Guida per riconoscere il tuo precariato

uomo cricetodi Matteo Pascoletti

Allora tu forse vuoi la storia genere Oh Come Mi Sento Vicino Al Protagonista E Alle Sue Sfighe Quotidiane Speriamo Che Alla Fine Ce La Faccia Perché È Un Tipo In Gamba Proprio Come Me, vuoi l’io narrante, l’io narrato e, per non annoiarti troppo, vuoi pure l’io copulante e la lei copulata. Vuoi il tizio che lavora al call center o il tutor in una scuola parificata, vuoi il procacciatore di contratti, lo schiavo Co-Co-Dè: lo vuoi vessato, sfruttato, disperato. Vuoi il mobbing, l’alienazione, vuoi il confine tra lucidità e follia farsi sottile e tagliente come lama di rasoio sporca. Vuoi che in mezzo a tutto questo sturm und crash sbuchi la provvidenziale dose di riscatto, vuoi il protagonista che trova l’aiuto insperato e dà fondo a ogni energia rimasta, vuoi che approdi al lieto fine contro ogni previsione, vuoi chiudere il libro pensando «oh, allora c’è speranza, lo sapevo, il mondo non è poi così brutto come sembra, stanotte posso dormire tranquillo».
Col cazzo.
Io ti do direttamente la questione, l’impiccio, il pasticciaccio brutto, la polpetta avvelenata, il piatto di merda fumante ordinato a spese tue; se ci vuoi ricamare sopra una storia te la fai da solo e ti prendi la responsabilità di inventare un finale che esiste nei tuoi desideri, e non nelle tue esperienze o in quelle di chi conosci. Io di prenderti per il culo non ne ho voglia, e scusa se non ti chiamo amore, e scusa se uso tutte queste parolacce, ma a differenza tua, stronzo, non faccio finta quando sono con gli amici che «va tutto bene, grazie!», non stupro i muscoli facciali perché mi diano un’aria convincente mentre dico «ho un sacco di cose da fare, sono occupatissimo in questo periodo», non nascondo la verità, che la notte non riesco a prendere sonno, tra pianti, attacchi di panico o granitici pensieri di morte, non faccio finta perché da qualche parte ho imparato che è sbagliato chiedere aiuto o lamentarsi, che non va bene dire «sono nella merda, non so cosa fare». Non sono andato a catechismo dal salotto di buona famiglia, dove ti insegnano che arrabbiarsi non sta bene, che alzare la voce è da teppisti, e che se urli passi dalla parte del torto. Ed è un bene, te lo dico subito, perché siamo in guerra, e chi spara lo fa mentre parla con calma, sorridendo, e indossa completi senza una macchia che sia una.
Impara a non farti fregare con le parole. Mi dirai «che c’entrano le parole?». C’entrano, c’entrano. Le parole plasmano il cielo in cui vola la tua mente.
Prendi l’espressione «mercato del lavoro»: te la sbattono in faccia quante volte, la frasetta? Noti niente di strano? No? Allora sei messo peggio di quanto pensavo, e non so se l’hai notato, ma io non sono esattamente il tipo da bicchiere mezzo pieno… Sai cos’è il mercato? Un luogo dove le persone scambiano merce con soldi. Allora, se sei alla ricerca di un impiego, e vuoi che ti diano soldi, qual è la merce che scambi? Esatto: la merce sei tu! Mercato del lavoro vuol dire «compravendita di persone». Hai diritto a entrare nel mercato del lavoro, ti dicono? Ecco, ti stanno dicendo che hai diritto a venderti a un altro essere umano. Dicono «mercato del lavoro» al posto di «mondo del lavoro». Il «mondo» è qualcosa di fisico, che esiste, e va esplorato, conosciuto. Anche il «mercato» è qualcosa di fisico, ma quando ci vai per la prima volta scopri che ha già delle proprie regole, e non le hai certo decise tu.
Capito, Kunta Kinte? Sei libero di andare nella piazza del paese, appenderti l’anello al naso, infilarti le catene e piantare a terra un cartello con scritto VENDESI SCHIAVO. Ti sembra una libertà, un diritto?
