Falkenau

Con grande piacere riproponiamo qui di seguito il racconto Falkenau, di Andrea Tarabbia, pubblicato sul numero quattro della rivista, a cura del collettivo sparajurijAtti impuri. Rimandiamo i lettori, inoltre, alle scorse collaborazioni con la suddetta rivista:

Editoriale Atti impuri II
Recensione di Atti impuri II a cura di Gianluca Liguori
Racconto Anime gemelle, di Riccardo Ferrazzi, su Atti impuri III
Editoriale Atti impuri IV

Falkenau

di Andrea Tarabbia

Abbiamo aspettato che Falkenau si affacciasse ancora alla finestra della sua casa al pianterreno, perché la prima volta io Werner eravamo riusciti a vederlo bene. Non eravamo sicuri che lavremmo visto di nuovo, ma la prima volta ci aveva colto impreparati, e non avevamo quasi registrato lavvenimento. Falkenau aveva aperto le tende e spalancato i vetri e si era guardato attorno. Nello stesso istante, mentre nella macchina io e Werner ci mettevamo in allarme, il lampione che sullingresso della casa si era spento allimprovviso, lasciando qualche metro di marciapiede completamente al buio. Quando la luce è morta, ho lanciato un piccolo grido che Werner mi ha troncato nella gola con unocchiata feroce. Anche Falkenau è trasalito, o così mi è parso. Il ronzio del lampione è ricominciato quasi subito, gettando sullasfalto una luce opaca e intermittente. Falkenau si è fatto schermo con le mani e ha guardato nella nostra direzione, ma sono sicura che non ci ha visto, ed è rientrato in casa.
Da alcuni giorni Werner aveva la sensazione che si fosse accorto di noi.
«Non proprio di noi», diceva, «ma mi sembra che si comporti come chi ha fiutato qualcosa. Forse sospetta di essere seguito, o qualcuno lo ha messo in guardia.»

«Ci sono nella sola Berlino migliaia di Falkenau», aveva detto larchivista quando, alcune settimane prima, Werner le aveva riconsegnato il fascicolo GW232/1989relativo al quinquennio 1985-1989 e allattività del cittadino Glemnitz Werner, regista teatrale, drammaturgo, impiegato presso un ufficio postale sulla Karl-Marx Allee, Berlino,sospetto dissidente, nome in codice Marlow:

Aprile, 3, 1985, ore 21.04: Marlow e la compagna hanno ospiti in casa. Parlano a lungo della scarsità di mezzi. Marlow espone il progetto di un allestimento della Madre Coraggio. Non si ravvisano elementi rilevanti. UGF XX/7

Giugno, 22, 1985, ore 19.45: Musica ad alto volume per tutto il pomeriggio, come nei due giorni precedenti. Marlow riceve continue visite da parte di conoscenti. Si consiglia intensificazione dei controlli. UGF XX/7

Gennaio, 13, 1986, ore 6.36: Perquisizione dellappartamento di Marlow avvenuta con successo. Rinvenuti n. 2 passaporti falsi a nome Ulrich Heine e Christa Neuman. Si è proceduto al fermo di Marlow e della moglie, Silke Maria Reitz. UGF XX/7

Limpiegata aveva guardato il foglietto che Werner le aveva allungato, aveva letto la sigla che vi era trascritta e si era messa a cercare in alcuni cassetti.
«Ecco qui», aveva detto alla fine, tirando fuori una cartelletta marrone che aveva posato sul tavolo davanti a Werner e a me, «UGF XX/7, grado: capitano. Sapete cosa significa?»
Io e Werner avevamo annuito rimanendo in silenzio. L’impiegata ha atteso un istante con le mani sul fascicolo, poi ha sollevato la testa e ci ha guardato negli occhi. Ha girato il foglio e ci ha permesso di leggere il nome vero di UGF XX/7:
«Udo Gedeck Falkenau», ha sibilato Werner.
È rimasta ferma al proprio posto, mentre una donna, dal fondo della sala di consultazione, è scoppiata a piangere. Un uomo che non conosceva si è avvicinato e le ha dato un fazzoletto.
L’impiegata ha abbassato lo sguardo, ed era come se annuisse.

