Confessioni qualunque – 13

[Ricordiamo ai lettori che Confessioni qualunque, la rubrica curata dai ragazzi di In Abiti Succinti, è aperta a chi voglia scrivere una confessione. Fatelo anche voi! Svisceratevi! E poi inviate i vostri racconti.]

#13 – Simonetta

di Linda Caglioni

Che resti tra noi.
Ha detto che è stato un lavoro lungo, il figlio di puttana; due settimane prima invece aveva detto che c’era traffico.

“Ma lo sai, fragolina mia, mica posso mettere le ali alla macchina”. Certo, come no. Ha buttato la cassetta degli attrezzi nello sgabuzzino, ha accarezzato Darwin di sfuggita e poi si è rifugiato in bagno. Niente di strano, a prima vista. Ma io non sono scema. È uscito dopo 13 minuti. Forse sembro, però non sono scema. Sapete quante cose si possono fare, quante tracce si possono eliminare, in 13 minuti? Sono entrata subito dopo e non c’era neanche un odore. Né buono, né cattivo. Né neutro. Li ha eliminati apposta per non farmi insospettire. Ma io l’ho capito, ve l’ho detto che non sono scema. L’ho visto come guardava quella, la nostra nuova vicina, la terrona. A me queste cose non sfuggono. Ha iniziato a fare il simpaticone, ha attaccato col discorso delle origini. “Ah, pure tu di Trapani sei? Beh, si vede, o meglio… si sente!”. E via con la sua risatina, quella che usa quando vuole fare il porco brillante. Intanto se le mangiava con gli occhi, quelle labbra rosse e umidicce. Un po’ di pizzo azzurro le usciva appena dalla maglietta, anche lui l’ha notato, ne sono sicura. Chissà che film si sarà fatto su quel pezzo di stoffa. Ma a me queste cose non sfuggono, vi dico. Non sfuggono più.

Certo, mi sfuggivano quando stavo con Mirko, quattro anni fa. L’ho trovato nella sua Lancia Y verde inconfondibile con una rossa che si dimenava su di lui, stretta in un cappotto nero attillato. Ero andata a prenderlo alla scuola di musica, il giovedì sera dava lezioni di piano. Volevo fargli una sorpresa perché dicono che in amore non bisogna mai essere monotoni e scontati, che in amore bisogna rinnovarsi, no? Ero d’accordo con sua madre: “Aaah Simo, chissà come sarà contento di vederti, ma mi sa che, ’spetta, è meglio se ci vai anche un po’ più tardi, che lui finisce alle dieci ma poi tanto, una cosa diqui una cosa dillì, dissù e diggiù, eeee alla fine si ferma sempre perché a lui ci piace chiacchierare, aaaa ma che te lo dico a fare, lo sappiamo com’è fatto il nostro Mirketto”.

No che non lo sapevo, com’era fatto “il nostro Mirketto”. Lo fissavo incastrare il suo viso secco e ovale in quello di un’altra e non sapevo più nulla, nemmeno di me. Sono scappata via, silenziosa come una bambina imbarazzata che ha visto qualcosa che gli adulti le avevano vietato di vedere. Nemmeno l’ombra della reazione teatrale che avevo ipotizzato quando nei periodi troppo felici una sadica paranoia mi portava a immaginare di beccarlo a letto con un’altra. In macchina la testa si è rifugiata nella banalità. Le mie mani tremanti aggrappate al volante hanno rievocato una lezione di scuola guida in cui, per spiegare che in stato di forte agitazione è sconsigliato mettersi alla guida, veniva mostrato il video di una donna in lacrime che perde il controllo, esce dalla carreggiata e si schianta contro un TIR. Ho pensato a quella donna, a cosa stesse facendo mentre io pensavo a lei, a come fosse arrivata a quel mestiere, fare quella che muore. Poi la questione si stava facendo troppo complessa e l’ho abbandonata. Mi sono concentrata sul semaforo verde, ho ripescato nella memoria un articolo di Focus in cui si metteva in discussione la scelta dei colori del semaforo per via dei daltonici. Me l’aveva letto il papà di Mirko, quell’articolo, la vigilia di Natale di qualche anno prima, voleva fare bella figura, apparire come uno che di cose ne sa. Era il suo modo di essere affettuoso. Mi sono lasciata cullare dal gusto forte di quel dolore, da quell’emozione che quasi mi stracciava la pelle, giusto un paio di secondi. Poi la mente è fuggita di nuovo, fuori dal mio finestrino, è andata a rifugiarsi nei tacchi delle puttane che ogni sera affollano viale Zara. A sei anni pensavo che da grande anche io avrei indossato i tacchi altissimi che vedevo ai piedi di quelle strane signore che la notte non avevano mai freddo.
Avrei voluto avere sei anni.

Quando gli ho raccontato tutto s’è difeso, mi ha spiegato che il suo non era stato un vero e proprio tradimento, era stata più che altro “l’ultima innocua debolezza” prima di dedicarsi interamente alla fedeltà della vita matrimoniale. Avevamo deciso di sposarci da poco. Ha detto che una volta sposati ci avremmo riso sopra. Che tutto il passato lo avremmo buttato nel cesso, sarebbe scomparso. “Dai, Topina, lo so che sei intelligente, con quello che ci aspetta dopo il matrimonio vai a pensare a quello che è successo da fidanzatini? Quella non era vita vera, la vita vera è dopo il , Simo, ragiona, ti prego, il passato lo buttiamo nel cesso…”.
Ma quel passato era tutto il mio mondo, ed era il più vero che conoscessi. Non volevo buttarlo.