E te l’hanno raccontata mai, la storiella «devi essere l’imprenditore di te stesso?» Sai cos’è l’imprenditore? È uno che impiega il lavoro degli altri. Se va bene, nell’impiegarlo crea qualcosa; se va male, crea qualcosa sfruttando il lavoro degli altri fino al midollo. E se va davvero male, non crea nulla, ma sfrutta comunque il lavoro degli altri fino al midollo, lasciando ad altri il conto da pagare. Quindi, se ti dicono che «devi impiegare te stesso», sai che cosa vogliono da te, in realtà? Masochismo, niente di più. «Devi essere lo sfruttatore di te stesso»: questo ti stanno dicendo.
Kunta Kinte, puoi frustrarti da solo? Mi fa male il polso, stamattina.
Fa il paio con l’altra storiella, quella del «se non c’è lavoro te lo devi inventare». No, non dirmelo: te la sei bevuta. Cristo… C’è stato quel momento, nella tua infanzia, in cui ti hanno spiegato che Babbo Natale non esiste? Ah, meno male. Comunque, torniamo alla storiella, cercherò di parlare chiaro, e guarda che sto per dirti roba veramente, ma veramente banale. Intanto: per inventare un lavoro, a meno che tu non intenda lavori illegali tipo omicidio, furto, scippo e rapina, servono soldi. Sai, per la burocrazia e tutto il resto: investimento iniziale, spese di rappresentanza, costi dell’attività. Quindi magari non è un fatto di pigrizia o incapacità, se la disoccupazione è così alta: è che proprio manca la pecunia che girare il mondo fa. Oh, sì, hai letto la storia di Tizio, disoccupato alla canna del gas, che ha tirato fuori quella startup dal nulla, e dopo aver stretto i denti per due anni adesso guida una Ferrari e, ma questo nell’articolo non c’era scritto, sniffa cocaina insieme a Chantalle. Startup, che meravigliosa parola magica, per di più in inglese, buona per ogni occasione… Vuoi lavorare? Allora il motto è get up, start up: start up for your rights… Via, anche il Cristianesimo in origine era una startup: partiti in tredici, senza un soldo, a dispetto di tradimenti e persecuzioni guarda quanta strada hanno fatto!
Tutte cazzate. Secondo te quelli presentati come lavori «inventati dal nulla» sono bianchi conigli tirati fuori per incanto dal cilindro del capitalismo, oppure si tratta di persone che hanno avuto bisogno di finanziatori? Pensi di vivere in un paese che finanzia le idee, o in un paese che prima guarda quanti soldi hai, poi guarda chi ti manda, e poi casomai ti fa sedere a discutere? Ecco. Difficile che l’eccezioni diventi la regola in un batter di ciglia. Più facile che si costruisca una favola a partire dall’eccezione, per rendere più efficace la regola. Ma poi, domandati: tutti i lavori vanno inventati? Le professioni che ci sono, ciò che uno ha imparato a fare nella vita, non vanno più bene? Perché saper fare l’insegnante, o il panettiere non dovrebbe semplicemente bastare, in un dato modello economico? Cioè: il fatto che non ci sia lavoro, non dovrebbe essere il Problema, invece della premessa per avere tanti Leonardo da Vinci dei mestieri improbabili? Se un settore primario come quello agricolo fosse in crisi nera, e tutti gli agricoltori si inventassero fantastici lavori come, che so, pilota acrobatico di trattori, impresario di duelli tra mietitrebbie, spaventapasseri vivente, ammaestratore di talpe, non si avrebbe uno scenario in cui è necessario intervenire per rilanciare il settore, perché altrimenti il paese, per mangiare, sarebbe schiavo delle importazioni? E pensi che il problema si presenti solo nel settore agricolo? Ecco. Allora sai che vuol dire «se il lavoro non c’è, te lo devi inventare»? Vuol dire «hai un problema? Cazzi tuoi».
Kunta Kinte, dì alle tue ferite che devono smetterla di sanguinare sul mio pavimento di legno.
E, capisci, certe idee malsane ruotano intorno al «dare lavoro». «L’impresa dà lavoro», «quell’imprenditore dà lavoro a molte persone». E certo, perché il lavoro non è una cosa in te, è un dono che ti fanno. E se ricevi un regalo, mica vorrai fare lo schizzinoso, no? Per cui ascolta come funzionerebbe la storiella, dall’inizio alla fine:

