Let. In. 14

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Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
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REVISIONISMO

Bruciamo l’Enrico Ottaro di Shakespeare

Dal nostro inviato a Londra

Recenti scavi effettuati nel sottosuolo di Southwark hanno portato alla luce un antico bauletto sigillato contenente autografi di W. Shakespeare di cui mai si era caldeggiata l’esistenza. Importante indizio che ne confermerebbe l’autenticità è che l’area in cui si è verificato il ritrovamento corrisponderebbe in tutto e per tutto a quella in cui si suppone sia stato edificato nel 1599 il famoso Globe Theatre, sede in cui agì la compagnia di Shakespeare e che l’amministrazione puritana demolì nel 1644.
Sulla prima pagina, che, come le rimanenti, pare scampata alle fiamme ma vistosamente bruciacchiata in vari punti, si legge che è ne «l’umana condizione» metter fuori «tenere foglie», che poi fioriscono in un «rigoglio di odori» e speranze per poi soccombere alla «gelata mortale», proprio quando «la sua grandezza sta per maturare». I critici hanno riconosciuto il passo: è nella scena II del III atto dell’Enrico Ottavo e questo è anche il tema principale di tutta l’opera, ma qui appare in apertura, come rimuginamento di un villano a spasso nell’orto tra le sue piante moribonde e a sovrastare la suddetta pagina troviamo il titolo La peregrina storia di Enricoottaro!
Con l’Enrico Ottavo essa ha in comune solo le battute, per la verità insistenti, in cui «corsieri», «sorgenti di luglio», sabbie, erbacce, leoni e cacciatori, grano e loglio, cavalli selvaggi e altre immagini di carattere squisitamente rusticano e rurale fanno lì da metafore sulla vita, le azioni e i sentimenti degli uomini, per lo più uomini di potere caduti in disgrazia. Qui, al contrario, escono dalla bocca di allevatori, mugnai, contadini, fattori, fattorini, vagabondi e osti. Essi parlano del proprio lavoro, dei propri commerci, delle stagioni e del raccolto, del vino, del pane, della colazione («Su a colazione, se ancora vi resta un po’ d’appetito» lo ritroviamo, ad esempio, anche nella scena II dell’atto III dell’Enrico Ottavo), delle partite a carte in osteria («Charles, basta giocare, stanotte» che nell’Enrico Ottavo compare nell’atto V come battuta del re, qui figura nell’atto II come battuta di Castrocane – Geldog –, porcaro narcolettico), e così via.
Si discosta dall’argomento tutt’altro che elevato solo l’ammonizione che lì fu del Lord Cardinale e che qui, immutata per il resto, viene sussurrata all’orecchio di una locandiera da EnricoOttaro mentre le guida la mano sotto il suo tavolo come per “altra” mungitura: «Non si vive per finire in pugno a chi val meno di noi»!
I critici inglesi, che da secoli si interrogano sull’Enrico VIII e sulla sua paternità – c’è chi attribuisce almeno 10 delle 16 scene al Bordo e le altre 6 a Fletcher, chi di più, chi assai meno; chi preferirebbe, come Coleridge, che il testamento del Boldro fosse The Tempest, aggiudicando la sua effettiva ultima opera, la ben scadente Enrico VIII appunto, interamente a Fletcher – credono di avere ora, finalmente, ricostruito la faccenda.
Bisogna sapere che l’Enrico VIII, la cui data di composizione viene fatta risalire al gennaio 1613, godette di una programmazione presso il Globe non superiore ai cinque mesi a causa di un incendio che il 29 giugno di quello stesso anno incenerì quasi del tutto il teatro.
Sir Henry Wotton, prestigioso diplomatico sebbene di indole stravagante e appassionato uomo di lettere, ci racconta che l’incendio non riportò vittime umane tranne un tale a cui «presero fuoco le brache», tempestivamente innaffiate «con un boccale di birra» (testuali parole).
Qualora – avanzano la tesi i critici inglesi – l’Enrico VIII, in quei mesi fosse in vero l’Enrico Ottaro, le salve d’artiglieria che corredavano la festa in maschera del I atto e che, esplose sul tetto di paglia del teatro, ne causarono il rogo, mai dovettero, di conseguenza, esser innescate poiché nell’Enrico Ottaro non sono previste feste in maschera né tantomeno salve d’artiglieria; onde per cui l’incendio fu doloso e favorito allo scopo non certo di mettere in pericolo attori, spettatori o uomini di fatica, bensì… il copione originale!
Fletcher fu «il tale» a cui «presero fuoco le brache» nell’appiccare l’incendio o nel gettare alle fiamme l’EnricoOttaro. Essendo co-autore dell’opera, lungi da lui compromettere la compagnia o persona viva, bensì esclusivamente ciò che di quel copione non potesse essere riutilizzato, con la ricostruzione, un anno dopo, del Globe, come Enrico VIII e quindi venire iscritto nello Stationer’s Register (solo nel 1623!) con quel titolo…
Perché? Per sollecitare ancora una volta l’interesse e i favori dei Tudor, ai quali un’apologia di un loro antenato non poteva che tornare cosa gradita e ricompensata. Fletcher se ne infischiava che re Enrico in realtà non si fosse rivelato quell’ombroso ma benigno e onesto garante della pace pubblica che, ai tempi, molti si erano augurati, ma che tutti gli inglesi ora ricordavano come una promessa tradita. A Fletcher interessavano solo le sorti della compagnia. Shakespeare, detto il Budro, ormai non se ne occupava più: si era ritirato a Stratford dal 1609 e – ipotizzano i critici di Londra – forse distrattamente chiedeva qualche notizia:
