Il colletto di Éric

di Antonio Russo De Vivo

Quando in televisione passò quel famoso spot della nike il giorno dopo noi maschietti in classe eravamo quasi tutti euforici. Nel Colosseo c’era questa partita tra mostri e alcuni dei più forti calciatori del mondo, ne era del destino del calcio e questo destino era in mano a gente come “il fenomeno” e il “paolone nazionale” insieme ad altri che noi conoscevamo bene ma la cui memoria nel tempo va sbiadendosi. Tra questi altri c’era il francese Éric, uno dalla tecnica sopraffina e dal tiro potentissimo. Éric prima di allora l’avevamo visto solo su tele+ che ci faceva godere i gol del calcio internazionale e dopo il campionato italiano per noi veniva quello inglese. Éric era fortissimo, e il Manchester United tornò a vincere soprattutto grazie a lui. Éric era bello da vedere, aveva classe e sfrontatezza, cercava la giocata di fino ma non gli mancava la rabbia di chi ha sempre fame di vittoria, insomma era uno completo. Poi aveva quel vezzo estetico del colletto della maglia sempre alzato, un tratto di superiorità e alterigia, o forse di qualcos’altro.
Era il 1998 e al liceo avevamo tutto. Calzare l’ultimo modello di nike ci rendeva felici. Tutti quanti lasciavamo le nostre amate periferie per raggiungere, in treno, la città, e lì, al culmine di una gita che comprendeva una visita d’obbligo al mc donald, uno di noi cacciava fuori dal portafoglio banconote di cento e cinquantamila lire per comprare le sue nike. Poi tornavamo a casa non ancora stanchi e passandoci tra le mani le scarpe nuove fin quando il proprietario, unico illuminato dai bagliori dell’acquisto, diceva: «Ora basta che si sporcano!»
Lo spot del Colosseo giunse come una ciliegina. Quella mattina nell’ora di ginnastica decidemmo per una volta di usare il pallone di basket come pallone da calcio, eppure lo sapevamo che poi il professore sarebbe venuto da noi tutto nero a dirci che 1) non si gioca a pallone a scuola e 2) il pallone di basket non si usa per giocare a calcio perché si rovina. Prima che ciò accadesse, io, Alberto, Dino, Gianluca e Franco iniziammo a palleggiare con questo pallone enorme mettendo a dura prova anche le nostre nike che erano fatte per giocare a basket prima che per stare nel mondo. Mancavano i mostri però, allora Dino, che tra noi era quello cattivo, fece un fischio a Lucio che era il soggetto della classe e gli disse: «Se ci togli la palla ti diamo diecimila lire».
Lucio era un elemento strano. Vestiva sempre di nero e diceva di ascoltare i bauhaus e di questi ci voleva prestare anche le cassette ma a noi non ce ne fregava niente della sua musica pallosa. Eppure vedevamo mtv per beavis & butthead e così senza volerlo ci capitava di ascoltare offspring, red hot e persino i radiohead. Però i bauhaus fino ad allora non c’erano mai capitati. Al massimo i cure ma questi s’erano fatti vecchi. Lucio ci diceva che la musica non si ascolta da mtv. Non giocava a pallone e odiava le nike per partito preso. Anche per questo non ci piaceva, ma soprattutto perché aveva un carattere strano.
Comunque lui accettò di fare il mostro per le diecimila lire perché quei soldi gli potevano far comodo per le sigarette. E così iniziammo, ognuno scegliendo il suo giocatore, a palleggiare e a passarci la palla mentre Lucio con la sua enorme mole ci veniva dietro, invano. Lucio sudava e ansimava come un toro, c’era un sentimento di rabbia feroce che lo trascinava instancabile verso di noi nonostante non fosse proprio il tipo sportivo. Mi dava l’impressione che avrebbe fatto di tutto per toglierci la palla, e non solo per le diecimila lire.
Alla fine di una serie di palleggi, più o meno eleganti, senza toccare terra essa si alzò in campanile verso Dino. Di fronte a lui c’era Lucio, che si era fermato per prendere faticosamente fiato mantenendosi sulle ginocchia e col capo abbassato gocciolante di sudore.
