Qualcuno verrà

di Janis Joyce

Domenica è morta mia mamma. Oggi c’è stato il funerale, ma invece di portarmici mi hanno accompagnato dalla signora Fiaccabrino. Zia Milly è venuta a prendermi poco prima delle otto. Faceva caldo e abbiamo tenuto i finestrini aperti lungo tutto il tragitto. Incrociavamo i miei compagni di scuola, ma nessuno mi salutava. Sbirciavano da lontano e si giravano dall’altra parte. Ho cominciato la quarta elementare una settimana fa.
Mi spiace non poter venire in chiesa, ha detto la signora Fiaccabrino sull’ingresso, ma se è per tenere compagnia a Martino ci rinuncio volentieri. Lei e zia Milly sono state zitte per un po’ e ho capito che lo facevano perché se aprivano bocca si mettevano a singhiozzare. Continuavano a deglutire fissandosi negli occhi. La signora Fiaccabrino stava appoggiata allo stipite della porta e teneva una mano davanti alla bocca. È una donna piccola e magra, coi capelli a caschetto dritti e gialli come degli spaghetti. Non ha l’aspetto di una signora. Sembra piuttosto una ragazza.
Si è lisciata il grembiule all’altezza della pancia e mi ha sorriso con la smorfia di una che avrebbe preferito piangere. Zia Milly mi ha posato una mano sulla testa, me l’ha strofinata come se fosse un soprammobile e ha detto – Fa’ il bravo -. Se n’è andata sgambettando veloce lungo il vialetto d’ingresso.
La signora Fiaccabrino per pranzo ha preparato gli gnocchi al ragù. Non sono proprio adatti con questo caldo, ha detto, ma so che ti piacciono tanto. Non ne ho toccato neanche uno, ma lei non ha fiatato. Mi ha tolto il piatto da davanti e l’ha riportato in cucina. Suo figlio Malcom è mio compagno di classe. È balbuziente. Ha cercato di farmi credere che è stato a causa della lotta che ha dovuto sostenere contro un coccodrillo quando lui e la sua famiglia vivevano in Sudafrica. Sono tornati in Italia tre anni fa. Si sono stabiliti in una villetta a due isolati da casa nostra e la mamma ci ha fatto subito amicizia. Diceva che le dispiaceva vederli sempre soli.
Il signor Fiaccabrino è stato zitto per tutta la durata del pranzo. Ci ha chiesto come fosse andata a scuola, ma quando sua moglie gli ha detto che eravamo rimasti a casa non ha più aperto bocca. Finito di mangiare si è tolto gli occhiali, mi ha stretto la spalla e ha detto – Vedrai che la mamma ti aiuterà -. Aveva gocce di sudore che gli correvano dietro le orecchie fin dentro il collo della camicia. Si è asciugato con il tovagliolo, ha scosso la testa e l’ha mostrato alla signora Fiaccabrino. Abbi pazienza, ha detto, credevo fosse il fazzoletto. Si è alzato ed è tornato al lavoro.
Domenica scorsa faceva ancora più caldo di oggi, perciò siamo andati al mare. È là che la mamma è morta. Dicono che sono confuso perché ho visto come è successo. Questo è quello che dicono. Mio fratello e io stavamo nuotando dove non si tocca. Lui è più veloce di me. Ha tredici anni e quindi è normale che lo sia. Mi ero fermato perché non ce la facevo a stargli dietro. Mi ero girato verso riva, così, per misurare quanto lontano fossi riuscito ad arrivare. Avevo fatto talmente poca strada che potevo quasi leggere i titoli del giornale di papà. Stava seduto sotto l’ombrellone e sfogliava La Gazzetta. La mamma prendeva il sole sdraiata sull’asciugamani. In quel momento ho visto il sasso staccarsi dalla roccia sopra l’insenatura e cascarle sulla testa. Ho visto papà levarsi in piedi e urlare come un matto. Non c’era nessun altro, perché in quel posto ci si arriva col gommone e siamo in pochi a conoscerlo. Ho nuotato fino a riva e quando sono arrivato ho visto il sangue e la pietra che le aveva schiacciato la testa. Non mi ricordo cosa è successo dopo. Mio fratello dice che sono svenuto, ma è falso. Dicono perfino che ho dimenticato tutta la scena e anche questo non è vero. Però vorrebbero che fosse così, l’ho capito.
La signora Fiaccabrino ha tenuto Malcom a casa perché mi facesse compagnia. Lui però non sa cosa dirmi. Sta sdraiato sul letto con un Topolino. All’inizio mi ha chiesto se volevo giocare con la playstation, ma io gli ho risposto di no. La camera di Malcom è lunga e stretta, dipinta di giallo. Ci stanno il letto, la scrivania e una poltroncina. I vestiti credo che li tenga nell’armadio dei suoi genitori.