– Cosa stanno rappresentando i King’s Men?
Qualcuno gli rispondeva:
– L’Enrico VIII – ed egli, presumibilmente ingannato dall’assonanza, annuiva:
– Oh, bene, l’Enricottaro… well: basta re e cardinali!
Vista da questa prospettiva non stupisce che il titolo originario dell’opera fosse All is true: il futuro radioso profetizzato al termine dell’Enrico VIII è invece una gigantesca menzogna, che il Pardo, come ogni suo contemporaneo, non avrebbe potuto bersi o farci bere. A prescindere poi dalla scelta del sovrano di cui essere aedo, il tema dell’opera, gloria e caduta inevitabile, era già chiaro dalle prime battute e sarebbe stato prolisso sorbirsi cinque atti per incarnarlo in un clan di semidei da far precipitare dall’olimpo, salvo qualche eccezione (!). Prolisso, ipocrita, contraddittorio. In più, i non numerosi brani trasferiti dalla storia del ricottaro a quella del re, e successivamente riordinati, sono rivelatorii: «Faccio un po’ la massaia. Vorrei esserlo in tutto e per tutto, in previsione del peggio.» e «Meglio essere di umili natali e contentarsi di vivere con gente di modesta condizione.» sono alcuni di questi. Ai «giovinastri», d’altra parte, «che fan baccano a teatro», l’Enricottaro si rivolge esplicitamente, mentre nell’altra opera vengono esclusi dai festeggiamenti. Ma soprattutto quel «Dio salvi la vacca» del V atto, che, tra non molto, rincostentuazzeliremo.
La vicenda si sviluppa tra Caernavon (contea fra le più povere del regno, dalla forma oblunga e vagamente fallica), dove Enrico ha il suo allevamento, e il Limehouse (uno dei quartieri più malfamati della zona portuale), dove Enrico ha bottega. Si conclude all’alba del Calendimaggio, quando alla tradizionale, in quel dì, scampagnata dei giovani fuori porta si unisce la festa per la nascita della giovenca.
I critici del London Hampden Club, fondato nel lontano 1812 ma ancora fertile vivaio di instancabili studiosi, si sono subito ricordati, non appena i lavori di rimodernamento della riva destra del Tamigi hanno regalato al mondo intero questa clamorosa scoperta, che sempre quel Sir H. Wotton, al quale lo humor inglese non mancava ma che, proprio lo humor, fu spesso, fino ad oggi, l’ingrediente che alterava il sapore di completa credibilità dei suoi diari, aveva di fatto sollecitato la curiosità di alcuni filologi su un’opera del Bedro mai giunta a noi…
Wotton ci mette a parte di ciò: Buckingham, chiamato dal popolo “Gran Commestibile” (e non “Connestabile” come in Fletcher) in seguito a questo episodio, era stato incaricato di cercare un ricottaro che accontentasse le non facili richieste del re e fu quindi il duca a far da sensale all’unico leggendario incontro tra i due Enrico. Nell’istante stesso in cui l’Enrico Ottaro apprese che gli si ordinava una ricotta capace, a differenza di quelle già sperimentate, di lenire infine gli sforzi, indescriviiibili, per cui, ad ogni “ritirata”, Sua Altezza doveva ancora, seeempre, sudar sangue… … uff…! … il primo Enrico argomentò:
– Posso cuocere a fuoco lento o alto, posso cagliare con verdura o interiora d’agnello, maneggiare come dio vuole, stagionare, far rapprendere o allentare, insomma quanto è in mio potere sarà fatto per quel che passerà per la sua regale bocca, ma non è in mio potere, né della corte, né del concistoro di Roma, né suo, né d’uomo su questa terra cagliare quanto il suo regale (…), da solo, ca… glierà.
Dacché il Brado, conquistato dal tema dell’equanime destino che potenti e miserabili accomuna e che, differenti all’origine, nell’epilogo allinea, scartò l’idea che un altro noiosissimo dramma storico su un altro re d’Inghilterra gli potesse offrire più interessanti opportunità di approfondimento e si diede a una commedia allegorica su un ricottaro.
Forse è ardito far paragoni tra due opere, a conti fatti, così distanti nell’argomento, ma, suvvia, Fletcher deve pur essere partito da qualcosa per far dell’Enrico Ottaro una storia di corte. Certuni personaggi ricordano qualcuno del dramma a noi noto: una vacca per cui EnricoOttaro non dorme sonni tranquilli si chiama addirittura Caterina… È anziana e scostante e poiché non mette al mondo vitelli viene soppressa e sostituita da un’altra vacca, giovane e florida (per tal ragione chiamata “balena” ma l’allusione al personaggio storico corrispondente sarebbe di dubbio gusto), che invece mette al mondo… una giovenca.
Può apparire ridicolo, insensato, sì, ma all’indomani della nascita della giovenca, in tutto somigliante al ricottaro – se lo arruffianano le sartine –, e concomitante alla macellazione della vacca Caterina, si organizza per il Calendimaggio una festa fuori porta.
Durante il brindisi s’intona un canto a Orfeo, innegabilmente simile (nella struttura A B A C C A nonché nel climasc) a quello che apre la scena I dell’atto III di Enrico VIII. Ne riportiamo la chiusa:

Sulla sua lira Orfeo batte
e batte pe’ strade impiovate
sicché le bagnate fe’ asciutte.
È musica tal arte ben nota
che il sen tuo sì scalda che vuota
da esso ricotta e non latte.

A dire il vero l’unico anello di dichiarata “parentela” tra le due vicende è nel personaggio di Wolfey. Non a caso il Fletcher scriverà nell’atto I che Wolsey, «questo sant’uomo», è «volpe, o lupo, o tutti e due» (giacché lui è tanto astuto quanto vorace, e tanto propenso a far danni quanto capace di farli).
Shakespeare immagina che il padre del Lord Cardinale Wolsey, beccaio e allevatore di Ipswich, si sia, anni prima, unito carnalmente con una lupa, dominatrice intrepida dei boschi confinanti la sua proprietà, e che, come tra i pastori sardi e il cinghiale le nozze siano allietate dalla nascita dell’“u porcu”, creatura demoniaca e semiumana, da questa unione sia stato generato un lupo anprotro’… anprotro’… anprotro’… pricò…, Wolfey.
Analogamente ai due Enrico, non inganni come può aver ingannato semmai l’autore nella lontana Stratford l’assonanza tra i nomi dei due fratellastri e non li si distingua solo per quella consonante F o S. Cosa avrebbero in comune un animale selvatico da branco e il «molto reverendo cardinale di York»?
Sebbene superbo, ambizioso, ipocrita, simulatore, intrigante, interessato più al potere e alle proprietà che non alla salvezza della propria anima, vanta tuttavia qualche virtù in più di uno Jago (ma l’ambivalenza dei due ruoli rende ulteriormente superfluo il dramma di Fletcher) e ha tutte le carte in regola per gestire e controllare la cosa pubblica, gli oneri affidatigli dal re e anche, come fa, per aspirare al soglio pontificio. Qualità non rintracciabili nel fratello lupo, s’intende… Tranne, concediamo, quella «dolce pace, per ridurre al silenzio gli invidiosi» che, con tutti gli spiriti forti caduti in un consorzio di polli, condividono.
Le analogie, vuoi pur sentimental-erotiche e contro-natura, tra le due vacche, le due regine, re, ricottaro, e gli esiti, storici in una e commerciali nell’altra opera, finiscono qui. Wolfey terrorizza le due bestie e Caterina, coi suoi muggiti, ne decreta la cattura, così è scritto; Wolsey cospira contro le due regine, è risaputo, ma non furono due vacche e le loro discendenti, ahimé, ugualmente di sesso femminile (sebben tutte loro padre) a provocare il distacco da Roma, la nascita della Chiesa Anglicana, a decidere, con l’Atto di Supremazia, la fede, fino ai nostri giorni, a cui il popolo britannico deve votarsi.
Due regine sì, due vacche no. Il comportamento dei due Enrico solamente fa eccezione in questo ordine di asimmetrie: la bonaria indecisione, la «rassegnazione che può dirsi cristiana» (W. Knight) del nostro villano nel reagire ai perpetui assalti di Wolfey ad ovili e pollai, nell’ubbidire alla legge del “morta una vacca se ne massacra un’altra” è obbiettivamente irresponsabile, poiché son le vacche, le capre e le pecore (nonché i pecoroni) a fare il re-cottaro.

P.S.: È inevitabile, per la nuova luce che l’Enricottaro getta sul teatro del Bardro, tornare con la memoria allo storico allestimento dell’Enricottavo diretto e interpretato da Zolfarelli e Alpetazzi, che tanto accese le critiche militanti di alcuni prezzolati figuri… Ci domandiamo: erano a conoscenza di qualche segreta carta? Avevano dato giustizia alla lungamente sottovalutata testimonianza del buon Sir H. Wotton? Oppure erano stati profetici nel portare in scena capre, vacche e armenti belanti, oltre alle bestie già nominate?

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