La stanza dei nichilisti

di Andrea Frau

Giuliano Ferrara indossa dei boxer rossi con grossi pois bianco pus.
Se ne sta disteso a pancia in su, sopra un letto con le lenzuola bianche immacolate.
Il materasso a liquido amniotico è comodissimo, sembra di stare su una nuvola di fumo di sigaro.
Decine e decine di feti abortiti e risorti scendono dal cielo usando cordoni ombelicali come eliche.
I feti planano e atterrano dolcemente sulla sua grande pancia candida. Ferrara e i feti si abbracciano e rotolano nel letto tra le lenzuola. Ridono sereni, in pace.

Ferrara si sente solleticare la faccia e avverte dei dolori alla pancia come se qualcuno dall’aspetto anacronistico gli stesse punzecchiando la pancia con un bastone.
Oscar Giannino è chino su di lui, le due barbe si toccano. Giannino cerca di svegliarlo con colpetti di bastone sulla pancia.
Ferrara si sveglia.
“Il distacco della placenta, no!”
Giannino lo bastona sul sedere mordicchiando una carota.
Ferrara smette di urlare e frignare.
“Grazie Oscar, brusco ritorno alla realtà. Il mio sogno era totalizzante come l’Unione Sovietica; il tuo bastone, come i fatti d’Ungheria, mi ha ridestato dal sogno.”
“Mah”, risponde Giannino, “al massimo il mio bastone ti ha distolto dal sogno comunista come l’apertura dell’archivio Mitrokin. Tu non sai sognare. Il tuoi sono sogni fasulli, chiudi gli occhi ed è come se scrivessi una storia. Ti vuoi convincere siano sogni solo per sentirti più umano. È come se Freud avesse partecipato alla sceneggiatura di Inception.”
Ferrara ride come ridono i malvagi.

I due si trovano in una stanza umida e buia. Dal soffitto gocciola sudore misto a cerone.
Ferrara: “A parte tutte le nostre carambole lessicali e i nostri virtuosismi retorici, mi vuoi dire dove cazzo siamo?”
Giannino: “Non ne ho la più pallida idea. Mi sono risvegliato poco prima di te. Pensavo fosse uno scherzo d’addio al celibato.”
Ferrara: “Lo scherzo ‘Abu Omar’ per il tuo addio al celibato ammetterai che è stato esilarante.”
Giannino: “Sì, finalmente Pollari e Renato Farina hanno trovato la loro strada. Hanno un catalogo interessantissimo.”

Giannino: “Sarà uno stratagemma dello Stato canaglia. Devono aver aumentato le tasse sui bastoni e sugli abiti ottocenteschi da destra storica. Io uscirò da qui sconvolto, un poliziotto mi metterà una coperta sulle spalle e mi daranno la tragica notizia. Loro penseranno che possa accettarla perché sono contento di essere vivo e libero. Ma non accetterò mai! Hai capito Moloch insaziabile e liberticida?! Usciremo dalle tue grinfie!”
Ferrara lo scuote: “Oscar, Oscar! Torna in te, gli attacchi di panico non sono detraibili, Oscar.”
Oscar Giannino si calma e torna nella sua bolla in bilico tra squarci temporali. A casa sua il tempo è una truffa. A casa sua monaci amanuensi ricopiano testi con i tablet Kindle fire.

Le luci si spengono improvvisamente. Piovono copie dell’Economist ‘Why Berlusconi is unfit to lead Italy’. Da una grata esce del gas. I due si riaddormentano.
Giannino si risveglia, con lui ci sono Filippo Facci, Vittorio Feltri, Gianluigi Paragone, Vittorio Sgarbi, Giampiero Mughini e Giuseppe Cruciani.
La stanza umida è scarsamente illuminata. C’è una porta socchiusa. Si potrebbe uscire con facilità però qualche strana forza impedisce loro di uscire.
“Sembra il salotto di Porta a Porta, ma senza Vespa e la sua sfilza di mediocri ammaestrati che rompono i coglioni” nota Facci.
Cruciani: “Che diavolo è, una versione giustizialista di Saw l’Enigmista? Travaglio vuole torturarci e ucciderci?”
I presenti cominciano a gridare, le voci si sovrappongono. Gli ospiti della stanza corrono avanti e indietro.
Feltri urla: “Silenzio! Calma, signori, calma! Ora, mi volete dire che cazzo sta succedendo?”
Giannino urla: “È morto!”
Ferrara giace a terra coperto di sangue, presumibilmente senza vita.

