La marcatura della regina

Riportiamo un estratto del romanzo La marcatura della regina (Edizioni Socrates, 2012) di Giovanni Di Giamberardino, secondo titolo della collana Luminol e finalista al Premio Calvino 2009 con il titolo Aristeo e le api. Tra le caratteristiche di questo libro vi è quella di una struttura in 24 capitoli (che si rifanno alle ore della giornata) che potrebbero essere letti anche come racconti a sé stanti, come inquadrature che vanno a ricomporre un puzzle di cui si vedrà la figura intera soltanto alla fine della storia.

«Vieni a letto, tesoro!»
Pierpaolo sperò che non lo chiamasse di nuovo.
«Tesoro!»
Sapeva che non avrebbe smesso fino a quando non fosse andato da lei. Così spense il televisore, nonostante fosse a metà di Fight Club e morisse dalla voglia di scoprire chi diavolo fosse Tyler Durden. Tirarsi su dal divano fu un’impresa titanica: era stata una giornata distruttiva nella sua libreria, spesa interamente a caricarsi e sistemare sugli scaffali le copie dell’ultimo mattone sfornato da Ken Follett, di cui probabilmente avrebbe venduto un quinto visto che il supermercato Sigma proprio accanto aveva iniziato a venderlo con lo sconto del 15%. Per non parlare poi della dose di antistaminici che gli circolava nelle vene: oltre alla spietata primavera doveva fronteggiare pure il vicino di casa giardiniere. Avrebbe perciò preferito concludere quel venerdì in qualsiasi altro modo che non fosse imbalsamarsi a letto a rimuginare sul far west che era ormai diventato il mercato dell’editoria italiana. Purtroppo per lui la sua dolce metà detestava che qualcuno le sgusciasse accanto nella fase R.E.M.
La camera era dipinta e arredata sfruttando diverse tonalità di rosso, tanto che entrando sembrava di essere stati ingoiati da due enormi mastodontiche labbra. Francesca si stava spalmando la crema idratante sulle braccia snelle, la sottoveste bordeaux che le copriva sì e no l’inguine, i capelli ruggine, riccioluti e vaporosi sulle spalle, sulla pelle vellutata. Aveva quarantacinque anni, ma ne dimostrava dieci di meno. Gli era impossibile capire perché una donna così attraente si fosse infinocchiata con un tipo anonimo e bruttino come lui. Certo, non si poteva dire che il karma non si fosse sbrigato a riequilibrare la situazione.
«Sai che mi svegli quando vieni a letto dopo di me».
Se qualcuno si fosse trovato per caso a origliare dalla finestra avrebbe creduto che nella stanza una scimmia stesse compiendo la manovra di Heimlich su un’aquila che si stava strozzando tirando il collo ad una gallina: Francesca non aveva affatto una voce suadente. Pierpaolo calciò svogliatamente i pantaloni della tuta e rimase in boxer bianchi. Poi fu la volta della maglia della salute, che rivelò il sodo rotolo di pancia tipico dei quarant’anni, fedele compagno per il resto della vita. Infine l’uomo si avvicinò al letto rosso vivo. Tutt’intorno, persino sul televisore sopra la cassettiera, il cimitero dei ninnoli: carillon di ogni tipo e dimensione, ballerine di porcellana d’anteguerra, campanellini d’argento, coppe, coppette, brocche, brocchette, vassoi, vassoietti, pietre, vetri, spille, tazzine, cianfrusaglia dorata della più disparata. Francesca adorava collezionarne, con sommo disappunto di Pierpaolo, soprattutto perché toccava a lui poi disporli sui mobili, uno alla volta.
«Porti un bicchiere d’acqua a Checca tua?»
L’uomo abbassò la testa e sbuffando si diresse a piedi nudi in cucina. Afferrò il bicchiere dalla credenza e lo piazzò sotto il rubinetto.
«Quella del bagno è più fresca!»
Pierpaolo trovava assai curioso, mentre marciava verso il bagno, il fatto che sicuramente di quell’acqua non avrebbe bevuto neanche un goccio. Non ne beveva mai un goccio. Mai. Il pavimento in porcellanato avorio era gelato e gli intorpidiva i piedi. Riempito il bicchiere, lo poggiò un secondo affianco al lavello, abbassò la tavoletta del water, ci salì sopra e immerse la mano nello sciacquone, poi riscese a terra e tornò in camera.
«Posalo sul comò», disse Francesca senza prestargli attenzione, concentrata com’era a mettersi lo smalto rosso rubino alle dita dei piedi. Pierpaolo sistemò il bicchiere proprio accanto a lei. Per un attimo Francesca non badò al ticchettio dell’acqua, poi con la coda dell’occhio notò la chiazza bagnata proprio accanto al piede destro del marito.
«Stai gocciolando sul parquet».
