Essere qualcun altro

Alcune considerazioni su Nessuno è indispensabile e Mabel dice sì

di Vanni Santoni

Qualche giorno fa ho ricevuto un pacchetto quantomai gradito dall’ufficio stampa Einaudi: conteneva infatti due libri che attendevo con curiosità di leggere, scritti da autori per i quali, prima di averli conosciuti, avevo provato un particolare sentimento: la volontà di essere loro. Ma veniamo subito all’aneddotica, affinché non mi si tacci di stramberia o esagerazione.
Era il 2007 e avevo appena pubblicato il mio primo libro. Si trattava di un libriccino piccolo così, pubblicato da un editore piccolo così. Era però distribuito, il che era sufficiente a dar fiato al mio ego: una sera di maggio ero con un’amica in una libreria caffè della mia città; vedendo il libro in scaffale ella (con mia somma gioia, si capisce) se ne appropriò, e io potei, con la vana, pomposa soddisfazione che solo chi ha appena pubblicato il suo primo, minuscolo libro può avere, farle la grazia di una dedica. Esattamente in quel momento – giuro! – un tizio che a occhio poteva essere mio coetaneo stava dedicando un suo libro a una sua amica. Un libro Einaudi! A quei tempi non sapevo granché di editoria, dunque non avevo dubbi che gli autori delle grandi case editrici fossero innanzitutto morti, certo mai giovani, e comunque situati in un piano di esistenza differente dal mio. Mi sentii un lemure al cospetto di un potente demiurgo. Avrei voluto essere lui. Ora, a quei tempi Luca Ricci non lo conoscevo, quindi non posso essere sicuro che fosse effettivamente lui, ma quando successivamente l’ho visto, ho stabilito che lo era senz’altro, un po’ come in quel racconto in cui Bukowski becca Céline in libreria.
Con Peppe Fiore il discorso è differente: mi ritrovai a presentare un suo libro di racconti a Firenze, e ricordo che aveva un buco quadrato in mezzo alla copertina. Non trattandosi di uno di quei libri per bambini coi buchi concentrici in ogni pagina, avevo forti dubbi che un oggetto del genere potesse avere in sé contenuti validi. Per di più avevo di recente pubblicato per un grande editore e quindi, ubriaco di illusioni e vanità, ogni volta che vedevo un autore edito da un piccolo editore mi sentivo come un potente demiurgo al cospetto di un lemure; e tuttavia la sensazione finì subito, poiché leggendo quel suo libro, mi scoprii a voler essere Peppe Fiore: perché mostrava una indubitabile abilità speciale: un istinto per l’esattezza lessicale – ovvero per la scelta del termine o della metafora giusta per evocare una specifica sensazione o immagine – raro anche tra i grandi, e che vedevo per la prima volta in un mio coetaneo e contemporaneo.
Adesso sono uno scrittore un po’ più adulto, non do importanza a queste sciocchezze e soprattutto ho capito che siamo sempre tutti lemuri: tuttavia Luca Ricci e Peppe Fiore rimangono due autori invidiabili. A Peppe, oltre al fatto di scrivere romanzi che fanno schiantare dal ridere, continuo a invidiare l’esattezza lessicale, che nel suo nuovo Nessuno è indispensabile raggiunge livelli trascendentali, anche e soprattutto nell’assurdo. Perché quando Fiore dice che qualcuno “si sentiva come se gli avessero riempito la testa di fango con una siringa da pasticcere”, tu scopri che quella sensazione esiste, e che è esattamente quella adatta a descrivere lo stato mentale, fisico ed emotivo di quel personaggio in quel momento. E Nessuno è indispensabile, dove si racconta il collasso umano degli impiegati di una grande azienda, e il conseguente collasso fattuale dell’azienda medesima, è un libro invidiabile anche per la costruzione dei personaggi, immersi fino al collo in suggestioni da cultura di massa andata a male e tuttavia dotati, nessuno escluso, di – come si suole dire fin troppo spesso, ma in questo caso è vero – profondissima umanità. Se tutto questo non bastasse c’è pure il finale lisergico, che è un po’ come darmi cantucci e vin santo dopo una cena che era già buona prima.
Quello che invidio a Luca Ricci è di più difficile definizione. Si potrebbe parlare di “economia”, di “misura” (come fa Giovanni Tesio in quarta), di “precisione”: tutti termini adeguati per definire la sua lingua e il suo stile (e in effetti si potrebbe parlare anche di “stile”, così, in senso generale), ma la questione è anche più profonda. Ciò che lascia ammirati in Mabel dice sì, romanzo breve costruito intorno a un pianista finito a fare il portiere di notte in un albergo la cui stella ineffabile è una receptionist dalla illimitata disponibilità sessuale, è la capacità di costruire un romanzo tutto in trasparenza. Sovente nei romanzi ci sono momenti in trasparenza; Mabel dice sì è trasparente per intero, ed è per questo che lo sguardo di Ricci non si abbassa mai a spiegare, bensì obbliga noi a spiare (ma come si spia un vetrino da microscopio): a trarre conclusioni che, per la natura sfuggevole e in fin dei conti metafisica dei rapporti umani, non possono mai essere conclusioni, quanto piuttosto avvisaglie di un senso più grande, lampi di verità in un romanzo che, nello spazio esiguo di 137 pagine, presenta non tanto la cronaca di una serie di eventi, quanto piuttosto una coscienza cosmica che per un attimo, ma con potere assoluto e definizione subatomica, posa la sua attenzione su quella serie di eventi.

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6 Responses to Essere qualcun altro

  1. Neri Fondi says:

    Mi trovo fortemente d’accordo con te soprattutto sul fatto dell’essere sempre lemuri, anche se forse una precisazione si potrebbe fare, almeno a mio avviso: siamo lemuri rapportandoci al mondo, ma dobbiamo essere giganti rapportandoci a noi stessi, per darci la forza ed il coraggio di proseguire.

  2. klek says:

    2 libri interess

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