una mattina, vai al «mercato del lavoro» senza un soldo, senza saper fare nulla, e contro ogni previsione trovi un benefattore che ti «dà lavoro». E scusa, una volta ricevuto questo regalo, mica pretenderai di essere pagato? Ah, che vergogna, che generazione di Viziati Bamboccioni Che Vogliono Tutto E Subito! E va bene, ecco la paga: poco, ma almeno è una paga. E che, non ti sta bene? C’è la fila, di persone che vogliono ricevere questo regalo, che ti credi? Lascia fare che ognuna di queste persone, per ricevere il regalo, debba presentare minimo un curriculum o essere mandato da qualcuno affidabile. Lascia fare che la persona scelta per ricevere il regalo dovrà passare un periodo di prova, prima di riceverlo. C’è comunque la fila. E sì, è un regalo, ma può essere revocato in qualsiasi momento, per cui vedi di non sciuparlo troppo.

Tutto chiaro, Kunta Kinte? Ti ho tolto dal tuo misero villaggetto africano, ti ho portato in crociera negli Stati Uniti, e lì ti ho dato un tetto e un lavoro. Mi dici cosa c’entra questo blaterare di diritti e libertà, eh?
E in cima a questa piramide di parola alla rovescia, sai che cosa c’è? Il tuo Faraone-Dio, eterno e intoccabile. Il «merito». Già: è la «meritocrazia», bellezza, e non puoi farci nulla. Il posto di lavoro «te lo devi meritare», «bisogna premiare il merito». Hai, presente no? Merito qua, merito là, merito su, merito giù, tutti lo cercano, tutti lo vogliono, è come il fulmine questo factotum della città!
Sai che vuol dire «merito»? Vuol dire «ricompensa». Quindi, capisci, esistono persone che con aria grave e seria rilasciano interviste, partecipano a convegni o congressi dove si dice «bisogna premiare la ricompensa». E perché non «sconfiggere la perdita»? O «produrre la produzione»? Che straordinaria tautologia, a uso e consumo dei poveri fessi. Il lavoro è una ricompensa, capisci? Ma siccome in genere il lavoro ti viene «dato», ecco che il tuo lavoro sarà sempre e comunque una «ricompensa» che non hai meritato abbastanza, e per cui chiederti qualunque sacrificio sarai disposto a compiere in cambio della carota che ti viene sventolata davanti al naso, tra una bastonata e l’altra. Non sarai mai abbastanza oberato o colpevolizzato, avendo ricevuto qualcosa che non meritavi davvero. Non ricordi? Al «mercato del lavoro» ci vai per ricevere qualcosa che non hai. E quanti giornalisti trovi, ogni giorno, pronti a ripetere la parola «merito», quanti ne trovi, annebbiati dal fumo che vendono in gran quantità e di cui sono i primi consumatori! Ma che lavoro avrà mai in mente, chi parla di «merito»? Quello dell’operaio? Quello del bracciante? Che fatica dovranno mai fare le persone che svolgono lavori di per sé faticosi e che richiedono un dazio in termini di salute, per «meritare» una simile ricompensa? È ovvio che lor signori non hanno in mente questi lavori, perché sarebbe da imbecilli pensare che si debba «meritare» la fatica e il logorio: dunque chi si riempie la bocca col «merito» considera simili lavoratori alla stregua di bestie da soma, perché se così non fosse, dovrebbero rivedere la storiella, o ammettere di essere schiavisti. Sarebbe da chiedere poi, ai sacerdoti della «meritocrazia», ossia del «governo delle ricompense», quali siano i criteri con cui si decide chi «premiare». Forse che non si sceglierà sempre il candidato più conformista, meno minaccioso per l’ordine sociale e per la propria posizione di esaminatore, e dunque più adatto a conservarlo, piuttosto che a innovarlo? Si guarderà all’intelligenza e alle capacità della pecora, o piuttosto al suo colore? Sarebbe da chiedere anche come pensano che si acquisiscano le capacità da valutare per la «ricompensa». Sono innate? Cioè durante l’adolescenza funziona come per i mutanti Marvel, e uno scopre d’essere avvocato, un altro medico, un altro chimico, un altro startupper? Oppure si acquisiscono con l’istruzione, e dunque chi avrà accesso a scuole migliori, di solito private e perciò costose, sarà favorito? È chiaro che la favoletta del «merito» nasconde soprattutto questo: classismo basato sul reddito. Per cui non interessano davvero le capacità: interessa il reddito di partenza, poi casomai si vedranno le capacità. E naturalmente, capisci, dovendo «premiare la ricompensa», dovendo fare in modo che la «ricompensa» sia davvero guadagnata con la giusta fatica, sarà bene evitare che partecipi chi è troppo debole. Sarebbe uno spreco imperdonabile di tempo e risorse. E trattandosi di un modello sociale, è bene educare i cittadini a questa legge, in ogni ambito. Niente sprechi! Efficienza, efficienza. A che servono i malati? Sono persone che si astengono dal sudare per la ricompensa: che senso avrebbe, allora, premiare un malato terminale con un trattamento medico? Sarebbe uno spreco, via. E gli anziani? A che servono? Vorrebbero pure una pensione, ossia essere pagati senza sudare. Che imperdonabile superbia, la loro! E i disabili, quelli davvero tagliati fuori? Una vita inutile, la loro. Sarebbe persino consigliabile non farli venire al mondo. Bisognerebbe selezionare i nascituri fin quando si trovano nel grembo della madre.
Insomma, il «governo della ricompensa» non può permettersi quegli imperdonabili rallentamenti imposti dai diritti umani. Bisogna produrre, bisogna crescere, essere efficienti!
Capito, Kunta Kinte? Sei bravo a sopportare le frustate, molto meglio degli altri schiavi. Vedrai che farai strada, nella piantagione, a forza di sanguinare sotto il sole.

