La parte più calda

[Siamo lieti di riproporre ai nostri lettori il racconto La parte più calda, pubblicato su Los Ingrávidos, numero 12 della rivista Colla, dello scrittore spagnolo, classe ’85, Juan Soto Ivars e tradotto da Marco Gigliotti. Buona lettura.]

di Juan Soto Ivars

1.

Erano i giorni in cui il lavoro non ci aveva sfiorato. I giorni in cui conoscevamo intimamente l’estate e lei ci permetteva di passeggiarle sul dorso. Per noi la vita era andare su e giù per strade conosciute, portare a spasso la noia per le campagne che circondavano il paese e fantasticare sulle ragazze: creature incomprensibili e desiderate che ci ignoravano come se fossimo mendicanti molesti. Ricevevano in cambio le nostre risposte iraconde e ingegnose. Le nostre sassate cariche d’amore.
Il paese era piccolo ma le differenze tra gli abitanti erano molto marcate: c’eravamo noi e quelli che potevamo spaventare facilmente. Io vivevo con la mia famiglia in un complesso residenziale modesto vicino ai binari del treno. Innumerevoli giorni della mia infanzia ho aspettato, con altri come me, che passasse il treno merci carico di container di legno e cisterne di butano. A volte scommettevamo sul numero di container che avrebbe trasportato il treno. Ci giocavamo soldi o figurine dei calciatori. Altre ci divertivamo mettendo pietre enormi sulle rotaie. Pietre rotonde che esplodevano quando venivano schiacciate dalle ruote metalliche e che mettevamo lì con la speranza di far deragliare il treno. Immagino che volessimo far succedere qualcosa per spezzare la monotonia. Qualcosa che non ci è mai riuscito.
Bevevamo tutte le notti. Quando potevamo fumavamo qualche canna o ci facevamo qualche striscia di coca. Eravamo sempre gli ultimi ad andare a dormire e gli ultimi a svegliarsi, come se il giorno ci risultasse odioso già nei sogni e cercassimo di allontanarlo il più possibile con lunghe notti passate in strada. Avevamo tredici o quattordici anni, tutti a parte Paco, che era un po’ più piccolo.
È quella l’estate che ricordo, l’estate che non ho potuto cancellare dalla mia memoria.
I miei genitori, quando mio fratello raggiunse l’età per iniziare a uscire, lo mandarono a vivere con gli zii. Non volevano che venisse con me, lo sapevo anche se non mi dicevano niente né cercavano di riprendermi. Poi scappai di casa e adesso non so se i miei genitori sono vivi o morti. Ho visto mio fratello da poco.
È rimasto senza capelli.

2.

