccoci qui di nuovo… Riprende, dopo il consueto spot dell’Acippe, sponsor nostro e della manifestazione, la diretta radiofonica di Fahrenint dall’oratorio del palazzo vecchio di Pordenone scalo, dove stiamo seguendo le “Ferie del Libro”, da noi stessi sostenute, promosse, ideate, sostenute e quindi seguite nel loro svolgimento in questi giorni. Abbiamo con noi Manolo Scolta, critico e direttore di Orizzontali… Benvenuto, intanto.

Benvenuti anche a voi, agli ascoltatori e al pubblico delle Ferie.

In occasione dell’anniversario della morte di Franz Kafka la nostra rete sta dedicando ampio spazio, all’interno di ogni suo programma, al ricordo di uno dei più importanti scrittori del ’900. Segnaliamo, ad esempio, che anche Hofatto notte, alle 23:30, esaminerà approfonditamente il rapporto tra Kafka e il cinema. Con lei vorremmo soffermarci sui ben noti contrasti tra Franz e il padre, così come si possono evincere non solo dalla Lettera al padre ma anche dalla risposta del padre che a essa seguì. Ci siamo intesi, vero? Eh! Eh!

Ehm… La risposta?

Sul nr. 47 della vostra rivista, Orizzontali, nello specifico nella rubrica 90 gradi: l’angolo buio della letteratura avete puntato diffusamente la vostra attenzione sulla Lettera al figlio, commentandone i brani più significativi.

Sì…

Ho qui davanti la rivista e desidererei che lei tornasse su quei brani anche per noi questo pomeriggio. Contrariamente a quanto Franz immaginava potesse essere la replica del padre e che chiude la lettera, quasi ideale materializzazione del proprio interlocutore lasciato fuori fino ad allora, Hermann non si rivolge brutalmente al figlio, per lo meno nell’incipit, non lo accusa di attribuirgli tutte le colpe della loro disastrosa relazione e non si dichiara innocente. Scrive, invece, «tutto ciò che sei lo devi a me».

…Senz’altro… La radiografia compiuta da Franz dell’organismo interferenziale padre-figlio si dissolve e si ripristina capovolta, con la sorgente paterna dell’irradiamento come comprensiva anche del grafema filiale… Al figlio non è consentita altra morfologia, sia corporale che semantica, al di fuori della matrice, che è confine e dimensione dell’essere stesso del figlio.

Franz non è più, pertanto, un parassita, ma un prodotto di cui il genitore è consapevole artefice.

È l’artefice, si dichiara tale, no? Dove termina il figlio inizia il padre, ma è anche dove finisce il figlio che finisce il padre, dove il “buon” sangue non scorre, non cade più, non ne regge la struttura.

Il padre è creatore quindi maestro, anche… garantisce l’incolumità della fortezza identitaria/familiare dall’assedio di ogni forza esterna scomunicante.

Un maestro non così severo come Franz lo ritraeva. Nella sua Lettera al figlio Hermann non ammette mai «Sì, mi hai deluso».

Egli scomunica ciò che può scomunicare entrambi, ripulisce anche internamente il nome di Kafka da ogni virus anti-giudaico, poiché l’anti-kafkiano, per Hermann, coincide con l’anti-giudaico, ma Franz è kafkiano e giudaico, quindi non lo ha mai deluso, ha unicamente permesso al figlio di terrorizzarsi al sospetto di aver deluso, di aver parassitato, di non essere kafkiano, perché kafkiano fosse l’aggettivo che noi così spesso adoperiamo nel senso di Franz. È tutto a beneficio del nome. Hermann è un grande maestro, ma nell’accezione mutuata da un don Milani, ad esempio, senza “educazione, né riguardo, né tatto… con la durezza che si addice al maestro” ma che, come un buon terreno e i suoi germogli, muore ciò che vi si pianta. Sono liberi, sì, ma di essere suoi germogli.

Tuttavia, poco più avanti, la “durezza” del maestro e del terreno farebbe dubitare anche della sua bontà generativa e della sua custodia. Si impone a questo punto solo la sua natura di «prigione di vita».

Obbligati dalla fedeltà al testo, così come riportato dalla vostra rivista, rileggiamo queste parole, di cui ci scusiamo coi nostri ascoltatori, che non abbiamo di certo abituato a tale linguaggio: «Vendi il culo e non reputare un atto d’eroismo non riuscirci: se è un atto d’eroismo a impedirtelo perché giustificare ciò con l’alibi che sia nella tua natura? E se è la tua natura a impedirti di vendere il culo non si tratta di un atto d’eroismo poiché quest’ultimo presuppone scelta, volontà, sacrificio. L’eroismo non si giustifica».