Paragone tenta di oltrepassare la porta. Imbraccia la chitarra. “Se tolgo senso a tutto forse posso uscire”. Intona La canzone del Maggio di De Andrè ma non funziona. Si blocca come un borghese di fronte ad un cordone della polizia. “Mi sento proprio come Fabrizio all’hotel Supramonte”.
“Ma smettila, tu non sai proprio nulla”, sentenzia Mughini.

Piovono inviti per il Mundialito per club firmati Canale 5. Dalla grata nuovamente gas. I presenti si addormentano.
Una voce femminile, educata e di sinistra arringa: “I ministri democristiani che si dimisero in seguito all’approvazione della legge Mammì furono eroici come la Fifa che si rifiutò di riconoscere il Mundialito di Canale 5. La degradazione della donna in trasmissioni come Drive In…”
La voce sfuma e scompare.
Ora la voce in sottofondo è quella di Raimondo Vianello che invita a votare per Berlusconi, poi Ambra sfotte Occhetto, Sgarbi fa esercizio di garantismo con Pacciani e definisce assassini i magistrati della procura di Milano.

Al risveglio Sgarbi vede un monitor che trasmette la sua faccia senza sonoro. Si avvicina e comincia a litigare con la sua immagine muta. Si inginocchia dinnanzi alla tv implorante: “Ti prego, accoglimi, non sono degno di te.”
Detto questo, posa dei sacrifici ai piedi della divinità catodica: uno studente di giurisprudenza che vuole diventare magistrato per “ripulire l’Italia”, la testa mozzata di un lettore di Repubblica con un post-it che dice: “No alla corruzione, così in generale” e Francesca Fornario incaprettata con una mela in bocca. Infine violenta Barbara D’Urso ai piedi della tv, ma solo perché siamo ancora in prima serata.

Si fanno avanti tre bambini con il capo chino.
“Papà” dicono rivolti a Sgarbi.
“Non vi conosco, non rompetemi il cazzo”, risponde lui.
I bambini sollevano lo sguardo e hanno la faccia di De Chirico, Guttuso e Picasso. Ma Sgarbi non li riconosce. “Siete falsi come teste di Modigliani ritrovate nel canale di Livorno” e si congeda.

Filippo Facci: “Qualche grillino mi tiene in ostaggio, ma non mi ammazzerò come Gabriele Cagliari. Non potete tenermi qua dentro. L’habeas corpus, perdio!”
Sappiate che ho dato incarico a Luca Josi di rendere pubbliche delle carte se dovessi scomparire improvvisamente.”
“Saranno le solite cose su Di Pietro”, lo interrompe Cruciani.
“Sì”, risponde Facci, “Sapete che Di Pietro ha lavorato per qualche anno in Germania?”
“Certo, ha fatto l’arrotino”, dice Cruciani.
“Cazzate, era un informatore della Stasi” svela Facci.

Vittorio Feltri è solo e triste in un angolo. È una malinconia non determinata dalla situazione. All’improvviso si rivolge a Facci con la voce tremante e nervosa: “Ti odio Facci. Si vede che sei un radicale. Per me potete anche ammazzarmi, non ho più voglia. Già il solo fatto che mi diate importanza rapendomi e segregandomi mi lusinga. Ma davvero, non sono più utile alla causa. Dieci anni fa avrei minacciato Dio con dei dossier compromettenti pur di non morire. Ma ora non mi importa più nulla”

“Quanto tempo è passato? Non sono mai stato così tanto tempo senza andare dal parrucchiere”, dice Facci.
Proprio in quell’istante dalla grata escono centinaia di minuscoli Marco Travaglio alti un dito, grossi come “L’Odore dei soldi”. I Travaglio mignon vestiti come i drughi di Arancia Meccanica sferrano dei micidiali calcetti sulle ginocchia di Facci con il sottofondo del “suo” Wagner. La scena è adorabile e innocua, i presenti sorridono. I piccolissimi Marco Travaglio brandiscono delle forbici e salgono sulla testa di Facci che si dimena nervosamente. Gli tagliano i capelli, ciocca dopo ciocca. Facci urla istericamente in balia dei piccoli Figaro.
Sviene.

Facci rinviene senza più i suoi bellissimi capelli. “Mi avete rapato come un’accusata di stregoneria. Come quando i partigiani comunisti rapavano le contadine innamorate dei soldati nazisti!”
Nessuno nella stanza ha il coraggio di dire nulla. Facci si gira di spalle e comincia a piagnucolare, cadono lacrime e residui di ciuffi biondi.
Cruciani indica il cranio di Facci agli altri. Tutti trattengono le risa a fatica. I piccoli Marco Travaglio gli hanno scritto con la lametta sulla nuca: “Tortora colpevole”.