L’estate che ricordo è quella dei quattordici anni. L’unica che posso rievocare separandola dalle altre. Quello che successe implicò per me un cambiamento. Ancora oggi non so dire che cambiamento fu, che ne sarebbe stato di me senza quella contingenza o che sarebbe successo se le cose a partire da lì si fossero sviluppate in maniera diversa.
La storia di quell’estate inizia per caso o per un’aspirazione ormai dimenticata: io e i ragazzi sceglievamo i posti per bere in base a non so quali motivi. Ogni tre o quattro notti, per qualche ragione, ce ne andavamo davanti a un altro portone, in un altro slargo o in un’altra piazza. Raggiri alla noia in un tracciato che consentiva ben poche varianti. Il silenzio notturno veniva rotto solo dall’audio di qualche televisore, che attraversava la finestra aperta di una casa, e dalle nostre risate, così scomposte che svegliavano il vicinato.
Quei giorni avevamo scelto una casa in particolare, diversa dalle altre, con una differenza che tutti conoscevamo anche se non la comprendevamo appieno. Era la casa dello scrittore, un vecchio irritabile che era difficile vedere per strada e che, quando usciva, lo faceva accompagnato da una donna vecchia e sgradevole come lui. Sapevamo tutti il suo nome (lo stesso nome che ha oggi la scuola), ma nessuno aveva mai letto nulla di suo.
È possibile che sia stato io a insistere perché andassimo a bere davanti al suo portone o può essere stato un caso.
Ricordo il nervosismo della prima notte.
Quando qualcuno del paese tornava dopo aver vissuto in un altro posto veniva accolto con diffidenza. Come se viaggiare fosse andare avanti in un film e la gente che non viaggiava temesse che gli rovinassero il finale o che approfittassero della loro ignoranza per prenderli in giro. Lo scrittore aveva vissuto sempre fuori e fu solo quando divenne molto vecchio che volle tornare al paese per vivere tranquillo. Ma noi, io e i miei amici, eravamo lì per impedirglielo.
Il primo giorno che andammo lì a bere, si affacciò alla finestra del primo piano la sua amica. Era spettinata e ci gridò che non era ora. Noi scoppiammo a ridere e lei si infuriò, ma quelle erano risate d’imbarazzo perché non sapevamo cosa risponderle.
Rimanemmo fino a molto tardi e non rivedemmo né lei né l’uomo. Quando ci scocciammo e ce ne andammo a casa, io mi voltai e vidi la luce del primo piano che si spegneva.
La notte seguente tornammo. Dopo che raccontammo barzellette e facemmo casino per un po’, fu l’uomo ad affacciarsi, ma non alla finestra. La porta di casa si aprì e vedemmo il vecchio. Ci si avvicinò molto tranquillamente, senza dire nulla. Io guardai a terra canticchiando. Qualcuno fece una battuta che non riuscii a sentire e risi a crepapelle, come gli altri. Potevo percepire la presenza dell’uomo, fermo davanti a noi, che ci ispezionava uno per uno. Alzai gli occhi e scoprii che il suo modo di guardare non era assolutamente provocatorio. Poco a poco ci zittimmo e rimanemmo a guardarlo con tutta l’aria di sfida di cui eravamo capaci. Lui sorrideva e assentiva senza dire nulla. Pieno di disprezzo fino all’arcata bonaria delle sopracciglia.
Disse: ieri notte mia sorella vi ha chiesto di non fare tanto rumore.
Antonio era il più coraggioso. Se ne uscì con:
È che non vi lasciavamo scopare tranquilli?
E tutti ridemmo forte, e io ridevo furiosamente senza sapere perché.
Ma anche l’uomo rise e continuò a parlare:
Mia sorella ha il sonno molto leggero, e io lavoro di notte.
Antonio gridò insofferente:
Lavorare di notte! E noi credevamo che fossi ricco!
E tutti ridemmo e alcuni fecero dei gesti, e Manuel gli chiese dei soldi e tutti ridemmo ma io rimasi a guardarlo, e i suoi occhi sembravano aver visto tutto prima che noi nascessimo e non erano turbati. Quello sguardo mi rattristò. In qualche modo. Non so.
Siccome sono ricco, replicò tranquillamente, vi proporrò un accordo. Io vi do un po’ di soldi e voi ve ne andate. Domani farete la stessa cosa, quindi vi lascerò i soldi accanto al portone. Li raccoglierete e ve ne andrete dove io non potrò sentirvi. Vi va bene?
Eravamo sbalorditi, Antonio era rimasto con la bocca aperta, lui, il più sfacciato, non trovava niente da dire. Fu Tomas ad alzarsi e a dare una stretta di mano al vecchio.
Affare fatto! esclamò, e tutti facemmo casino per dimostrare che eravamo d’accordo. E che eravamo contenti. Però quell’allegria non si trasmise al vecchio e questo mi avvilì. Sentii freddo e provai pena e un senso di vertigine, una sensazione sconosciuta mi scosse in silenzio e rimase lì.

In questo momento guardo i miei amici ma non ho il coraggio di guardare il vecchio. La situazione mi sembra protrarsi in maniera esasperante.
Ma tutto segue il suo corso.