Mmm… Non dimentichiamoci che le due lettere vengono scritte quando Franz ha appena compiuto 36 anni. Un bilancio della sua vita diviene pertanto necessario e il padre gli ha sempre permesso di “decidere liberamente”. Franz ha cercato una “via di fuga” nel lavoro, nel matrimonio, sfere di competenza del padre, non così la letteratura…

Hermann, tuttavia, lo incalza dicendogli che «la ribellione di Elli va ridimensionata: ha sostituito me con suo marito, il nostro tetto con il suo, i miei figli con i suoi, il guadagno del nostro negozio con quelli del suo lavoro».

…Procediamo per gradi: la ribellione dei nostri figli, la sua stessa ribellione, caro Romano, è sempre di breve durata, la loro indipendenza economica costa più di ogni dipendenza familiare – ed è una scontata illuminazione che, fortunatamente per loro e per noi, li persuade presto –; in poche parole, la “via di fuga” è un circuito che, coperti i consueti giri di pista, riimmette i nostri ragazzi sulla stessa via da cui partirono. Di questo sia Franz che Hermann erano ben consci… Cos’altro avrebbe potuto proporre un buon padre, un buon maestro? Rendersi odioso, presumibilmente…

Prima della guerra Hermann ha lavorato sodo, ha messo su un negozio, una famiglia numerosa, ha fatto studiare i propri figli e gli si è reso odioso.

Io dico: oculatamente, premeditatamente, strategicamente, opportunamente. Esistono due anime giudaiche. Hermann ha celebrato e realizzato la prima, quella borghese, ipocritamente religiosa, produttiva, permettendo a Franz di deluderla. Va sottolineato che non vi è nulla di così insopportabile per un grande artista che deludere! Deludere chiunque ma soprattutto con la propria arte. L’arte, essendo l’unica alternativa al modello di vita suggerito dal padre, lo emancipava. Ma perché ciò fosse possibile anche la sua arte doveva deludere la fiducia del padre.

Difatti Hermann risponde: «Sì, ti invitavo a lasciare i tuoi scritti sul comodino, ma che io li abbia letti o no e con quale attenzione conta poco… Questa è la tua ribellione? A questo si limita il tuo eroismo? Non fa per te, alla tua età dovrebbe esserti chiaro… e poi dite tutti le stesse cose e non sei così speciale… anzi vorresti esserlo ma sei normalissimo…».

Fosse anche vero, dimostrerebbe ancora che il terrore di deludere il padre viene da questi provocato ma mai confermato. Solo in questo modo Franz ha realizzato la seconda anima giudaica, l’unica che, durante la guerra, quando il negozio, il sudato benessere dei Kafka, le sue stesse sorelle sarebbero stati annientati dal nazismo, sarebbe sopravvissuta.

Ma Franz aveva chiesto a Max Brod di distruggere i suoi scritti.

Perché non è sufficiente essere uno scrittore per non essere Hermann Kafka, perché “la vergogna non gli sopravviva”, bensì essere uno scrittore fallito.

Un fallito o un perdente?

Iscrivere il proprio nome sul registro dei “perdenti” avrebbe condannato davvero Franz all’accidia, all’autodistruzione, alla famiglia, alla stabilità borghese, addirittura ai premi letterari! Non è questo che Franz cercava nella letteratura, e neanche il paterno solco per il proprio germoglio, bensì il fallimento. E il fallimento è quotidiano, almeno fino a 36 anni, fino ai giorni del bilancio complessivo, i tentativi sono quotidiani, seguiti da fallimento, ma si affaccia l’idea di una grande prova; ricorre di frequente nel suo itinerario poetico questa moltiplicazione e parcellizzazione in episodi della grande sconfitta di una vita.

Egli è una cicala, giammai una formica (formica artistica inclusa, che raccoglie squallidamente i risultati del proprio instancabile lavoro quotidiano). Una cicala che fa grandi cose sapendo che andranno perdute – pensi a De Sade! – e che, in ogni occasione sicura del proprio fallimento, pur si ripete: “Non finisce qui”.

Riflettete, caro Romano e cari ascoltatori, su personaggi quali Mozart, Leopardi, Amleto, martirizzati nella loro autostima ognuno dal proprio padre, ostili a esso, come Pasolini, poi uccisi dalle autorità sociali o intellettuali che del padre hanno preso il posto. Pensate, in parallelo, a Pinocchio e alla fatina, a Rimbaud e sua madre. Pensate all’eccezionalità impetuosa a cui questa sfiducia in se stessi, codesta reciproca negazione tra essi e l’autorità paterna e, più di rado, materna, li ha spinti. Altro che normalità! Le loro figure paterne sono spesso in uniforme e se alcuni dei suddetti figli non fossero stati omosessuali forse, al posto dell’arte, sarebbero ricorsi al suicidio o… chi lo sa, come consigliava Leopardi nelle Operette Morali, al suicidio lento dell’alcool o degli stupefacenti, ancor per meglio privilegiare l’“accadere” sull’“agire” anche nel suicidio. L’attrazione per l’insuccesso, il senso di colpa che (anche in Leopardi) scaturisce dalla volontà di capire e di sottrarvisi, il disinteresse per gli studi intesi come arruolamento sociale, l’insondabile sentimento di possedere un’ambizione “sbagliata” sono tutti sintomi di una rivolta alla tirannia del seme!

