Occhi

di Leonardo Battisti

Il racconto che segue è nato all’interno del Cantiere di Letteratura Notturna che si tiene all’Hula Hoop Club.

Anche quella messa era andata. Una al giorno iniziava a pesargli. Don Francesco rimase un istante a guardare i pochi fedeli del mercoledì mattina disperdersi come un esercito sconfitto in ritirata. Poi si diresse verso la porticina alla sinistra dell’altare per andarsi a cambiare. Quando rientrò in chiesa notò appena che c’era più gente del solito per quell’ora. Qualche volto nuovo sui banchi in fondo, un uomo grosso con una maglietta attillata, forse sporca, con accanto un’anziana donna, sua madre forse, entrambi curvati in avanti e con le mani giunte come per chissà quale penitenza. Poi le solite beghine. Vedeva le labbra muoversi senza riuscire a sentire le loro preghiere. Entrò in confessionale stanco, facendo appena cenno ai presenti che era pronto. Non lo era affatto. Sentiva di non essere più all’altezza del suo ruolo, di non averne più voglia.

Aveva conosciuto una donna, in confessionale, il luogo eletto del segreto. C’è chi sa convivere con un segreto per tutta la vita. Lei voleva solo spergiurare contro dio davanti a qualcuno a cui importasse qualcosa, di dio. L’incidente ferroviario più insensato e incomprensibile della storia le aveva portato via la figlia poco più che adolescente. Una famiglia distrutta. Una vita distrutta e tutto da rifare per chi ne ha ancora voglia o per chi non sa fare diversamente.

Aveva ceduto presto, stroncata dal dolore e dalla necessità di conforto, e aveva preso a parlare al prete di tutto, come per riscrivere disordinatamente una vecchia storia partendo dai dettagli, nella speranza di liberarsene una volta per tutte.

Don Francesco se ne era innamorato subito. Non per pietà. Avviene tutto molto in fretta quando uno ha bisogno di essere amato e l’altra ha solo bisogno. Al di fuori del confessionale si erano visti poche volte, fuori città, in orari morti, intorno ai pasti. Si erano conosciuti anche in quell’altro senso, più volte, perché era sembrato loro naturale, troppo naturale per essere sbagliato.

Per il parroco quella non era la condizione migliore per stare in confessionale ad ascoltare il povero signor Paolo che si sentiva ancora in colpa per la morte della moglie che aveva tradito di tanto in tanto con qualche prostituta.

Il vescovo capirà – pensava – se gli dico che voglio spretarmi. Farà un po’ di storie, vorrà sapere perché. Non sono tenuto a dare nessuna spiegazione. Ma poi che faccio? Mi ricatterà. Non accetterà il mio ritiro finché non gli avrò detto perché. Vuole giudicarmi pure lui. Vogliono tutti giudicarmi. Che faccio, dopo?

Le persone si alternavano nel confessionale con ritmo regolare. Lui fingeva di ascoltarle tutte alla stessa maniera.

Il concordato fiscale – divagava in automatico la sua mente – è lo strumento migliore per combattere l’evasione. Un patto col contribuente infedele sulla base di un’aliquota sostenibile per lui come per lo Stato.

Mentre si sforzava senza alcuna convinzione di fuggire il peso delle debolezze sue e degli altri, sentì un urlo disumano amplificato dall’acustica perfetta della chiesa. Non capì se si trattava di una donna o di un uomo e per un po’ rimase fermo nel confessionale senza muovere un muscolo. Quando uscì le urla erano triplicate. Si lanciò spedito tra i banchi verso le porte. Mentre accorreva, vide una donna accasciarsi a terra senza smettere di piangere e il signor Paolo girarsi di scatto col volto stravolto nell’intento di cacciare un grido che di fatto gli rimase strozzato dal vomito che era risalito in bocca e si era riversato a terra, sul marmo opaco del pavimento.

Quando capì quello che era successo si sentì il cuore esplodere nel petto. L’uomo grosso delle ultime file si era strappato gli occhi, di colpo, senza alcun preavviso. Le sue preghiere si erano fatte man mano più chiare, più udibili e forti fino a lasciar intendere che si trattava, in realtà, di bestemmie. Poi, quando già qualcuno si avvicinava a rimproverare quel comportamento, si era infilato le dita nelle cavità oculari e si era strappato via i bulbi, senza foga, senza scatti, facendo rimbombare fra le navate uno strillo sottile e acutissimo. Giaceva steso a faccia in su col volto interamente coperto di sangue, che in parte gli si rinfilava in bocca ovattando le urla che lanciava attorno a scansioni regolari e lente, finché non svenne. La vecchia accanto a lui, forse la madre, era rimasta seduta sul banco, con le mani giunte, e piangeva mordendosi le labbra. Il suo corpo era scosso da sussulti violentissimi, come investito da una scarica di colpi d’arma da fuoco di piccolo calibro. Ai suoi piedi si allargava lentamente una macchia d’urina.

Don Francesco sostenne quello spettacolo per un tempo sufficientemente lungo perché potesse creargli problemi per tutta la vita. Poi alzò lo sguardo e vide alcune beghine correr fuori dal portone senza smettere di urlare e invocare Gesù, madonne e santi vari. Bene, – pensò – chiameranno loro ambulanze e forze dell’ordine.

Guardò di nuovo in basso, poi ancora su. Erano usciti tutti dalla chiesa tranne lui, la vecchia e l’uomo. L’aria si stava saturando dell’odore acido del vomito. Le statue e gli angeli degli affreschi parevano fissarlo sconvolti. Abbassò ancora gli occhi. Uno spicchio di luce filtrò dal portone semiaperto poggiandosi sul sangue ancora chiaro che si spandeva sul pavimento. Vide i bulbi a terra e gli sembrò per un attimo che ricambiassero il suo sguardo. Chiuse le palpebre d’istinto, pensando che non si sarebbe mosso di lì fino all’arrivo dei soccorsi, e che non avrebbe fatto entrare nessuno in chiesa. Poi si avviò verso le porte per sbarrarle sforzandosi di riprendere i pensieri interrotti di prima, ma non ci riuscì.

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3 Responses to Occhi

  1. allorizzonte says:

    Spiace scriverlo, ed è la prima volta: ci sono troppe spiegazioni.
    Meno didascalie e più spazio all’azione di coloro che vivono tra le righe.

    Non demordere è questione di stile, i contenuti emergono.

  2. Tranquillo/a, non demordo! 😉 Io però ero convinto di non aver messo nulla tra le righe, e soprattutto di non aver messo azione e contenuti.

  3. Pingback: Occhi | Mi fido solo del vento

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