Allora tu capisci che la storiella a lieto fine non è possibile. Pangloss è un precario morto di tumore al fegato la notte di Natale, ha lasciato senza soldi una vedova e due orfani. Non c’è lieto fine, se chi sta nella tua stessa situazione usa il vocabolario di chi lo sfrutta. Se uno prende frustate, e invece di dire «no» dice «forse se riesco a sopportarne altre cento dimostrerò di essere un duro, e avrò un lavoro migliore», diventerà un sadomasochista. Imparerà a scaricare il dolore che riceve su chi è più in basso di lui. Gli potrà dire «sei debole, non sopporti il dolore», o «per colpa della tua debolezza sono costretto a prendere frustate» e ingiuriarlo, intanto che di nascosto si medica la schiena. Uno così difficilmente ti ascolterà. Perché non si tratta, per lui, di comprendere ciò che dici. Si tratta di prendere coscienza del male che ha inflitto al prossimo e a se stesso per non aver guardato le catene, per non aver prestato ascolto a quello strano tintinnio prodotto mentre consumava l’aperitivo insieme ai colleghi, dopo il lavoro, o comprava uno smartphone a rate. Mentre esprimeva desideri guardando il cielo di cartapesta creato dal ricco. Mentre si diceva «così vanno le cose, così devono andare» solo e soltanto perché a cadere per prima sotto il peso delle catene è stata la sua immaginazione, e così ha deciso di tenersi il cadavere, dandogli il nome di «realismo».
Non c’è lieto fine, se il politico o il sindacalista che dovresti delegare a risolvere il problema, usa lo stesso linguaggio di chi ti sfrutta, come si usa tra complici. E non parlo del linguaggio che usano davanti alle telecamere, parlo di quello che usano quando si riuniscono per firmare accordi che ti danneggiano, dichiarando per giunta che quel danno è stato decretato per il tuo stesso bene. E se tu fossi tentato dalla violenza… è un gioco che la tua rabbia non sa condurre fino in fondo, e già ora esiste la pistola pronta a fare fuoco contro di te, e leggi pronte a giustificare una violenza più spietata della tua con nuove forme di repressione.
Eppure la tua rabbia è sacrosanta: è la rabbia di chi non ha imparato a piegare la schiena.
Ma non porterà a nessun lieto fine, a meno che tu non aderisca a…

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4 Responses to Guida per riconoscere il tuo precariato

  1. Grazie per la descrizione veritiera. Prendere coscienza è il primo passo. Il secondo potrebbe/dovrebbe essere riconoscersi in una condizione comune e agire politcamente. Il sito esiste veramente o è una provocazione? Non lo trovo online.

  2. scrittoriprecari says:

    Il sito non esiste.

  3. malosmannaja says:

    ebbenesì. “Difficile che l’eccezioni diventi la regola”, ma difficile è anche vivere d’inventi. onde per cui, visto che il sito è inventato e non esiste, sei di nuovo al punto di partenza e se vuoi arrivare da qualche parte allora salta in macchina e guida, guida, guida – per riconoscere il tuo precariato – fino alla dittaura del prosetariato. in caso contrario, resterai senza arte né parte. come me o come mio padre, che ancora confida che un giorno ci si riabbia dalla rabbia della gabbia.
    : )

  4. matteoplatone says:

    Ho dovuto vendere la macchina perché non riuscivo a mantenerla :(((((

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