Dalla grata cala lentamente con una corda un teatro dei burattini. Il burattino Paolo Brosio all’uscita del Palazzo di Giustizia di Milano tira delle immaginette della Madonna di Medjugorje contro dei socialisti. “Emilio, qua è un casino!”
Pubblicità: Patrizia Rossetti, cambi shimano, pentole e materassi Eminflex.
Sgarbi, sofista, fa notare: “Berlusconi mica fondò Forza Italia per realizzare il piano della P2. Licio Gelli era direttore della Permaflex mentre le reti di Berlusconi ospitavano pubblicità della Eminflex. Vedete la contraddizione che scagiona chiaramente Berlusconi?”

Gianluigi Paragone ha quattro cassintegrati al seguito che reggono cartello con su scritto “Lavoro! Lavoro!” Si è sposato con l’indignazione televisiva e i lavoratori sono il suo strascico.Se li porta appresso come dei portaborse, solo che questi nelle valigette portano la coscienza dell’anchorman, i suoi vecchi articoli e del sapone fatto con gli operai morti della Thyssen, il migliore per ripulire le coscienze.
Paragone: “Ragazzi, zitti un attimo. Apritemi il collegamento con il rapitore.”
“Collegamento? Ma con chi parla questo imbecille?”, domanda Mughini.
Paragone: “Rapitore, perché proprio io? Io capisco il malcontento della gente, io do voce all’indignazione popolare! Rapitore, c’è stato uno sbaglio.”
Intanto Sgarbi litiga con il seguito di Paragone: “Che retorica vuota. ‘Lavoro, lavoro’. Lo Stato non è tenuto a darvi nulla. Voi volete ancora lo Stato paternalistico che vi segua dalla culla alla tomba. Crescete, emancipatevi dai tutori!”
Ferrara specifica: “Solo per la culla e per la tomba. Per quello che c’è in mezzo si arrangino!”
Cruciani chiede agli ex operai: “Ma voi siete delle macchiette televisive, siete dei figuranti o siete veri? Cioè, andate in giro con i cartelli, i caschetti e le scarpe antinfortunistiche? Posso chiedervi una cosa? Qualcuno di voi è gay? E se vostro figlio fosse gay? Non dite niente, eh?
Il vecchio cattocomunismo ipocrita operaistico e sindacale! Gli stessi bigotti che espulsero Pasolini dal PC!”

Cadono delle spille di Forza Italia.
Ancora gas dalla grata. Si addormentano tutti. Si risvegliano muti. Nessuno può più parlare. Però gesticolano animatamente.

Sgarbi assiste ad una mostra di ragazzine seminude inchiodate alle pareti.
Il maggiordomo sudaticcio di ‘Sgarbi Quotidiani’ prende in bocca il pene del padrone e comincia a soddisfarlo. Il servo tenta di ingoiare ma non riesce e vomita un arcobaleno per daltonici con colori sconosciuti in natura. Sgarbi si tira su i pantaloni e scrive una critica sul vomito pop del maggiordomo.

Poi scivola su un baffo enorme di Dalì e col culo atterra su un baffo minuscolo, quello di Maurizio Costanzo. Il tonfo è clamoroso. Ora che è muto è costretto ad ascoltare la voce di Concita De Gregorio alla tv, I monologhi di Benigni e gli interventi di Rodotà a convegni del tipo “La corruzione morale nell’era berlusconiana”. Sgarbi si taglia entrambe le orecchie e se le mangia.
Poi si toglie il caschetto con ciuffo e occhiali e si svita gli occhi. Ora ci sono solo lui e le sue occhiaie. Può addormentarsi sereno.

Una voce robotica comunica: “Al centro della stanza c’è un telefonino. Potete fare solo una chiamata.”
Cruciani: “Io posso parlare!”
Cruciani prende il telefono, digita 113.
“Pronto, polizia? Sono Giuseppe Cruciani. Come ‘chi’? Cruciani, la Zanzara, Radio 24. Non ascolta la radio? Mi hanno rapito, non so dove sono. Il vostro compito è proteggere la nostra calma borghese dalle intemperanze popolari. In uno stato liberale lo stato è come un guardiano notturno. Non siamo mica ai tempi di Pol Pot qui! Lei è favorevole al matrimonio gay? Come ‘cosa vuoi?’ Innanzitutto mi dia del lei, non abbiamo mai mangiato ins…Pronto, pronto?! Signori, ha chiuso.”
I presenti, incazzati neri, si gettano addosso a Cruciani.

Piovono miniature del duomo di Milano.
Di nuovo gas.