La seconda volta, nella mezza luce mi è sembrato che Falkenau indossasse una canottiera e si fosse messo degli occhiali da vista molto spessi, con la montatura nera. Lho guardato a lungo prima di essere sicura che fosse lui. Ha appoggiato le mani sul davanzale e si è sporto leggermente in fuori. Ha chiuso gli occhi e ha tratto un respiro profondo, come se cominciasse solo allora a respirare, ed è rimasto così per un minuto, forse due. Era come se fosse immobile e in ascolto di qualcosa che io Werner conoscevamo.
«Cosa sta facendo?» ho chiesto allora. «Cosa sta ascoltando?»
Werner ha preso la pistola da sotto il sedile e l’ha tenuta ferma sul palmo aperto; la mia ultima frase si è persa nel niente dell’abitacolo. La luce del lampione è crollata una seconda volta, ma io adesso pensavo a ciò che Werner teneva in mano e a quello che voleva fare. Falkenau, alla finestra, si è acceso una sigaretta e ha tirato due boccate con i gomiti appoggiati al davanzale.

Prima di uscire dall’Archivio di Stato ci siamo fermati a lungo davanti alla scritta che, nellingresso, il benvenuto ai visitatori. Ci siamo ricordati di quando, quasi cinque anni fa, eravamo stati trascinati a forza dentro questo stesso edificio, ammanettati, e spinti lungo quei corridoi interminabili e neri dove adesso zampettano impiegate con pesanti maglioni di lana grigia e guanti di lattice bianco. Anche allora passavano persone che trascinavano grossi carrelli di ferro pieni di fascicoli. Ho pensato che si trattava degli stessi fascicoli, oggi come allora, e lho detto a Werner. Mi ha guardata e ha stirato le labbra, come se non volesse sorridere.
Dopo la detenzione, io sono riuscita, all’inizio del 1989, a trovare un lavoro in un caseggiato di Treptow grazie a una cooperativa di pulizie. Werner è tornato libero solo dopo il cambiamento. Gli avevano dato venticinque anni. Ancora oggi non so quasi nulla di cosa ha passato a Hohenschönhausen, e forse è meglio così. Noi volevamo soltanto andare ad Amburgo, dove Werner avrebbe potuto allestire la Madre Coraggio al Thalia. Parlandone tra noi, una volta ci eravamo addirittura detti che saremmo ritornati. La nostra vita è qui, è sempre stata qui.

Di Falkenau sappiamo che è divorziato e non ha bambini. Non si vede mai con i colleghi di un tempo. Un paio di volte, labbiamo visto rincasare con una donna che se nè andata circa unora dopo. È molto legato a un nipote, figlio del fratello, e ogni tanto Werner lo ha seguito mentre lo andava a prendere a scuola. Sappiamo di lui molte cose: chi è, cosa fa, quando va allo stadio a vedere lHertha, quante ore lavora e dove fa la spesa; lo abbiamo persino visto a un paio di manifestazioni della SPD avvolto nella bandiera del partito. Ma non sappiamo alcune cose che, invece, lui sapeva di noi: ciò che pensa o che desidera, quali sono i suoi progetti e le sue angosce. Non sappiamo se, in un momento qualsiasi delle sue giornate, io e Werner e gli altri come noi gli torniamo in mente e lo tormentiamo.
Quando ci ha stretto la mano, l’impiegata dell’Archivio ha indugiato a lungo prima di lasciarci andare. Ha detto:
«Io sono contraria a questa direttiva: nessuno dovrebbe conoscere l’identità del proprio persecutore. Ma la democrazia vuole così, e noi ci adeguiamo. Ascoltate me: sapete chi è e dove vive, fatevelo bastare.»