L’uomo non fece un passo. La moglie allora sollevò di poco la fronte, quanto le bastò per accorgersi della canna della pistola puntata addosso. Lanciò uno sguardo a Pierpaolo, i cui muscoli del corpo erano tesi fino allo spasmo sul minuscolo grilletto, e riprese a pennellarsi l’unghia del ditone.
Pierpaolo sgranò gli occhi. La donna si era messa a miagolare una vecchia canzone di Patsy Cline.
«E-e-e allora?»
«E allora cosa devo dirti? “Ti prego, non lo fare, le cose si sistemeranno, risparmiami”?», ribatté, concentrata a non sbafare di rosso la pelle del mignoletto. Poi sguardo al cielo sbuffò inespressiva:
«Ti prego, non lo fare, le cose si sistemeranno, risparmiami».
«G-gu-guarda c-che è ca-carica!»
«Pierpi, non sono cieca. Se vuoi spararmi, sbrigati e andiamo a dormire».
«Francesca, sto per f-fi-fi», tartagliò, di sillaba in sillaba più viola, «f-fi-ficcarti un proiett-tile nella testa!»
«Prima di tutto non sono sorda. Secondo poi, devi togliere la sicura. Terzo, dubito che lo farai. Lo sai tu, lo so io e lo sa il tuo psichiatra».
L’uomo abbassò l’arma, la bocca ancora spalancata. Francesca richiuse il flacone dello smalto e tentò di soffiare sulle unghie dei piedi, torcendosi in una posizione quanto mai scomoda e innaturale, il ginocchio a sfiorare il mento nella prova degna di una esperta contorsionista.
«Non hai preso le pillole, vero?»
Pierpaolo scosse il capo e si sedette ai piedi del letto, spalle a Francesca. La donna si stese all’indietro con i gomiti sul materasso, i capelli ondeggiavano rasenti il lenzuolo.
«Meglio così. Per te e molto di più per me. Ma dovresti sbarazzarti di quella pistola. Succede ogni volta così. Se potessi, l’avrei già fatto io, ma…»
L’uomo si voltò verso Francesca, la pistola serrata contro il petto, l’espressione ancora paralizzata in una smorfia di panico.
«Uffa! Te lo devo spiegare ogni volta!», replicò piccata dondolando le gambe e buttando la schiena sul letto: «Io non esisto».
Francesca non distolse gli occhi dal marito, dalla sua schiena olivastra. Una statua di sale.
«Fallimentare incapacità di relazionarsi con altri individui che sfocia al primo stadio nella nevrosi, al secondo nella psicosi, dando luogo infine alla creazione di personaggi irreali sui quali può esercitare controllo», recitò svogliatamente, «In altre parole sei pazzo come un cavallo, tesoro».
«N-Non è v-v-vero!»
«Su questo ti do ragione. Su di me non eserciti alcun controllo».
Pierpaolo posò la pistola sulla coperta rossa, lasciando per impronta un alone scuro e umido. Poi avanzò gattoni verso la mano di Francesca. Era calda e affusolata, la pelle liscia profumava d’arancia.
«Non pensarci troppo», sorrise Francesca, «non è reale. Guarda», agguantò la boccetta di smalto sul comodino, svitò il tappo e svuotò il contenuto sul petto di Pierpaolo. Lui balzò all’indietro e si passò le mani sul colore: i palmi sembravano tinti di sangue.
«M-ma-ma sei…»
«Che? Pazza?», ammiccò lei, gli occhi marini a sommergerlo.
Pierpaolo si guardò di nuovo le mani. Adesso erano pulite, pallide, così come il suo torace, eccetto per la rada peluria grigia. All’uomo non restò che abbandonarsi sul ciglio del letto.
«Quindi tu…»
«Sì».
«E io…»
«Oh, sì! Oggigiorno non sei neanche un caso eccezionale: ho letto su “Focus” che su 100 persone che incontri al giorno 20 sono gay, 8 hanno disturbi mentali e 2 sono irreali. Non capisco perché la gente parli tanto male di quella rivista…»
«M-ma tu da do-dove…?»
«Ah, non l’ho mai capito. Non so quale sia stato il film carcerato…»
«Ga-galeotto».
«Galeotto, bravo tesoro. Carne tremula o Al lupo, al lupo, anche se per un po’ sono stata convinta de Le età di Lulù…»
L’uomo si rivolse ancora a lei, con timidezza: «I-io non capisco…»
«All’inizio, cioè quando è cominciata la tua malattia, eravamo una coppia di quelle smielate, romantiche. Pierpaolo e Francesca, o come accidenti si chiamavano. Innamorati come nei peggiori film di Meg Ryan. Sessualmente appagati come i protagonisti di uno dei porno coreani che ti scarichi sul pc. Ma l’età avanzata, le entrate e le uscite dalle cliniche psichiatriche, il tuo noiosissimo lavoro in libreria, ed eccoci qui. Mi hai dato questa voce, questo carattere, così sarei stata un’illusione più credibile. Il corpo di Francesca Neri e la voce di Sbirulino. Per non rischiare di perdermi e rimanere solo. E adesso siamo incastrati qui, in questo eterno ciclico paradosso».