Mughini tira fuori dalla manica della giacca manifesti di Lotta Continua, uno dopo l’altro. Sono infiniti come i fazzoletti dei clown. Brucia i volantini ma quelli risorgono dalle ceneri e si accumulano. Torna serio, indossa una maglietta di Platini e si siede in terra. Fissa tutti severamente e gesticola: “Devo confessare una cosa: una sera giravo un film di Nanni Moretti e decisi di giocare con il mio aspetto con l’aiuto di una truccatrice. Da quel giorno interpreto nella vita entrambi i personaggi. Il mio alter ego l’ho usato anche nei film di Nanni. Il mio personaggio è calvo, ha la voce adolescenziale e per non destare sospetti non è dotato del mio eloquio colto e suadente. Per farla breve: io e Augusto Minzolini siamo la stessa persona. Non sapete quanto mi costi fare a brandelli la lingua italiana, umiliarla e mortificarla come un magistrato di magistratura democratica umilia un detenuto con la carcerazione preventiva.”

Giampiero Mughini: “Non vedo più. Sono cieco.” Toglie dalla tasca un paio di occhiali ma nulla; un altro ancora, niente. Non vede più. Comincia a vomitare, dalla sua bocca sgorgano occhiali con montatura sempre più sgargiante. “Sono cieco!”, urla e, preso dal panico, si mette decine di occhiali uno sopra l’altro. Finalmente ora vede. Però vede in bianco e nero e tutti i presenti hanno venti o trent’anni di meno: Ferrara è comunista e parla con operai della Fiat di Torino, Facci è al telefono con Craxi, Paragone scrive il suo primo pezzo su La Padania, Cruciani entra per la prima volta a Radio Radicale a Torre Argentina, Sgarbi sale per la prima volta sul palco del Costanzo Show, Feltri risponde imbarazzato a Montanelli in una trasmissione di Santoro, Oscar Giannino si chiede per la prima volta: “Come starei con una barba di peli pubici?”.

Per l’ultima volta esce del gas dalla grata.
Si addormentano tutti.

Solo Ferrara si alza, con una salvietta umida si toglie il sangue dalla faccia. Una parete si sposta, lui sale su una scaletta.
In regia ci sono Fabio Fazio, Michele Serra e Roberto Saviano.
“Ecco, ve li ho portati. Come è andata la registrazione?”
I tre all’unisono: “Benone, sarà un programma evento. E ora voglio vedere chi si azzarderà a dire che facciamo programmi soporiferi, che siamo buonisti e rassicuranti.
In questo programma ci sarà tutto: sangue, cinismo, verità! Ora che abbiamo finito di registrare, il soffitto scenderà e i presenti moriranno schiacciati. Moriranno servendo la causa per l’ultima volta. Se solo sapessero del programma, se solo sapessero che il programma è prodotto da Endemol! Se solo sapessero che un terzo di Endemol è di Mediaset. No, vabbè, questo lo sanno.”

Fazio, Saviano e Serra escono fuori e alzano lo sguardo. Per tutto questo tempo sono stati dentro un enorme Berlusconi con il corpo di cartapesta e la faccia d’acciaio.
“Giuliano, vai!”, gli intimano.

Ferrara è dentro la grande testa di Berlusconi nella sala controllo circondato da leve e lucette. Tenta di pilotare la grande testa di Berlusconi che non risponde più ai comandi. La testa d’acciaio si stacca dal corpo di cartapesta, rotola, sbatte contro la porta del Palazzo di Giustizia di Milano e si spacca come una pignatta. Dentro ci sono banconote di valuta sconosciuta. Una folla inferocita getta la testa dentro una grande cesta. Ferrara, Fazio, Saviano e Serra si dileguano, ognuno per la sua strada.

Dopo qualche ora Giuliano Ferrara torna sul luogo del delitto. Tra le macerie di cartapesta vede un armadietto, lo apre, getta a terra le improbabili giacche giapponesi di Mughini e afferra una gruccia. È al cospetto di quel che resta dell’ingombrante Berlusconi di cartapesta. Infila la gruccia nel culo di Berlusconi e strappa via tutti figli e figliastri: un giovane Urbano Cairo, Adriano Galliani, anonimi imprenditori brianzoli, Montezemolo, Grillo, Matteo Renzi. La gruccia è impiastrata di sangue e ha brandelli di ventiquattrore impigliati.
“Basta, non voglio innamorarmi più”, dice Ferrara.
Compare Josè Mourinho: “Sicuro, Giuliano?” Ferrara lo prende in braccio e insieme vanno incontro al tramonto.

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