Hermann è prima di tutto un uomo forte, di successo, senza esitazioni e turbamenti, talora senza pietà e garbo. Cosa c’è di più anti-kafkiano, ora per noi, di questo? Eppure questo è kafkiano per Franz, questo è il motivo per cui Franz non si ritiene kafkiano. Hermann a noi rivela una personalità quasi hitleriana, ma per Franz il padre radunava in sé ogni profondo carattere giudaico.

Franz ha cancellato il padre da dietro lo schermo del proprio nome ma “Kafka” è il nome che ha ereditato da lui ed egli è Kafka grazie a Hermann.

I suoi matrimoni falliti prima ancora di giungere all’altare vanno spiegati con il rifiuto di lasciare «semi», non esclusivamente letterari (poiché in Franz letteratura è sinonimo di im-produttività, sterilità, inattività, smacco) ma anche in senso più strettamente biologico.

È il seme del padre che entra nella donna che egli concupirebbe, rappresenta una penetrazione che similmente all’eredità economica si riceve per poterla investire in un “nuovo” accoppiamento amoroso-contrattuale, per dare il nome ai propri figli.

Be’, ho l’impressione che lei esageri adesso… Hermann e Franz…

Si rilegga la superba analisi che Lacan fa del caso Schreber.

Be’… Eh! Eh! Anche il nostro pubblico non si aspettava tanto… D’accordo, il parassitismo di Franz, in verità, si guadagna da Hermann accuse quali «Ti vuoi disfare di me disfacendo il mio patrimonio?», ma la rivalità mi sembra più edipica che…

È Hermann che glielo suggerisce! Ogni moneta spesa è un “kafkino”, un seme di Hermann ucciso poiché Hermann desidera farsi super-io del bambino Franz da estirpare dall’io giocoso dell’artista Franz, sa che gli è vitale uscire da questi e farsi uccidere. Un omosessuale, forse, ci riesce più agevolmente, a suo modo risulta più normale, più naturale per uno che non… Ma – Masoch riletto da Deleuze ci insegna – il super-io separato da se stessi e personificato in un’altra persona, testimone punitivo o punito, sia pure non il padre, può sortire lo stesso effetto. Anzi è spesso l’unica soluzione ove il rapporto padre/figlio sia stato più sereno e complice. Ma la forza di Hermann lo ha costretto, per la sopravvivenza dei Kafka, del loro nome, della loro identità, sotto il massacro nazista, in quell’unico ricordo, invincibile anche dalla morte, che è l’arte, a proporre al figlio di “seguirlo” in un bordello, dove Franz ha avvertito il pericolo di venir penetrato dal padre!

Si calmi, la prego, Manolo Scolta… Insomma… mi faccia dire… lei sa che la Lettera al figlio di Hermann Kafka non esiste, vero?

Che significa? Mi prende per il culo?

Noi in radio non utilizziamo simili espressioni… Credevamo che il vostro di Orizzontali fosse solo un gioco letterario… il libro non esiste…

…Esiste! Esiste! Porco ***!

Si calmi! Forse lei come direttore ne era all’oscuro… che… che… Chi ha firmato qui?… No, l’articolo è anonimo, ma lei saprà che la lettera di Franz non è mai neanche giunta in mano al padre… credevo che uno studioso, un filosofo come lei…

Che cazzo dice? Ed io parlerei a vanvera?

Be’, a volte, ah! ah! ah! voi critici potete parlare di tutto…

…Anche di ciò che non esiste?!

Di ciò che non avete letto…

(Il pubblico sghignazza)

Non… non…! Non si permetta! … Io il libro l’ho! È a casa mia! Posso telefonare a mio figlio, Mika Scolta, e farmelo…

Questo non è un quiz, la prego.

(Il pubblico ride fragorosamente)

Ma anche voi fate i quiz…

mah! Per coinvolgere gli ascoltatori… un po’ di frivolezza… e comunque sempre su libri e letteratura…

Per dimostrare a dirigenti e sponsor quanti sono i vostri ascoltatori… come per ogni quiz telefonico… E ricevete marchette da scrittori e case editrici!

Vogliamo finirla? Non siamo in tv… Il libro non esiste…

Esiste!

Non esiste!

È falso!… (Addio)

Il libro?

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