Sto seduto sulla poltroncina. La finestra è spalancata. Ogni tanto aleggia un filo d’aria che scosta appena le tende. Leggo “Paperino e gli asteroidi contro la terra”, ma non faccio che ascoltare le cicale e perdo il filo in continuazione. Nella casa accanto abita un bambino di sette anni. Ha chiamato Malcom dal giardino e gli ha chiesto se usciva. Malcom ha risposto che fa troppo caldo e sua mamma non glielo permette almeno fino alle quattro. Il bambino allora si è messo a suonare l’inno d’Italia col flauto. Si interrompe ogni secondo.
Ho paura che adesso che la mamma è morta, papà stia pensando di liberarsi di uno di noi perché è chiaro, con due non sa come cavarsela. Ho paura che il funerale sia finito da un pezzo e che siano tutti lì a discutere su cosa fare di me.
La signora Fiaccabrino è venuta a chiamarci per la merenda. Sta in piedi sulla porta e ci sorride. Vorrei chiederle che ora è. Vorrei chiederle come mai nessuno viene a prendermi, ma le parole non mi escono di bocca. Non riesco a parlare. Non riesco nemmeno a bere la limonata. La signora mi offre una cannuccia. È di quelle grosse, con lo snodo, a righe verdi e gialle. Squilla il telefono e lei va a rispondere. Tiene lo sguardo puntato a terra e si rigira una ciocca di capelli tra le dita. Sta raccontando la mia storia a qualcuno. Lo capisco anche se parla sottovoce. Be’, dice appena ha riattaccato, ragazzi che ne dite di andarci a prendere un gelato ai giardini?
Ho ancora il bicchiere di limonata intatto davanti a me. Penso che zia Milly potrebbe passare mentre siamo fuori. La signora Fiaccabrino toglie i bicchieri dal tavolo di cucina, vuota la mia limonata nel lavello e dice – Dai, forza! Si esce! -.
Ai giardini, davanti al chiosco del gelataio, c’è un grosso cane marrone sdraiato per terra. La signora Fiaccabrino si blocca. Mamma mia, dice, com’è grosso quel cane. Lo guarda fisso, con un’espressione nervosa. Il cane ansima con la lingua di fuori. Lei chiama il gelataio. – È buono quel cane? – gli urla. Il gelataio si sporge e lo scruta. – Venga, venga – dice – che non morde -.
Malcom e io ci sediamo su una panchina. Dall’incrocio sulla strada vediamo arrivare il bambino del flauto. Si chiama Giovanni. Ciao, dice. Ha il flauto in mano. Perché non mi avete chiamato?, chiede. Malcom non risponde. Si gira verso il chiosco per controllare se sua madre stia arrivando coi gelati. Giovanni attacca l’inno nazionale. Lo suona tutto da cima a fondo, fermandosi solo due volte. Sorride. – Hai sentito? – mi chiede. La signora Fiaccabrino sta in piedi all’ombra del chiosco col cane marrone sdraiato ai piedi. Chiacchiera col gelataio. Lui mi lancia delle occhiate meste. Malcom si rivolge a Giovanni. Non gli piace parlare. Ogni volta che ci prova inciampa sulla prima sillaba e gli ci vuole un quarto d’ora per passare alla seconda. – Su… su… su… – dice. Giovanni aspetta. – Su… su… su… sua ma…sua ma… sua mamma è… è… è mo… morta – dice. Giovanni mi fissa incredulo. – Perché? – chiede. È una domanda stupida, ma ha solo sette anni e gliela lascio fare. Comunque non rispondo, perché non sono ancora riuscito a ritrovare la voce. Scruto tutte le macchine che passano per l’incrocio. Sto pronto a scattare non appena dovessi riconoscere l’auto di zia Milly. Ho paura che vada a prendermi e non trovando nessuno se la fili senza nemmeno cercarmi.
La signora Fiaccabrino arriva coi gelati. Do una leccata al mio e mi cade per terra. Non so come ho fatto. Ci ho appoggiato la lingua sopra ed è scivolato in blocco giù dal cono. Ne compriamo un altro, dice la signora Fiaccabrino. Vorrei risponderle che non mi importa, ma è più facile seguirla e fare come dice lei. Attraversiamo il prato, scendiamo lungo il vialetto di ciottoli e in quel momento succede una cosa strana. Una signora spunta dalla curva oltre l’aiuola e ci viene incontro sorridendo. Ha un vestito verde pallido e i capelli raccolti a coda di cavallo. Il cuore mi batte fortissimo, perché la riconosco in un lampo. È mia mamma. Cerco di divincolarmi dalla stretta della signora Fiaccabrino, ma lei non mi molla. Perché lo fa? Vorrei urlarle – C’è mia mamma! – ma la voce non vuol saperne di uscire. Lei mi stringe la mano come in una morsa. Mi divincolo, muoio di caldo, lei mi posa una mano fresca sulla fronte. Mi dice – Svegliati -. Allora apro gli occhi e me la vedo accanto, piegata sulla poltroncina in camera di Malcom. Calma, mi dice. Sta’ tranquillo.

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2 Responses to Qualcuno verrà

  1. allorizzonte says:

    E’ il destino di un po’ tutta la letteratura quello di aprire una bonaccia tra i marosi del divenire.

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