L’uomo ci diede i soldi e ce ne andammo, applaudendo noi stessi, facendo le corse. Ricordo che ci sembrarono tantissimi soldi. A quell’ora non avevamo dove spenderli. Ridevamo e ci fregavamo le mani perché saremmo stati ricchi. E da quel giorno facemmo continuamente battute sul vecchio e sul modo in cui lo prendevamo in giro mentre lui continuava, ogni notte, a lasciare soldi davanti alla porta di casa.

3.

Fu un’estate infernale. Per il caldo e per come ci stavo male. Sapere che quell’uomo lavorava di notte mi aveva colpito. Lo immaginavo incurvato sulla scrivania per ore e quando prendevamo i soldi (che erano sempre lì ad aspettarci) sapevo che lui sentiva i nostri passi arrivare dalla strada e interrompeva il suo lavoro fino a quando non era sicuro che fossimo abbastanza lontani.
Anch’io scrivevo in quel periodo.
Non ricordo i temi delle storie e delle poesie che scrivevo. Non so nemmeno quando iniziai e perché mi venne questo pallino. Ricordo, questo sì, che durante quell’estate fu la cosa più importante della mia vita. Più importante, almeno, delle ragazze.
I soldi che ci dava il vecchio li spendevamo il giorno successivo comprando il fumo. Lo spacciatore era un ragazzo più grande di noi che lasciava avvicinarsi al suo covo solo Antonio. Questo ci faceva infuriare, perché spingeva Antonio a nasconderci quelle che, secondo lui, erano le novità più importanti di quel paese senza vita. Con il passare delle settimane, nelle nostre teste, lo spacciatore aveva raggiunto lo status di leader rivoluzionario. Non ricordo, per quanto mi sforzi, il suo nome. Antonio si fermava sempre un bel po’ a casa sua, da dove usciva con un’espressione circospetta, da illuminato. Si metteva a camminare davanti a noi senza permetterci di avvicinarci, come se potessimo mandare all’aria con la nostra conversazione gli importanti piani, riguardanti il futuro, di cui lo spacciatore l’aveva messo al corrente. Credo che lo spacciatore si chiamasse Rubén.
Quello mi dava la rabbia necessaria per scrivere. Riempire le pagine si trasformò presto in un atto di ribellione contro il potere di Antonio e l’importanza dei suoi piani. Lui sarebbe stato un leader della cospirazione, ma io stavo creando qualcosa di immenso: una luce che si arrampicava sulle pareti della mia stanza mentre mio fratello dormiva. Immortale, assoluta e titanica come la luce del sole. Però, allo stesso modo in cui Antonio aveva lo spacciatore e la sua approvazione che rafforzavano il proprio ruolo di emissario tra il mondo e la Rivoluzione, anch’io avevo bisogno del mio riconoscimento. Fu allora che iniziai a pensare a come far arrivare allo scrittore le mie storie.

Naturalmente gli altri non potevano saperlo. Io gli nascondevo tutto. Trascorrevo il giorno prendendo appunti e di pomeriggio mi chiudevo in camera per trascrivere i migliori sui fogli che riuscivo a rimediare: quaderni miei e di mio fratello ai quali erano rimaste pagine bianche, lettere della banca e la bolletta del telefono che mia madre gettava senza aprire il secchio della spazzatura. Bisognava nascondere quella faccenda anche ai miei genitori.
Allora iniziai a sentire quei soldi che ci dava il vecchio come un peso doloroso. Era la prova tangibile e concreta del fatto che l’unica cosa che desiderava lo scrittore era tenere lontane le bestioline moleste che eravamo. Anch’io ero solo questo per lui. Ma presto il vecchio avrebbe saputo che non ero come loro.
Mi sentivo sicuro di me stesso e, un attimo dopo, spaventato e fragile. Di notte, mentre io e i miei amici ci sbellicavamo dalle risate per qualsiasi cosa e fumavamo una canna dopo l’altra, lanciavo qualche occhiata in direzione della zona dove viveva lo scrittore, provando a immaginare come costruiva le storie mentre io sprecavo il mio tempo.
Un giorno mi ferii la gamba con un ferro ossidato per prendere il tetano e avere una scusa per rimanere in casa durante la notte. Il taglio guarì subito senza nemmeno arrivare a infettarsi. Il mio animo era tanto incandescente quanto guastato. Litigai con mio fratello e lo pestai. Rimasi a casa, in punizione, senza smettere di pensare alla maniera di avvicinare lo scrittore. In un modo o nell’altro era arrivato il momento di uscire allo scoperto.
L’estate andava spegnendosi nella caldaia bollente del cielo. A poco a poco, senza che ce ne rendessimo conto, la notte aveva iniziato ad arrivare prima. Inoltre sentivamo la stanchezza per un’estate lunga, come la pietra rovente, come il filo d’acqua moribondo che veniva fuori dalla fontana della piazza.
Io rileggevo compulsivamente le mie creazioni cercando di migliorarle prima che terminasse la scadenza immaginaria che mi ero imposto e che non aveva una data concreta. Si trattava della fretta e della disperazione di non poter finire in tempo, e del disprezzo trasformato in odio nei confronti dei miei amici che, senza esserne consapevoli, mi impedivano di realizzare la missione che mi ero prefisso.