Nel lampo di luce elettrica, la canottiera di Falkenau è brillata alla finestra. Rispetto a quando indossa la giacca o è avvolto in una bandiera, adesso sembra molto più grasso e cascante.
Ho chiesto a Werner di metter via la pistola, perché mi fa paura. Lui ha continuato a tenerla tra le mani e a osservarla. Werner non è un uomo violento. Una goccia di sudore gli è scesa lungo la tempia, mentre le dita stringevano l’arma fino a diventare bianche. Ha aperto di scatto la portiera, e in un bagliore di luce ha attraversato la strada con un balzo. Non mi ha sentito quando ho urlato il suo nome e sono scattata fuori dalla macchina. Ho attraversato la strada senza badare alle auto, ma in quel momento non passava nessuno, e gli unici esseri umani nella via sembravamo essere io, Werner e il nostro carnefice. La sagoma molle di Falkenau si è eretta di colpo quando ha visto Werner avvicinarsi di corsa alla sua finestra. Nella mano destra, Werner teneva la pistola. Si è fermato a pochi metri dal corpo sbalordito di Falkenau, che ha lasciato cadere il mozzicone di sigaretta nel vialetto d’ingresso. Mi sono fermata anch’io poco dietro Werner, e ho chiamato ancora il suo nome. Il lampo elettrico ha illuminato la sua sagoma e per un minuto, prima di crollare di nuovo, l’ha avvolta in un’aureola di luce; da dietro, le sue spalle si alzavano e si abbassavano, e respirava come si respira dopo una corsa. Falkenau ha visto la pistola nella sua mano, e ha riconosciuto la sua vittima perché l’ha chiamata per nome:
«Marlow!»
Ha pensato – si è visto chiaramente – di scappare dentro casa, ma ha subito capito che sarebbe stata una dichiarazione di guerra ed è rimasto fermo. C’è stato un interminabile momento di niente in cui i due uomini si sono guardati e io ho cominciato a tremare.
«Non penserà di risolvere tutto così?» ha chiesto Falkenau e la sua era la voce di qualcuno che prega.
Werner ha fatto alcuni passi verso la finestra, in un silenzio irreale. Il lampione ha ripreso a ronzare, e ha illuminato la mano di Falkenau chiusa sul posacenere. Werner non ha mai smesso di camminare e di guardarlo dritto negli occhi. A casa, poco dopo, entrambi ci siamo sfogati piangendo a lungo sul divano e facendo l’amore in modo triste. Quando è arrivato sotto la finestra, Werner ha sollevato lentamente la mano con la pistola e il volto di Falkenau si è contratto in una smorfia flaccida.
«Che cosa vuole?» ha urlato. «È tutto finito, ormai, è tutto finito!»
Werner rimaneva fermo nel vialetto con la pistola puntata, senza badare al posacenere e, come disse poi, senza pensare a niente. Due giorni dopo, avremmo cominciato le prove per l’allestimento della Visitadellavecchiasignora a Lipsia.
Falkenau, in alto, era immobile e pallido: solo i suoi occhi continuavano vertiginosamente a muoversi tra il corpo di Werner, il mio e la strada vuota. Mi ha chiesto con uno sguardo di fare qualcosa per lui e io, mentre la luce crollava di nuovo, ho sorriso senza essere vista.
Molte volte ci eravamo immaginati questo incontro, e molte volte, ora eccitati, ora infelici, ci eravamo ripetuti ciò che avremmo detto a Falkenau e come ci saremmo comportati con lui, ma né io né Werner, quella sera, davanti al nostro carnefice in canottiera, riuscimmo a dire una parola. Forse nello stesso momento, da qualche parte a Berlino, o a Dresda, o a Chemnitz, qualcun altro stava come noi al cospetto di un uomo, e parlava con lui, e lo accusava, e lo insultava.
Noi rimanemmo fermi ancora a lungo, nella luce morta del lampione, mentre la sera era fredda e c’era nell’aria un senso di fine.

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One Response to Falkenau

  1. PostNarrativa says:

    bello, scribacchinati creativa.
    Salut e Ci vediamo su LapostNarrativa.

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