La palla, in alto, per un attimo si confuse con il sole in una eclissi singolare, dopodiché discese verso Dino. Questo saltò di mezzo metro per stopparla di petto e poi ci poggiò sopra le sue nike air. Fece tutto in maniera molto solenne mentre noi lo fissavamo trattenendoci a stento dal ridere e mentre Lucio continuava a sospirare affaticato a pochi metri.
E infine venne tutto il resto.
Dino con un mezzo sorriso sinistro dei suoi diresse la mani in maniera teatrale verso il colletto della polo, lo alzò come Éric e, fissando Lucio, con un vocione corposo disse: «Wòwà».
Infine calciò la palla col destro, di collo pieno, usando tutta la forza che aveva, e la palla si scagliò potente sul pancione ansimante di Lucio.
Lì noi ci fermammo. Non ridevamo più né avevamo nulla da dire.
La palla sulla pancia grossa e molle di Lucio fece come un tonfo, poi cadde a terra e rotolò indifferente. A Lucio invece il respiro affannato si fermò di colpo, e anche lui cadde, all’indietro, tramortito.
Intanto Dino rideva a squarciagola e a fatica riusciva a dire: «Avete visto? Avete visto come è venuto bene?»
Era venuto troppo bene, per questo poi venne da ridere pure a me e agli altri. Ridevamo tutti, a terra Lucio invece non dava cenni di vita. Ci vollero un sacco di secondi e di risate perché egli rialzasse la testa lentamente dal cemento.
Lucio aveva una faccia nera come i suoi vestiti, e le lacrime agli occhi scivolavano copiose macchiandogli le guance gonfie. Ci fissò uno a uno con lo sguardo più cattivo che mi fosse mai capitato di vedere. Era lo sguardo di chi ti vorrebbe morto. Quando venne il professore, Lucio, da terra, manifestando un dolore eccessivo, raccontò tutto l’accaduto.
Il soggetto della classe ci costò cinque giorni di sospensione e un’annata difficile. Però alla fine ci salvammo tutti.
Lucio no invece, lui fu bocciato e si ritirò dal liceo.
L’anno prima, a soli trent’anni, Éric si era ritirato dal calcio lasciando un vuoto incolmabile tra i tifosi dei red devils.
Una volta constatato di essere stati promossi, io, Alberto, Dino, Gianluca e Franco, tutti euforici, tornammo a quel fattaccio di pochi mesi prima. Io dissi che ci stava costando l’anno perché dopo quella cosa tutti i professori ci avevano presi di mira e, tranne Alberto, noialtri non eravamo così bravi con lo studio.
«Però ne valeva la pena,» disse Dino.
Quando anni dopo vidi il film di Loach mi rimase impressa quella scena in cui il protagonista ricordava ad Éric i suoi fantastici gol che il francese, però, non rammentava. Poi a un certo punto Éric diceva, con tutto il peso dei passati anni di gloria: «Mi piaceva sorprendere gli spettatori», e poco dopo confessò che il suo momento più esaltante non fu un gol, ma un passaggio.
Io non mi ricordavo di quel passaggio.
Non mi ricordavo nemmeno più dei gol che Loach metteva in mezzo al dialogo tra Éric e il protagonista.
Io mi ricordo quando in una partita fu espulso, come gli capitava spesso: contro il Crystal Palace. Dopo il rosso, in un momento di ressa fra compagni e avversari, Éric fece qualche passo da solo, con le mani sui fianchi, come un galletto da combattimento pronto alla battaglia ma messo inspiegabilmente fuori. Mentre raggiungeva i bordi del campo, egli fece un gesto significativo: abbassò il colletto della maglia. Me lo ricordo ancora quel gesto. Fu solo dopo tutto questo che successe il resto, e cioè quell’azione clamorosa che viene in mente a tutti quando si parla di Éric, quel calcio al tifoso che su youtube esce quando vicino al suo nome si scrive “kung fu”.
Ora lo sto rivedendo. Intanto, su un’altra pagina youtube, ho messo una canzone. She’s in parties. I Bauhaus sono proprio bravi, se lo avessi saputo nel 1998 magari qualcosa sarebbe cambiata. Ma ogni cosa, ingiustamente, avviene a suo tempo. Ciao Lucio.

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2 Responses to Il colletto di Éric

  1. “ingiustamente”. già. quell’avverbio è una specie di fendente

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