«Allora perché d-diavolo me lo hai d-d-d-det-t-to?»
«Senti, tesoro caro, non è colpa mia se tra i difetti che tu, ripeto, tu hai scelto per me, oltre alla vocetta c’è pure la loquacità, anche se io la definirei più come una sviluppata attitudine alla sincerità».
«Chia-chiacchierona e superba. Sono un fa-fallito persino come ps-psi-, come p-psi-», e riprovò ancora, «persino come psi-»
«Piano, tesoro».
Francesca accarezzò la schiena di Pierpaolo, intrappolato nel loop di quella maledetta sillaba che gli si disinnescava in bocca. Poi l’uomo implose, agguantò la pistola e scattò in piedi: «C-cazzo!»
Per un momento Pierpaolo ricambiò lo sguardo preoccupato della donna in ginocchio sul letto, poi la sua attenzione fu deviata sugli oggetti attorno: la cassettiera, il plotone di ballerine e tazzine, l’abat-jour rosso. Pierpaolo si accorse quanto la pistola fosse ancora bagnata soltanto quando appoggiò la canna alla tempia.
«Che fai?»
«La fa-accio finita», chiarì togliendo la sicura.
«Perché?»
«Per-r-ché? Perché c-ci metto ci-cinque minuti a f-finire una frase, p-perché entro due anni la libreria fallirà e l’unica persona che rimarrà con m-me m-me la sono creata da solo».
«E che importa? Sono qui. Con te. Tanto basta».
«Lo-lo dici solo p-perché se mi am-ammazzo, tu fai la stessa fine».
«No», rispose la donna scostando una ciocca che le era turbinata davanti agli occhi, il labbro che tremava carne, «Perché credi che ti voglia ogni sera a letto con me? Non è perché sennò poi mi svegli, ma perché se tu non sei vicino a me non posso dormire, non ce la faccio!»
Una goccia scivolò dalla tempia giù fino al mento, poi si perse muta nel vuoto.
«Posso sognare solo se tu lo fai con me».
Francesca riposò il capo sul soffice tessuto rosso. Per un momento Pierpaolo la vide vagare per chissà quali pensieri o ricordi. Memorie false, costruite, ma non per questo meno reali. La luce verde acqua degli occhi si attenuò di poco quando lui abbassò l’arma, poi la donna sospirò:
«Non mi piacciono le storie in cui muoiono i protagonisti. Le trovo sempre troppo convenienti e molto poco coraggiose. Non come te».
L’uomo annuì e si sedette di nuovo accanto alla moglie. Si sentiva pesante. Forse era il braccio indolenzito. No, era la pistola, che infatti venne lasciata a riposare sulla coperta.
«Perché finisce così ogni volta che litighiamo? Tu che tenti di spararmi, io che ti confesso che sei malato di mente, tu che tenti di ucciderti, io che ti convinco a non farlo…»
«Dovremm-mmo andare da un t-terapista», propose lui.
Entrambi scoppiarono in una sincera e grassa risata. Da quanto tempo non succedeva. Avevano lo stesso timbro, la stessa maniera sguaiata di ridere. Perché non trovavano vergogna in questo. Nel ridere nessuna vergogna.
«T-ti amo».
«Ti amo anch’io», rispose lei per poi baciarlo, finalmente. «Ora vieni a letto».
Pierpaolo scostò la coperta, ma fu Francesca a precederlo:«Mi prendi un attimo il telecomando? C’è lo speciale di “Porta a Porta” sul cadavere di Via Nomentana».
«Ma tu n-non dovevi dormire? Pre-prenditelo da t-te!»
«Non esisto, cretino».
Pierpaolo, seccato, si sbrigò a prendere il telecomando e sintonizzò subito su Raiuno. Ancora il tg di mezza sera. Con la tv accesa, nessuno dei due sentì il trambusto degli agenti di polizia che si appostavano sul pianerottolo e sulla rampa di scale davanti all’appartamento. Non avevano di che preoccuparsi comunque: non erano venuti per loro.
Pierpaolo affondò il capo nel cuscino fresco. Francesca era al suo fianco adesso, e così ancora quando chiuse gli occhi infilando le gambe sotto le lenzuola. La pistola, dimenticata sulla sponda del letto, scivolò piano tra le pieghe rosso vivo.
Giù, sempre più giù, verso il precipizio.
E cadde come corpo morto cade.

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