Ogni sabato pomeriggio ci sfidavamo con dei test di cultura generale. A inizio settimana uno dei due proponeva la disciplina ed entro il sabato preparavamo dieci domande sull’argomento. Ci mettevamo ai lati opposti del divano scomodo, per non avere distrazioni fisiche. Vincevo quasi sempre perché era svogliato, faceva domande troppo banali. Lui era forte in musica ma era scarso in geografia: non riusciva mai a ricordare se fosse il Paraguay o l’Uruguay ad essere bagnato dall’Atlantico. Ogni volta che perdeva tentava di contestare il punteggio, fingeva di prendersela, srotolava il labbro inferiore, batteva i pugni sulle cosce. Era irresistibile. Quando si rendeva conto che non ero disposta a contrattare sul risultato tentava di soffocarmi con i suoi calzini bucati e sporchi: la sua rivincita sulla cultura. Poi, senza mai capire bene come, ci trovavamo intrecciati, ogni volta in modo diverso, sempre in bilico tra divano e pavimento. Lasciavo che la mia testa s’incastrasse tra la sua guancia e la sua spalla, annusavo il sudore buono e famigliare del suo collo e ci addormentavamo. Lo amavo. Per questo ho scelto di tenermi quei ricordi limpidi, piuttosto che sporcarli sposando un uomo che aveva fatto assaggiare il suo sudore anche a qualche “innocua debolezza”.

Walter l’ho conosciuto in chat, su Meetic. Avevo sempre criticato i siti d’incontri, erano per persone disperate. Ma una sera ero stanca, la pubblicità apparsa sul monitor del mio computer più rosa del solito: “IL TUO PARTNER IDEALE TI STA CERCANDO. COSA ASPETTI? ISCRIVITI!”. Magari aveva ragione. Mentre pensavo che non potevo essere davvero caduta così in basso, stavo già selezionando il colore di capelli e l’altezza del mio partner ideale, quello che secondo la pubblicità stava morendo dalla voglia di conoscermi. Ho cliccato su ‘Conferma’. Tre pagine di foto di uomini sorridenti: sembravano vestiti su una bancarella in attesa di essere comprati. Mi sono sentita una fallita. Qualche giorno dopo sono entrata per eliminare il mio account e ho trovato il messaggio di Walter. Mi ha incuriosita e dopo una settimana di chat siamo usciti. Avevo con me lo spray al peperoncino. Invece ci siamo trovati bene, abbiamo ufficializzato la cosa poco dopo. Dopo i 30 anni non puoi permetterti tempi troppo lunghi.

Altro che lavoro lungo, ve l’ho detto io non sono scema! Mentre parlava con la terroncella ha deglutito, più volte. Lo fa quando è in imbarazzo. Poi ha iniziato a grattarsi freneticamente la fronte con medio e anulare; fa anche questo quando è agitato. La terroncella l’ha chiamato dalla porta di casa sua, con quella sua voce pesante. “Walter, tu non è che lo conosci uno che mi aggiusta il lavandino? Io mica ci riesco”, e lui era tutto imbarazzato, era evidente. “No, non lo conosco, dovresti cercare sull’elenco. Ciao!”. Bastava dire così, no? Non è mica difficile, non è mica una risposta cattiva, è una risposta che si dà ad una sconosciuta. Invece no. Walter è cordiale, è gentile, generoso e indovinate un po’, ora si scopre anche che Walter i lavandini li sa aggiustare in mezz’ora. Invece di ore ce ne ha messe due. Quando è tornato ha risposto alle mie domande in modo secco, troppo per uno che ha la coscienza pulita; ha detto che le mie scenate erano da psicopatica.

Ci ho pensato, qualche volta, che potrebbe aver ragione lui, che dare un freno alla mia gelosia farebbe stare meglio anche me. Ma la mia ossessione deriva dalla consapevolezza che la fedeltà assoluta è più una conseguenza della mancanza di occasioni che una reale scelta. Voglio dire, se la donna più bella del mondo si infilasse nel letto di Walter e iniziasse a toccarlo, non potrebbe per natura rimanermi fedele. Questo pensiero mi fa impazzire. Mi fa impazzire l’idea che non ci si sceglie tra tutte le persone del mondo, ma ci si sceglie tra tutte le persone ‘disponibili’. Altri giorni, invece, sento che dovrei fidarmi. Ma sono giorni rari, ve l’ho detto, a me non mi fregano più. Ha buttato la cassetta degli attrezzi nello sgabuzzino, ha accarezzato Darwin di sfuggita e poi si è rifugiato in bagno. È uscito dopo 13 minuti. Sono entrata subito dopo e non c’era neanche un odore. Né buono, né cattivo. Né neutro. Gli insospettabili sono i primi che hanno qualcosa da nascondere.

Ma, che resti tra noi, a me queste cose non sfuggono, vi dico. Non sfuggono più.

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3 Responses to Confessioni qualunque – 13

  1. gloriagaetano says:

    Alcuni autori vorrebbero inviare brani di romanzi. Sarebbe utile per tutti. Magari brevi.
    E chiedere il contatto su twitter con editori… Che ne dite?

  2. gloriagaetano says:

    A quale email si inviano, brani, racconti, appunti di diario etc?
    la mia è gloriapoetry@yahoo.it
    su twitter @gloriapoetry

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