Allora, un pomeriggio, lo vedo comparire per strada in compagnia della vecchia. Li seguo senza che se ne accorgano. Camminano lentamente, senza guardare nessuno. Si siedono su una panchina e, mentre lui legge un quotidiano, lei mangia semi di girasole che tira fuori da una busta con la sua piccola mano da foca. Ho immaginato l’incontro milioni di volte e posso immaginarlo ancora nei suoi momenti decisivi. Lui abbasserà il giornale per guardarmi e io comincerò a parlare con l’unica persona al mondo capace di salvare la mia vita. Ma quando mi fermo davanti a lui, continua a leggere. Ascolto la donna che mangia rumorosamente i semi di girasole, le bucce che si aprono tra i suoi denti e finiscono a terra avvolte da una capsula di saliva.

Una forza invisibile mi paralizzava, sembrava averci congelati tutti e tre e niente cambiava mentre il mio cuore implorava un gesto.

Alla fine l’uomo solleva gli occhi dal giornale e mi riconosce.
Non ne hai abbastanza? Sei venuto per chiederne altri?
So che non devo crollare. Voglio dirgli che non sono come loro. Voglio che sappia che non sono come loro.
Ma sento nella gola che sto per scoppiare in lacrime. Non ho il coraggio di muovermi e provo un bisogno incontenibile di chiedere scusa.
Che ti succede, giovanotto?
I suoi occhi gelidi in mezzo alla piazza. La donna ha smesso di mangiare e si stuzzica i denti con un pezzo di buccia di seme. Sento il mio battito nelle orecchie. Voglio chiedere scusa. Voglio mettermi a piangere tra le sue braccia. Voglio morire così, piangendo, piangendo fino a morire.

Il vecchio si alzò e lasciò il giornale sulle gambe della donna. Estrasse qualcosa dalla sua tasca e me lo mise in mano. Senza guardarmi nemmeno, le disse:
Come vedi, ora non hanno neanche bisogno di parlare per estorcermi denaro.
Senza rendermene conto avevo iniziato a insultare la vecchia, e le diedi un calcio sulle mani che fece volare la busta dei semi di girasole. Un calcio con tutte le mie forze. L’uomo gridò qualcosa però non mi seguì. Forse rimase con lei. Esaminandole le mani piccole e tozze. Le mani che giustamente le facevano male.
Io correvo come se avessero slegato i cani. Arrivai al canale d’irrigazione. Nella mano, la moneta che mi aveva dato il vecchio faceva male, tanto la stringevo forte. Buttai tutti i miei scritti in acqua e se non mi ci buttai anch’io fu perché sono sempre stato un codardo. Perché non sono nemmeno stato in grado di dire al vecchio quello che avrei voluto dirgli.
Quell’anno iniziai a lavorare. L’estate successiva fu già come tutte le altre del resto della mia vita. La parte più calda dell’anno. Non ricordo come spesi quella moneta, né se la spesi. Non so quanto valesse.

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